sabato 20 settembre 2014

Impossibile, impossibile amore.

Un vecchio splendido film iniziava con una frase emblematica: "La cosa più importante che tu possa fare è amare e lasciarti amare". Una frase semplice, quasi scontata. Ma non così scontata, se si tenta di applicarla ad un ansioso sociale. Se vista dalla nostra prospettiva, è una verità difficile da ricevere. Perché noi siamo campioni della prima metà della frase, ma siamo decisamente delle schiappe se ci spostiamo oltre quella piccola congiunzione. Quella "e" così innocua, così semplice, che vuole solo aprire possibilità, diventa ponte verso un mondo tutto nuovo, misterioso, pieno di parole impronunciabili, sentieri impraticabili, opportunità infattibili. Alla rassicurante campagna fatta di casupole, campi arati e prati fioriti, si sostituisce una foresta fitta, piena di alberi dalle folte chiome su cui arrampicarsi, cascate dal ruggito impetuoso e montagne da scalare. Un mondo tutto nuovo, selvatico, che ci chiede ciò che ci terrorizza maggiormente: Affidarci.


In fondo, non è questo che chiede l'amore? Ci chiede di depositare le armi, di togliere le corazze, e lasciarci guardare per quello che siamo, nuda pelle sull'aria. Ci chiede di essere indifesi. O meglio, ci chiede di scegliere di essere indifesi. Ci chiede di fare la massima delle follie, solo sulla base di un presentimento, di un colpo di cuore più forte degli altri. E questo noi proprio non possiamo permettercelo. La nostra è una pelle perennemente ustionata, costantemente delusa da carezze troppo intense. Il nostro viso è solcato da canali in cui scorre la paura, sulla fronte, sulle guance, sugli angoli delle labbra e che scava certezze a forma di depressione. I nostri occhi parlano, ma nascosti dietro persiane fatte di diffidenza, che riproducono la forma di una pupilla. Non possiamo affidarci all'amore, perché il mondo è troppo intenso per noi. Gli abbracci tolgono il fiato, le parole tagliano la carne, gli sguardi scoprono con violenza. Togliere l'armatura, significa abbandonare la propria pelle, essere viva carne in un incendio di passione. Affidarci significa credere che l'amore sappia: sappia come avvicinarci senza scottarci, accarezzarci senza consumarci, guardarci senza distruggerci. Ma noi, in fondo, non crediamo nell'amore e non crediamo nella sua sapienza. Noi crediamo nell'abbandono, crediamo nella nostra imperfezione. Non crediamo nel legame che soffoca le paure, nei battiti del cuore che scaldano l'anima, non crediamo nell'eternità. Crediamo a ciò che conosciamo, cioè alla nostra fragilità e all'unicità di ogni attimo.
Siamo soffioni, per sopravvivere dobbiamo rimanere sotto la nostra teca di vetro, al riparo dai venti e anche dai sospiri dei sognatori. Noi non sappiamo come fare a farci amare, perché non crediamo che sia possibile amarci. Abbiamo paura dell'amore, di quello che potrebbe svelare, abbiamo paura del suo sguardo ardente. Perché quello sguardo, che agli altri chiede di essere indifesi, a noi chiede anche di essere perfetti. Perfetti ai suoi occhi, senza errori. Ci chiede di essere ciò che non siamo: brillanti, loquaci, intelligenti, interessati e interessanti, ma soprattutto, ci chiede di essere normali. Ma noi siamo l'opposto della normalità. Siamo atomi di luce che hanno imparato a giocare con le ombre che gettavano sugli steli d'erba, rassegnati all'idea di non poter mai diventare Sole. Abbiamo imparato ad alimentarci dei piccoli dettagli del mondo, arricchiti dalla nostra fantasia e dai nostri desideri. Abbiamo costruito una vita di sogni al bordo della nostra esistenza, facendocela bastare, saziandoci di illusioni ottiche. Siamo davvero solo nei suoni, nelle immagini, nelle parole scritte su minuscoli foglietti di carta, custoditi gelosamente. Siamo nel minuscolo, nell'inosservato. Come possiamo chiedere di capire e amare il secondo, quando si è tempo che scorre? Si può amare un battito di farfalla o un gomitolo di lana poggiato sul letto? E soprattutto, lo si potrà amare, quando si scoprirà che sarà sempre e solo un gomitolo di lana e non diverrà mai maglione? Così. scegliamo di amare di un amore a distanza, che si consuma lentamente, come una fiamma che però non avrà mai camino in cui ardere, perché non esisterà mai camino che possa convincerci che la nostra fiamma sia più speciale delle altre. 

Duille



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