domenica 24 gennaio 2016

Quando un'ansiosa sociale va in manifestazione...

Quando si manifesta, quello che si fa è un gesto. Un gesto di presenza, fatto di passi, parole, di corpi che si muovono all'unisono, di respiri che fanno buffe nuvolette nella stessa porzione di cielo. Manifestare è importante, ci rende padroni per un momento del cambiamento. Anche se solo per un giorno, crediamo nel futuro, anche se alcuni direbbero che in realtà crediamo nelle fate. Manifestare è quindi fare un passo, un gesto, donare un po' del proprio tempo a qualcosa di più grande di noi. 
E nel mio caso, ha significato anche mettere da parte il mio terrore patologico da ansiosa sociale, raccogliere quelle due briciole di coraggio che conservo gelosamente e tuffarmi in questo oceano umano di manifestanti. Per un'ansiosa sociale come me, a cui viene un attacco di dermatite anche solo a camminare in una strada troppo affollata, pucciarsi come un biscotto in questa tazza di esseri umani è un vero atto di eroismo, una specie di sacrificio per la causa. E' come se si chiedesse ad una persona che non sa nuotare di fare la traversata dello stretto di Gibilterra senza neanche un bracciolo, è come proporre ad un claustrofobico di fare un corso di escapologia, è come far partecipare un afroamericano ad una festa del ku klux klan. Non so se ho reso l'idea. Per me stare in mezzo a tutte quelle persone è una vera tortura, perché mi scontro con un duplice terrore: la paura delle folle, che mi da' un senso di soffocamento pari solo a quello provato nel bagno della scuola dopo il passaggio dei fumatori, e la paura delle persone, che nella mia testa sono dei goblin verdastri e pieni di pustole pronti a giudicare e rifiutarti per qualsiasi cosa. Preferirei guardare tutta la saga di Saw senza censure piuttosto che infilarmi volontariamente in una di queste situazioni. Da qui lo scarso numero di tacche sul mio bastone delle manifestazioni. Questo di per sé non sarebbe un problema se non fosse per il mio idealismo convinto che mi accompagna da quando ho circa dodici anni, una specie di attitudine alla Robin Hood che mi porta ad indignarmi per un nonnulla ed ascoltare i Modena City Ramblers a nastro, ma di cui a volte farei volentieri a meno, e questo non perché la mia controparte arco, freccia e coda da volpe mi metta nei guai spingendomi ad agire anche quando non dovrei, ma piuttosto perché essa viene sempre frustrata dalla mia ansia sociale, che mi pietrifica come dopo aver ricevuto uno sguardo ammiccante dalla Medusa. 
Di tanto in tanto riesco però ad evitare lo sguardo della serpiforme signora e a partecipare a qualcuno di questi eventi. Ieri era uno di quei giorni, il giorno del flashmob a favore della legalizzazione delle unioni omosessuali e delle coppie di fatto. Sia chiaro, da sola non sarei riuscita a combinare niente, ma per fortuna avevo la mia scorta personale di entusiasmo, ovvero la mia famiglia, a compensare la momentanea sparizione di Robin Hood, assente per una pausa gabinetto sospettosamente lunga. Così mi sono infagottata nella mia armatura di lana e sono uscita. Dopo un tragitto in macchina ed un'infinita traversata in tram, sono arrivata in Piazza della Scala, dove si sarebbe tenuta la manifestazione. Da qui in poi, tutte le mie emozioni hanno deciso di esprimersi contemporaneamente, accoppiandosi per antitesi. Così, tanto per fare qualcosa. Con mia somma gioiorrore (gioia + orrore), la piazza era gremita di persone, il che significava due cose: l'evento stava avendo un ottimo successo (da qui la gioia) e c'era una calca che avrebbe potenzialmente potuto uccidermi, fisicamente e metaforicamente (da qui l'orrore). Tenete conto che la folla ha per me una specie di effetto ustionante: è l'abolizione totale degli spazi personali, obbliga ad un contatto visivo e corporeo forzato che non lascia scampo, e si sa, gli sguardi sono l'anticamera dell'interazione, cosa che mi spaventa a morte, forse più delle folle. Insomma, il male per un'ansiosa sociale come me che sente il bisogno di sventolare l'ordine restrittivo che obbliga il mondo a tenere una distanza di almeno un metro e mezzo da sé. Dovunque mi girassi, mi agganciavo a sguardi casuali, a teste di cui non riconoscevo il corpo e venivo sballottata di qua e di là da persone di passaggio. Troppo contatto per me. Però era anche terribilmente bello vedere tutte quelle persone che ridevano e chiacchieravano, rannicchiandosi l'uno contro l'altro come dei pinguini reali al Polo Nord.
Per risolvere almeno la questione "sandwich", ovvero l'essere spinta da mille schiene, sederi e pance contro altre mille schiene, sederi e pance, abbiamo iniziato a cercare un posto sufficientemente comodo in cui sostare. Mentre ci davamo alla ricerca di questo Valhalla come ligi cani da tartufo, si è fatta avanti una mia vecchia conoscenza interiore, la coppia dentro/fuori. Mi spiego meglio: in quasi tutte le situazioni di gruppo, siano esse manifestazioni, concerti, convegni o code alla posta, mi assale un senso di vergogna molto intenso: mi sento un'impostora, un pesce fuor d'acqua, la signora con la sporta della spesa capitata per caso sul red carpet  alla notte degli Oscar, proprio il giorno in cui si era messa le babbucce a causa di quell'attacco di callite particolarmente acuto. 
