domenica 13 agosto 2017

Capitolo 21: Il Racconto dell'Ancella

Raccontare un romanzo distopico è quasi impossibile: gli spunti di riflessione, le simbologie e le tematiche in essi sviluppate sono sempre così tante da richiedere come minimo una tesi di un centinaio di pagine solo per accennarli.
Il Racconto dell'Ancella, di Margaret Atwood, non fa eccezione. Si tratta infatti di un romanzo denso come una salsa tonnata e dalle tematiche serie come un basset hound quando non corre. Il romanzo presenta molti degli elementi propri del genere, come la totalitarizzazione della società, l'ideologia fondamentalista, la ritualizzazione della vita, il controllo claustrofobico e l'alienazione dell'amore. Ci troviamo infatti in una Stati Uniti post bellica, in cui una dittatura di stampo cristiana  ha organizzato la sua società, piagata da un'infertilità globale, secondo una struttura gerarchica in cui gli uomini hanno il potere assoluto sulle donne, diventate oggetto da utilizzare a scopo domestico (le Marte), come immagine da sfoggiare (le Mogli) o con funzione riproduttiva (le Ancelle). La Atwood tratteggia un mondo esasperato, in cui l'ideologia religiosa diventa motore e giustificazione assolutoria per epurazioni di massa, misoginia, schiavismo, tortura, stupri e violenza.  In essa viene negata ogni libertà individuale, compresa quella dell'identità, nella folle convinzione di regalare alle donne in cambio  protezione, cura, rispetto e un nuovo tipo di libertà, la libertà dal famelico sguardo maschile e dalle imposizioni sociali che schiacciavano la vera natura del femminile: la procreazione e la cura del focolare domestico. L'innalzamento del femminile che passa attraverso il suo totale annientamento, quindi. E' un mondo che punta tutto sull'indottrinamento forzato dei suoi adepti/prigionieri, nella forma di propagande religiose, frasi da ripetere come formule magiche, slogan distorti pescati dal Vecchio Testamento e nomi fintamente rassicuranti, come Zia, Rigenerazione, Ancella, Partecipazione, lupi travestiti da agnello dietro cui si celano aguzzini, impiccagioni, uteri in affitto, lapidazioni. L'indottrinamento, nel romanzo, passa soprattutto attraverso la costruzione di complessi rituali ordinanti, che tentano inutilmente di incivilire il bestiale, come tappeti troppo stretti sotto cui nascondere le ceneri dei cadaveri bruciati e che trovano massima espressione nel rituale della Cerimonia e nella ritualizzazione della violenza. Il mondo della Atwood è quindi un mondo che tortura psicologicamente i suoi abitanti, isolandoli in un guscio di solitudine in cui muoiono lentamente: ciò viene fatto attraverso un continuo controllo dell'uomo sulla donna e della donna sulla donna, in cui tutti sono la spia di tutti. La sensazione costante è quella del fantasma di un cappio che segue ogni tuo passo.
In questa realtà fintamente ordinata, vi è poi un totale annullamento dell'amore e l'isterizzazione della sessualità, che diventa pura meccanica a fine riproduttivo, impersonale ed alienante, oltre che vero nodo centrale dell'intera vicenda e primaria spinta propulsiva del totalitarismo.
Accanto a questi elementi canonici troviamo poi i veri temi innovativi del romanzo, impregnati di una sottigliezza tagliente come il bordo della carta e squisitamente femminile, a partire dalla sua protagonista. La storia verrà infatti narrata in prima persona da Difred, un'Ancella. Difred non è un'eroina classica né un'antieroina, non combatte nella resistenza e non è una spia. Lei vive, come viveva, negli spazi bianchi tra le colonne dei giornali, "negli interstizi tra le storie altrui". E' una donna che ha come unico scopo quello di sopravvivere. Fisicamente e mentalmente. La sua sopravvivenza passa attraverso una catena di pensieri ininterrotti che ci accompagna per tutta la narrazione, ma non un vero flusso di coscienza, quanto un esercizio, per mantenersi viva, per restare sana di mente, per occupare il tempo, per tappare ogni buco di silenzio in cui si potrebbe insinuare la consapevolezza. Il pensiero è la sua arma di ribellione, l'ultimo baluardo della sua identità negata. Penso, quindi sono. La sensibilità femminile della Atwood emerge proprio in questa scelta, nel porre il pensiero, e non l'azione,come accade in molti romanzi maschili, al centro della lotta. Il mondo di Difred è fatto di dettagli visivi: portaombrelli, mattoni, soffitti decorati senza lampadario, tendine bianche che di volta in volta assumono nuovi significati. Difred vi indugia, li studia, li percorre al millimetro, li amplifica per non perdere nulla, per riempirsi di qualcosa laddove lei è svuotata, snaturata. Il Racconto dell'Ancella è un libro-testimonianza, un libro-solitudine, un monologo riempito di tutto ciò che aiuti a sentire qualcosa in più della paura di fare un passo falso, di essere sorpresi ad essere ancora se stessi. Così Difred pensa, indugia sulle rifiniture delle finestre, sui gambi dei fiori, sui cadaveri appesi al Muro, sulle uova traslucide della colazione. La narrazione in questo modo assume tratti atipici per questa tipologia di romanzi: è lenta, alienante e ripetitiva nei contenuti, volutamente stagnante, come una giornata particolarmente afosa, ma che è resa fluida e stimolante dalla scelta stilistica dell'autrice, che predilige una narrazione asciutta nella costruzione del periodo ma impreziosita da una catena di similitudini originali ed estremamente evocative.
