sabato 15 agosto 2015

Occasioni sprecate: Le ho mai raccontato del vento del Nord

Quando si sceglie un libro nuovo, prendendolo dallo scaffale in cui sonnecchia pigro da tempo immemore, si fa un atto di fiducia, un salto nel vuoto basato solo su una copertina, poche frasi abbozzate ad un angolo del volume e una sensazione. Ce ne andiamo dal negozio, dalla biblioteca o dalla casa dell'amico con molte aspettative, con l'eccitazione del primo incontro e con mille domande: mi innamorerò di questo libro? Mi insegnerà qualcosa? Sarà capace di far vibrare le corde della mia chitarra cardiaca fino a farla suonare di meraviglia? 
Un atto di fiducia, dunque. Un salto dalla scogliera che potrà concludersi in due modi: l'incontro con la spuma del mare, che farà da cuscino ai nostri sogni, oppure una spiacevole visitina delle rocce che ci lasceranno doloranti e delusi. Quando ho preso "Le ho mai parlato del vento del Nord", di Daniel Glattauer, pensavo di aver scelto un libro da spuma del mare, che mi avrebbe fatto sognare con parole poetiche e musica di sottofondo. Un libro da leggere tutto d'un fiato, senza fiato e col fiato sospeso. Le premesse c'erano tutte: un titolo accattivante, una bellissima copertina, un profumo di neve invernale che si poteva sentire sfogliando di fretta le sue pagine e una frase, una bellissima frase che mi sembrava il degno preludio di un autore che sapeva cosa significasse scrivere: "Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra". Inutile dirvi che non si trattava affatto di un libro da spuma del mare, né da neve, neanche da brodino con la pastina, a dir la verità. Ormai l'avrete capito, sto ancora usando la ciambella per evitare di poggiare troppo peso sul mio povero sedere dolorante. Le ho mai parlato del vento del Nord è stata una cantonata colossale, un palo della luce contro la faccia mentre si va sui pattini, una delusione su tutta la linea che, a distanza di tempo, mi rendo conto avrei potuto evitare intuendo subito il pericolo, magari leggendo il quarto di copertina con più attenzione, senza lasciarmi influenzare dai fiocchi di neve negli occhi. Ma vedevo del potenziale in questo volumetto di 192 pagine, a partire dal fatto che si trattava di un romanzo epistolare dell'era di internet. Si tratta infatti della storia di un incontro/scontro virtuale, una mail mandata per caso che innesca una scintilla che non potrà che trascinare con sé i due protagonisti fino a consumarli. Amore a prima digitazione, fatto di corpi composti di sole parole, occhi di lettere, capelli di frasi, sorrisi di sillabe sussurrate. Amore che s'insinua lentamente, tasto dopo tasto, riempiendo gli spazi bianchi tra un respiro e il successivo, fino ad essere l'unico ossigeno possibile. Un amore che non ha volto, ma solo ideale, un amore che si fonda sull'autenticità, sul superamento dei limiti sociali, un amore privo di maschere come dei volti che le portano, o forse un amore basato ancora sull'inautenticità, perché solo lo sguardo può davvero scrutare dentro, solo la voce può tradire la vera natura dell'animo che si ha di fronte. 