Mi sento terribilmente fuori contesto, fuori dal coro, fuori luogo e fuori tempo, fuori da tutto insomma, e con l'impressione che tutti si domandino polemicamente cosa diavolo ci faccia io lì. Contemporaneamente però vengo pervasa dalla netta sensazione di essere circondata da persone simili a me, che condividono il mio modo di pensare, i miei valori, i miei ideali. Mi piace immaginare che questa sensazione sia data dal mio Robin Hood interiore che poga felice con i Robin Hood dei suoi vicini. Quindi mi sento un po' fuori e un po' dentro, un po' bianco e un po' nero, un po' tuorlo dell'uovo e un po' albume. So di essere nel posto giusto al momento giusto ma ho come la sensazione di essere l'unica a saperlo e che per gli altri io sia fuori posto. E' il lato persecutorio dell'ansia sociale, che non si tira mai indietro quando si trova di fronte ad un gruppo di persone. E' uno stakanovista, lui, a differenza di quell'incontinente di Robin Hood, che sparisce quando più ne hai bisogno. 
Di fronte a quella massa di persone che sembravano provenire tutte dallo stesso centro sociale, quindi, io lottavo con la sensazione di dovermi defilare per non contaminare l'intera manifestazione con la mia ignorante presenza. Loro (compresi cani e bambini) sembravano crederci molto più di me, con le loro sveglie modificate ad hoc, le stampe sulle magliette, i capelli colorati, i palloncini, gli slogan su fogli di carta e il loro cipiglio da alternativi a cui ho sempre aspirato ma che non sono mai riuscita ad incarnare davvero. Persino gli alberi sembravano più sul pezzo di me. 
Ma ho cercato di ricordarmi che c'ero e questa era l'unica cosa che contava. Alla fine ci siamo posizionate in una zona con un gruppetto di alberi (i famosi alberi molto sul pezzo) e abbiamo messo radici. Una posizione perfetta per la mia legnosa presenza. Mi era fisicamente impossibile mimetizzarmi con la chiassosa esuberanza della folla, ma almeno potevo tentare una mimesi con i tronchi vicino a me. Inoltre non ero nè troppo fuori dalla folla, ma neanche nel centro del ciclone, dove l'aria per respirare veniva centellinata e se ti cadeva la sciarpa potevi anche dirle addio per sempre. In quel punto, così vicino e così lontano, che rispecchiava così bene il rave party emozionale che mi si scolpiva dentro, ho trovato un pochino di pace interiore ed ho potuto mettere in pratica gli insegnamenti accumulati in anni di terapia. Invece di controllare come una chioccia preoccupata che dentro di me le emozioni mezze ubriache non facessero a pezzi i vasi ming del salotto, ho iniziato a guardarmi intorno. Ed è così che è sbocciata la meraviglia. Se c'è una cosa bella di questo tipo di manifestazioni, infatti, è l'arte che ogni persona riesce ad incarnare, la creatività gioiosa con cui ogni individuo racconta il proprio ideale di libertà. Quello che avevo davanti agli occhi era un poutpourri di persone, di colori, di stravaganze e sobrietà. C'erano bambini a diversi stadi di gnomaggine, cani di tutte le dimensioni, signore incappottate e ragazzini urlanti, associazioni lgbt e pastafariani in divisa, spose trampoliere e sveglie bi e tridimensionali, pelli e capelli di tutti i colori, gli antipodi del globo e le estremità del tempo dell'uomo, bolle di sapone e bandiere della pace, palloncini a forma di cuore e cuori leggeri come palloncini. Era tutto incredibilmente vivo, vivido, bello, felice e vitale. Nessun caffè al mondo potrebbe competere con quella vivacità. Avevo la netta sensazione che il mio corpo, sì, anche il mio corpo così anonimo e disadorno di simboli, fosse fondamentale in quel momento, perché occupava uno spazio e colmava un numero che faceva la differenza. Io facevo la differenza. 
Questo mi ha fatto sentire bene e, anche se non ha convinto del tutto la mia ansia sociale, l'ha almeno rimessa al suo posto per un po'. Era tutta una questione di prospettiva, di guardare in modo nuovo, di smettere di dare potere ai miei lati distruttivi e iniziare a proiettarmi in quel mondo che tanto temevo. Così ciò che prima era una tortura adesso era se non altro una situazione scomoda velata da un certo grado di benessere, che sbocconcellava il tempo riducendolo, invece che dilatarlo. In men che non si dica era così arrivato il momento di iniziare il flashmob. Tutti hanno preso in mano le proprie sveglie, i cellulari, le chiavi di casi, le corde vocali e, dopo un veloce conto alla rovescia, al grido di "svegliati Italia, è ora" hanno iniziato a sventolare le chiavi, a far suonare le sveglie, a rintoccare le corde vocali, per ricordare che è il momento di andare avanti e riconoscere che la vita e l'amore non conoscono genere, ma solo identità, che il concetto di famiglia non è definibile né etichettabile, che dobbiamo smetterla di indicarci in base ai gusti sessuali e in base al genere, ma solo in base a che tipo di persone vogliamo e possiamo essere. E questo trascende ogni categorizzazione a priori, perché è un processo in continuo divenire. Lo sapeva bene quella piazza, che stava lottando per un futuro migliore, senza domandarsi chi fosse etero e chi non lo fosse, chi fosse sposato o allergico al matrimonio, chi fosse uomo o donna, chi fosse intimidito e chi euforico. E lo sapevo bene anche io, che univo lotta a lotta, che lottavo per un diritto inalienabile ed in cui credo profondamente, quello della libertà, e che contemporaneamente lottavo anche per la mia libertà personale dal giudicante fardello dell'ansia. Un passo alla volta, un gesto alla volta, rappresentato da un mazzo di chiavi tintinnante nell'aria. 
Duille  
    

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