sabato 18 luglio 2015

Dolore

Di solito quando scrivo ascolto della musica, come se cercassi una colonna sonora alla mia voce di carta. Ma oggi non c'è musica ad accompagnarmi, perché il dolore non conosce musica, né suono.  Il dolore è vuoto. E' un vuoto pieno di silenzio, ma di un silenzio strano, che non ristora. Un silenzio assordante, oserei dire. Un silenzio pieno di tutti i suoni non emessi e delle parole non pronunciate, quindi un silenzio abbastanza ingombrante, se ci pensate bene. Il dolore è una matrioska di cavità che sembrano vuote ma che invece si rivelano piene di api fantasmi che ronzano di ciò che non è stato e di ciò che non sarà più. E' un ossimoro vivente, l'incontro/scontro tra antitesi.  
E' una tempesta devastante che resta intrappolata nei confini delle ossa  e che ribalta ogni prospettiva, lanciando in aria vecchie fotografie dai colori che sbiadiscono troppo in fretta. Il dolore è un vento pesante, che non si vede ma che occupa spazio, che invischia e rallenta, come se ci si muovesse in un mare gelato che irrigidisce i muscoli dello stomaco e che fa piangere ghiaccio pungente. Ci segue ovunque, mentre girovaghiamo per stanze popolate da ricordi che sbucano dalla coda dell'occhio o che sbocciano dal veloce movimento dell'iride, inattesi, dolorosi, ma quasi desiderati, solo per fingere ancora per un attimo che non sia tutto perduto, solo per illudersi ancora un po', per dare respiro prima di ripiombare nelle tenebre della nebbia tossica. Come un salto in alto che dura un secondo. Una mano adunca penetra nella schiena, le lunghe dita brune come rami invernali si attorcigliano sul cuore, lo tengono saldamente, schiacciando, di tanto in tanto, quando ci muoviamo troppo in fretta o quando un baluginio di sorriso scuote il muscolo pietrificato in questa gabbia di rovi. L'unica cosa che possiamo fare è stare fermi, immobili, accartocciati come foglie di carta in un angolo, aspettando che la morsa si allenti, che il dolore decida di lasciarci, anche se sappiamo che con sé si porterà la nostra felicità come l'abbiamo conosciuta finora, incastonata nel ricordo che ci tiene legati a lui, dolore del presente, ma che stringiamo ancora tra le braccia, piccolo cadavere morbido, libricino dalle pagine sgualcite di una vita che è finita con l'ultimo respiro esalato dall'ultima pagina. Non vogliamo lasciarlo andare, quel ricordo, quella fiammella che ci brucia le mani ma che ci scalda anche, in questa notte senza stelle e senza luna. Lo proteggiamo, lo coltiviamo, lo alimentiamo con il nostro respiro, mentre lui inesorabilmente raffredda, ripiombandoci nella solitudine di quel ghiaccio che ci stritola il cuore. Quando si spegnerà, anche la lunga mano dalle dita nodose si aprirà, mostrando il nostro piccolo cuore ammaccato, svuotato, ma ancora pulsante. Ma per ora è ancora vivo e caldo, quel ricordo, vivo e bruciante, vivo come le cicatrici che ci procura, ma a cui non possiamo ancora dire addio. E' un dolce dolore che ci fa tremare di singhiozzi, annegare nelle lacrime, perdere il fiato in mezzo al pianto, ma che odora ancora di familiare e a cui ci avvinghiamo come ad un vecchio maglione infeltrito, con le stesse mani adunche di quel dolore che ci stritola il cuore. 

Non lasciare andare, disperatamente, stritolare quella lana priva di senso senza lasciare che la sua anima spicchi il volo, dimenticandoci anche di prendere fiato perché respirare non è più importante ormai. Ciò che conta è piangere, svuotare quel pieno vuoto che ci schiaccia i polmoni, far uscire quelle parole che non osiamo più pronunciare, quei nomi che non potremo più dire, quegli abbracci che non potremo più dare, quella morbidezza che non sentiremo più sulla pelle. Respirare non è più importante, perché ogni respiro fa male, stringe la presa di quelle dita adunche e ci annega nel dolore scuro come il petrolio. Svuotati dentro e riempiti di nuovo di mare nero, al punto che pensiamo sgorgherà dagli occhi sotto forma di lacrime ebano. Vuoti e pieni allo stesso tempo, pieni di inchiostro, pieni di lancette di orologi fermi, pieni di occhi ciechi perché hanno perso la loro luce, pieni di risate che riecheggiano sinistre contro le pareti, pieni di ore pronte ad essere consumate e che ora non hanno più nessuno da abitare. Tempo che avevamo dedicato, ma che ora non ha più nient'altro che un cartellino di cartone con un nome scritto sopra. Un nome a cui non appartiene più un corpo, ma solo un ricordo, una fotografia sbiadita, un profumo lontano, un posto vuoto. Vuoto. Ma pur sempre ancora troppo pieno. 

Duille



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