sabato 8 agosto 2015

Mareggiare pallido impanato

Nel lontano 2008, quando ero ancora una giovane farfalla scampata all'adolescenza senza - credevo - danni apparentemente evidenti, il mio cervellino da rampante fanciullina post maturità guizzava già di strambe idee, come le bollicine d'aria dentro un bicchiere di Coca-cola. Recentemente ho ricordato uno di questi pensieri con cui mi dilettavo sentendomi molto alternativa ed originale e, dopo essere stata al mare, mi sono ritrovata a pensare che, in effetti, non fosse un pensiero poi tanto sbagliato quello che fece friggere i miei neuroni nel 2008. La me ventenne aveva capito qualcosa che la sua più vecchia controparte non poteva che approvare e confermare, là sotto il sole, con il suo costume nero e giallo e completamente cosparsa di crema solare al punto da sembrare un calabrone albino, ovvero che 

l'estate al mare ha un'anima subconscia culinaria.  

Ora, questa potrà sembrare la frase pronunciata da una persona sotto acidi pesanti e con un livello alcolico un po' troppo vicino alla soglia del coma etilico, ma si tratta in realtà di una epifania che mi sembra tuttora molto valida e non spiegabile con la volatilità della mia giovane età di allora. Oggi, più vicina ai 30 che ai 18 (sigh), continuo a ritenere che sia maledettamente vero e, con la mia nuova consapevolezza adulta, posso anche sfoderare le mie arti argomentative. 
Vi dimostrerò non solo la veridicità della mia affermazione, ma vi svelerò anche il segreto per cui gli italiani sono amanti dell'ambiente marino almeno quanto le foche. Gli italiani, si sa, sono il popolo della buona cucina, dei grandi pranzi, della parmigiana sulla spiaggia, del convivio, per usare un termine raffinato, e questa tradizione affonda le sue radici niente meno che nell'epoca dei romani. I pasti sono usati per celebrare la vita e la morte, per prendere decisioni, per condividere affetto, per passare il tempo e per superare momenti di noia, per accompagnare un buon film o una lettura sul divano, il cibo è un modo di sentirci amati, perché nulla ti ama di più di una bella fetta di torta o un piatto di pasta al sugo che ti guarda con gli occhi a cuore dal suo recipiente di ceramica. Insomma, agli italiani piace mangiare e far mangiare. Ricordate? Siamo pizza, spaghetti e mandolino. Da nord a sud cambiano le quantità ma non la radice comune: il buon banchettare. Mi sorprendo che non sia abitudine portarsi una forchettina nella borsa in caso di necessità. E' altrettanto vero, inoltre, che agli italiani piace il mare, la tintarella barbecue e la pucciata nell'acqua da bravi tortellini di brasato o, come direbbe Miguelito e il suo cesto d'insalata in testa, come se fossimo pastina in un piatto di minestra. Sotto a questa duplice e apparentemente slegata passione, esiste in realtà una connessione solida che solo la mia mente dadaista (e credo Voyager) hanno saputo individuare. 
Ciò che collega mare e cibo è la COTOLETTA. 
Mi rendo conto che adesso quei pochi di voi che mi avevano dato un po' di credito staranno pensando che avrebbero fatto prima a investire i loro risparmi psichici su una cartomante convinta di essere stata rapita da alieni in tutù, ma vi assicuro che il caldo non mi sta facendo delirare e che ho una motivazione perfettamente ragionevole per motivare questa frase i cui componenti sembrano essere stati pescati a caso dal dizionario.
Non ne siamo consapevoli, ma ogni volta che andiamo al mare iniziamo una rappresentazione antropomorfa della preparazione della cotoletta, una recita che ci vede inscenare la famosa bistecchina di pollo con un passione e convinzione da oscar, come se non aspettassimo altro che ottenere la parte dell'albero o del masso nella recita scolastica di fine anno. Se agli Alessandri Gassman e alle Margherite Buy spettano i ruoli da cinema, noi brilliamo della luce delle star guadagnandoci il nostro posto al sole impersonando il destino di delizia del filetto di tacchino. Se ci pensate bene, è proprio quanto ci accade al mare: il nostro colorito lunare, più che ad una lattea mozzarella assomiglia alla fettina di carne che abita con il suo pallore roseo le vaschette di polistirolo, con tanto di sudorazione fredda e morbidezze colpevoli di troppi mesi passati sul divano a guardare serie tv. 
Giunti finalmente nel nostro paradiso dell'abbronzatura, felici come un bambino che incontra finalmente un panettone senza canditi, ci affrettiamo a spalmarci di creme dalle varie tonalità, rendendoci calamitici come carta moschicida, come quei catturapelo a forma di gelato o, appunto, come una cotoletta appena uscita dal trattamento estetico nel suo bagno d'uovo. Belli unti, brillanti come storioni appena pescati, ci affacciamo a quella distesa di pangrattato in cui certo non ci tufferemo, ma che comunque finirà misteriosamente coll'appiccicarcisi addosso come il peggior innamorato rifiutato. E' una legge matematica, un'altra saggia lezione della mucca lilla: la sabbia sta alla pelle incremata come un cane al rumore del pacchetto di biscotti appena aperto. Ed è ingegnosa per giunta, sicuramente molto più del cane, a sfruttare ogni singolo elemento naturale per iniziare il suo attacco al Fosso di Helm: il vento, i piedi dei bagnanti di passaggio, gli asciugamani svolazzanti di coloro che, già ben rosolati, salutano la spiaggia, e naturalmente i deliziosi pargoletti che, qualsiasi cosa facciano, sollevano tempeste tropicali di polvere da far concorrenza ai venti sahariani. Alla fine, nonostante le accortezze, a prescindere dai funambolici tentativi di rendere il nostro asciugamano una zattera sicura di fronte a questo oceano di terra polverizzata, ci ritroveremo invasi di sabbia anche nelle cavità nasali. Come cotolette, anche noi saremo impanate e pronte per la cottura. A questo punto la strada della Cotoletta Marina si divide (trivide?): c'è chi predilige una cottura classica in padella, lucertolando sotto la graticola solare fino a quando non si sarà abbrustolita come un toast. Ci sono poi quelli che, timorosi di bruciarsi, preferiscono cotture lente e a fuoco basso sotto il coperchio dell'ombrellone. Infine, ci sono i veri temerari, coloro che, come giovani concorrenti di Masterchef, tentano di rinnovare una ricetta vecchia come la terra volatile su cui si sono impanati, scegliendo una bollitura in acqua fredda che, se da un lato toglie un po' di impanatura, dall'altro lascia comunque un aroma ittico che si sposa perfettamente con le spezie di alghe che daranno un ulteriore sapore marino alla nostra carne. Il risultato sarà una scaloppina alle erbe bagnato in brodo di pesce. Non giudicate, i cuochi sono sempre un po' stravaganti, non trovate? 
Qualunque cottura voi scegliate, alla fine il risultato sarà sempre lo stesso: cotolette. Ecco spiegato il motivo per cui agli italiani piace tanto il mare: ricorda loro la cucina di casa, l'effervescente e stimolante rito della preparazione del pasto, con tutte le sue possibilità espressive. La cotoletta unisce i popoli in un unico abbraccio al sapor di pangrattato. E se ancora non credete alle mie parole, concedetevi una giornata da etologo e osservate i vostri simili come se foste in una foresta di gorilla. Giudicate voi stessi e ditemi se la pazza sono io o tutte quelle persone che, giorno dopo giorno, si affannano per assomigliare in tutto e per tutto alla loro controparte da tavola con contorno di purè. 
La spiaggia non avrà più lo stesso sapore.  

Duille


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