Altro aspetto innovativo è la particolarissima vicinanza, quasi adesiva, tra il futuro distopico e il passato. Galaad non è solo una società distopica, ma una società che si è distopizzata. Vi è un costante riferimento, nella narrazione di Difred, ad episodi del suo passato, della sua quotidianità fatta di sandali, di collant premuti sulla gamba, di abitudini sempre più lontane e quasi diventate a loro volta bizzarrie distopiche. Questo continuo riferimento al nostro presente non fa altro che incrementare il realismo e la nostra identificazione con il personaggio. Difred siamo letteralmente noi. E' quello che potremmo essere non in un futuro lontano, ma domani, o anche oggi. Forse sta già accadendo e non ce ne stiamo rendendo conto. Proprio come lei. 
Sicuramente però l'elemento più interessante è la strutturazione della società, che trova il suo fulcro nell'oggettificazione definitiva della donna, diventata puro suppellettile, domestica o utero. Questa depersonalizzazione trova massima espressione nella scelta dei nomi delle Ancelle. Difred infatti non è il vero nome della protagonista, ma un patronimico che ne sottolinea ulteriormente la sua natura di oggetto posseduto da altri. Difred significa semplicemente che quella ancella è Di Fred. Appartiene a Fred. Si tratta di un tema analizzato ancora una volta con una sensibilità squisitamente femminile e che amplifica il senso di claustrofobia del romanzo e l'identificazione con la protagonista.
Menzione d'onore spetta poi alla postfazione, che racchiude l'apice dell'intuito creativo dell'autrice. In essa troviamo un ammonimento chiaro ed esplicito a noi lettori, dato che tutto ciò che viene rappresentato nel romanzo non è pura invenzione, ma la sintesi di diverse pratiche esistenti o esistite nella storia. Una scelta di esplicitazione originale in un romanzo distopico, che solitamente predilige lasciare al lettore il compito di un'analisi critica delle tematiche.
Tutto questo è possibile solo ed esclusivamente grazie alla estrema bravura dell'autrice e alle sue sapienti e studiate scelte narrative: il flusso di coscienza le permette di immergerci totalmente nella vicenda e guidarci a suo piacimento lungo i diversi archi temporali, senza ordine di continuità, rendendo tutto estremamente naturale, come se fosse un pensiero che si insinua, che emerge come un tappo di sughero galleggiante sull'acqua. Ciò le permette di dare le inevitabili spiegazioni, di raccontare i come ed i perché senza perdere mai il qui e l'ora. La scelta di usare il presente indicativo, inoltre, le permette di incrementare l'effetto dissociativo del racconto, annullando il tempo e appiattendo tutto in una quotidianità soffocante, alienante e costringendo in un presente ripetitivo come il movimento di una lancetta d'orologio. In definitiva il Racconto dell'Ancella è un romanzo avvincente, attualissimo nelle tematiche, un prodotto letterario meticolosamente studiato ed egregiamente costruito e, naturalmente, un esempio della raffinatezza del pensiero artistico femminile. Un libro che non lascia scampo, un libro alla Anna Frank, un monito a fare attenzione, a non dimenticare che quello che abbiamo è fragile come un nome scritto sulla carta.  
Duille

"Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da." (p.31)




2 commenti:

  1. Ormai ho letto diverse recensioni sia del racconto che della serie tv. Devo dire che la tua è la più approfondita che mi sia capitato di leggere, che comunque va a confermare quanto avevo già recepito, ovvero la forza ed il turbamento racchiusi in questa storia, e la voglia di leggerla mista al timore di farlo; aspetterò il momento più giusto, ma sicuramente è uno dei titoli più interessanti di cui si sta parlando quest'anno.

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    1. Ciao Julia! Intanto grazie per esserti sciroppata la mia lunghissima recensione! Meriti una medaglia per il tuo coraggio!!! In effetti è una recensione decisamente approfondita (mio malgrado), volevo darle un taglio diverso rispetto a quelle che anche io avevo già letto, giusto per diversificare un po' senza dare troppi spoiler. Comunque capisco il tuo discorso sul timore che provi. Si deve essere pronti in effetti perché non sono letture facilissime dal punto di vista emotivo. Posso dirti però che lo stile narrativo dell'autrice è molto anestetico ed alleggerisce abbastanza la drammaticità della storia. Almeno, così è come l'ho percepito io. Un pugno allo stomaco dopo parecchi bicchieri di vino. 😊 un bacione.

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