Un amore quindi che si fonda sulla fragilità, sulla disillusa convinzione che la realtà non possa competere con la finzione. Ma tutto questo è solo il punto di partenza, una bella idea mai sviluppata in un libro che, di fatto, non parte mai davvero, che non sfrutta le enormi possibilità che la storia permette, che non utilizza efficacemente il canale scelto, quello epistolare, per andare a fondo nella mente dei personaggi, per conoscerne le profondità o almeno per concedere loro una frizzante esperienza alla C'è posta per te, preferendo imboccare la strada facile dell'amore proibito, della sensualizzazione del dialogo, del desiderio bruciante frustrato sempre dall'impossibile incontro, della malizia seducente, della brillante botta e risposta che non svela poi molto dei personaggi, se non la loro voglia di piacersi per la loro arguzia. Tutto il libro è un sorriso ammiccante intervallato da momenti di rabbia indotta dalla paura di perdere tutto, un tutto che non esiste e che, in fondo, nessuno dei due vuole che esista. Un bel sogno modellato dai suoi protagonisti, narcisisticamente legati alla loro immagine, infantilmente innamorati di un ideale costruito ad hoc dalle loro menti. Emmi della fantasia e Leo dei sogni notturni. Niente di più. Emmi e Leo, i due protagonisti, di fatto non si conoscono, non si vogliono conoscere e non si fanno conoscere agli occhi dell'altro e di se stessi. 
Nessuna delle parole scambiate tra i due personaggi ci rivela qualcosa di più del loro animo, poiché entrambi sono fermamente impegnati a non raccontare nulla di sé, dei motivi che li hanno portati ad incontrarsi e a scriversi, delle scelte fatte nella loro vita, nulla che li renda più di un'email mandata per caso ad uno sconosciuto. Sono bidimensionali come le lettere digitali che si inviano. L'intero libro è un esercizio di seduzione che, se nelle prime pagine può essere interessante, alla lunga diventa noioso, poiché finisce col diventare ripetitivo, inutile, sterile, vuoto come i dialoghi che fanno i due personaggi, denso solo di gelosie (di lei), di patetismo (di lui) e di strizzatine d'occhio che fanno venire i nervi. Non supportato da un autentico racconto di sé, da una profonda intesa che esula dal semplice piedino fatto sotto al tavolo, il libro perde spessore, rendendo addirittura antipatici i suoi protagonisti, poiché non riusciamo a comprenderne le azioni, motivarne i timori o anche solo capirne le scelte. E così Emmi diventa una donna frustrata e bacchettona, una femminista inacidita e gelosa di ogni incontro di Leo, morbosamente seducente ma inevitabilmente frustrante, poiché nessun incontro tra i due sarà mai possibile, dato che lei è felicemente sposata, ma fermamente determinata a tenere questo innamorato virtuale schiavo delle sue parole. Leo, d'altro canto, ha un carattere più mite che però sfonda nella passività, nella debolezza emotiva, nell'accettazione acritica di qualsiasi rimprovero pur di tenere legato a sé Emmi, per poi cadere in momenti di vera disperazione che non trova però la compassione del lettore, troppo alieno al personaggio per poterlo giustificare, tantomeno empatizzare con lui. Quello che si legge in queste pagine non è l'amore romantico di due persone complicate, ma un amore tossico tra una persona che ha tutto e vuole di più senza perdere nulla e un'altra che non ha niente e che non sembra voler meritare di più. Tutto ciò che si può salvare da questo libro è il finale, che non è caduto in facili sotterfugi e si è mantenuto in linea con la trama generale. Ma forse non è poi un vero punto di forza, poiché hanno fatto il seguito di questo romanzo, che devo ancora decidere se leggere. In conclusione, se scrivere è come baciare, leggere "Le ho mai raccontato del vento del Nord" è come assistere alla telefonata di due adolescenti con molta proprietà linguistica. Ciò che ci viene mostrato sono solo due idee luccicanti e abbellite con paillettes che si fanno la corte dall'angolo di un computer. E nulla di più. 
Duille



2 commenti:

  1. Bellissimo post :) Si, diciamo che ci sono storie e storie...poiché internet, nonostante i pericoli, può farci incontrare persone meravigliose ed anche l'amore in luoghi spazi e tempi sconosciuti..ma ovviamente anche farci beccare cantonate pazzesche. Ad un certo punto certi libri non li leggiamo proprio più. Se uno ama lo dimostra...e ci sono persone che lo fanno davvero, pur essendosi conosciute anche solo attraverso una tastiera. Altre che invece ne approfittano e tentano di incantare.. Con la maturità si sa distinguere ciò che fa per noi e ciò che è solo fumo..segnali di fumo e nulla più, pure mal riusciti. Ma io sono ottimista <3

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    1. Hai ragione tata! Come per i libri, quando c'è amore c'è amore. Il tira e molla rappresentato dal libro è quanto di più lontano dall'amore esistente. O forse è amore con tanto, tanto egocentrismo. E se non erro amare vuol dire pensare prima all'altro che a se stesso. Spero che sia come dici tu, che la maturità faccia il miracolo e insegni a distinguere i principi azzurri dai rospi velenosi! ;)

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