sabato 30 gennaio 2016

Non dimenticare

Quel sabato mattina mi svegliai presto e mi preparai ad uscire. Sentivo il peso di ciò che stavo per vedere gravarmi sulla fronte riflessa nello specchio, piegando la pelle in una piccola ruga di espressione e dandomi un'aria lievemente corrucciata. Non era una passeggiata d'altronde, lo sapevo bene. Stavo per entrare in un luogo di cui avevo letto ma che non avevo mai visto davvero e mi preoccupava l'effetto che avrebbe potuto avere sul mio cuoricino sempre troppo gonfio e fin troppo pronto ad indignarsi per quelle che consideravo essere le ingiustizie del mondo. A quell'epoca ero una diciassettenne estremamente sensibile e idealista, una di quelle adolescenti che indossavano ampie salopette colorate e che decoravano lo zaino con i simboli della pace. Volevo un mondo diverso, in cui le pagine dei libri di storia non fossero più scritte con il sangue di innocenti ed in cui ciascuno potesse vivere libero da ideologie razziste e disuguaglianze. 
Era proprio questo idealismo che mi scorreva nelle vene a rendermi molto consapevole di ciò che stavo per affrontare. Stavo per entrare in un cimitero, in un macello legalizzato, pieno di echi che mi avrebbero raggelato il sangue. Una parte di me aveva paura, lo confesso, perché non volevo stare male. Stavo affrontando il mio secondo stage con la scuola e mi trovavo a Berlino da solo una settimana. Volevo divertirmi, come tutti gli altri, esplorare la città e stare in compagnia delle mie amiche, cercando di dimenticare problemi emotivi che per me erano sempre stati insormontabili. Quella era una gita facoltativa, a cui non tutti i miei compagni avevano aderito, e che avrei potuto saltare senza problemi. Ma io avevo subito deciso di partecipare. Non ci avevo pensato due volte. Sentivo una specie di senso di responsabilità verso coloro che si erano visti strappare via quella libertà che io davo tanto per scontata, e con essa la speranza, gli affetti, il futuro e, infine, la vita. Io dovevo loro un pezzetto della mia, di vita, sentivo di dover regalare loro un frammento del mio tempo, sentivo di dover guardare in faccia l'orrore del passato per poter apprezzare veramente la mia esistenza e non sprecarla in inutili fisime mentali da adolescente problematica. Glielo dovevo. Così, con la mia fronte corrucciata e il cuore carico di tormentate attese, salii sul pullman con gli altri miei valorosi compagni e partimmo alla volta del campo di concentramento. Faceva freddo, un freddo pungente e carico di solenne gravità. Era ottobre ed eravamo nel nord della Germania, quindi penso fosse del tutto normale, ma io volli credere, nella mia continua ricerca di un romanticismo nascosto ovunque, che quel cielo plumbeo fosse a lutto per noi. Era un annuncio. Da quel momento in poi, diceva quel cielo, ogni nostro passo avrebbe fatto l'eco a quello di migliaia di piedi che avevano varcato quelle porte del terrore. Il campo era piccolissimo, dall'ingresso si riuscivano a vedere tutte le mura di mattoni che ritagliavano quella porzione di terra come un francobollo perfettamente rettangolare. Non ricordo neanche il nome di quel luogo. Non era uno di quei campi famosi il cui nome riecheggia terrifico nei libri di scuola, come Auschwitz o Dakau, ma credo che in questi casi sia inutile fare stime di importanza. L'orrore non è mai stato proporzionale alla popolarità, dopotutto. Il campo, come dicevo, era piccolo, fatto di terra secca e erba ingrigita dall'autunno, o forse dai miei occhi appannati dal senso di quel luogo. C'erano piccole strade sterrate, che conducevano in vari punti del campo, come le celle e le fabbriche, ed intorno c'era quel verde smorto che sembrava aver visto troppo per poter mai più splendere. Quello era un luogo di morte e se ne sentiva il peso ad ogni passo. 
Camminavamo in un silenzio irreale, carico di significato. Si sentiva solo lo sfregare delle nostre gambe inguantate in pantaloni pesanti e i cappotti frusciare nell'aria gelida, mentre i maglioni sonnecchiavano pigri sotto le giacche. I nostri passi rompevano inopportuni un silenzio sepolcrale, sembravano quasi dilaniarlo, quel silenzio. Avevo l'impressione che quelle scarpe da ginnastica e quegli stivali che galoppavano incerti sul suolo fossero irrispettosi, troppo ridanciani per quel luogo. Anche noi eravamo inopportuni, con la freschezza della nostra giovinezza e il calore dei nostri abiti sbattuti in faccia a quelle mura. Mentre ci muovevamo, il silenzio calava più cupo, l'aria si faceva più pesante, il cielo più grigio, il respiro più affannoso. Era come muoversi in un cimitero fatto di tombe invisibili e di occhi vuoti intrappolati nelle intercapedini dei mattoni. La terra sembrava essere impregnata di fotoni incolori e il dolore condensato in anni sbatacchiava contro la cassa toracica mischiandosi con le nostre sensazioni, fino al punto di confonderci. Qua e là erano state piantate delle specie di lapidi, su cui si ammucchiavano sassi di varie dimensioni, come se stessero riparandosi dal freddo pungente. Erano altre memorie, di tempi successivi, che lasciavano un segno su quelle, di memorie, sommandosi, accalcandosi fino a riempire tutto lo spazio. Tanti ebrei erano morti in quel luogo, ma anche dissidenti politici, Rom, Sinti, omosessuali, disabili mentali. Le conseguenze di una mente megalomane e affetta da una specie di distorta sindrome divina si estendeva in quel campo vuoto agli occhi, ma fin troppo pieno, se ascoltato con altri sensi. Se infatti la vista poteva percorrere a volo d'uccello tutto il campo, il corpo sembrava schiacciato da migliaia di altri corpi, il respiro sembrava rubare l'ossigeno ad altre bocche e la speranza sembrava spegnersi un po' di più ad ogni deglutizione, come una candela senza ossigeno. Mi sentivo piccola e impotente, terribilmente viva accanto a tutta quella morte. Era un luogo infestato, non c'era dubbio, ma non da fantasmi, quanto piuttosto da dolore e memoria di epoche diverse, che avevano impregnato le pareti delle celle, il filo spinato ormai arrugginito, le pietre in processione catturate in una fotografia, i sentieri bruciati, il silenzio tombale che non poteva essere spezzato. Oggi, ripensando a quel giorno, penso che quel luogo fosse maledetto, annegato nell'orrore di ciò che era accaduto e nell'orrore degli occhi che lo avevano visitato dopo. Mi piacerebbe pensare che, in un futuro lontano, quella maledizione e quel silenzio spettrale verranno spezzati da una risata fragorosa e piena. Credo che se lo meritino, in fondo, quei ricordi. Io quel giorno uscii dal campo un po' più pesante, portandomi attaccate alle suole delle scarpe i passi stanchi del passato, e un po' più viva, di fronte alla consapevolezza di un tempo che non mi sarebbe mai stato strappato.
Duille


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