sabato 5 marzo 2016

Fino al cuore del sistema: il Caso Spotlight

Ieri sera, sfidando le prime notti di marzo dall'odore di pioggia, sono andata al cinema a vedere un film che mi aveva incuriosita fin dalla sua uscita: il caso Spotlight. Vincitore di due Oscars come miglior film e migliore sceneggiatura originale, si annunciava essere un film scomodo che avrebbe riportato sotto i riflettori (gli spotlights, appunto) una scomoda verità sulla Chiesa Cattolica e sui casi di pedofilia tra i suoi sacerdoti che ormai da anni popolano le pagine di televisione e giornali in tutto il mondo. 
Lo ammetto, non sono una novellina della questione: ho visto documentari e film zeppi di testimonianze delle vittime di questi abusi, oltre alle miriadi di articoli giornalistici che sono saltati fuori come ranelle d'acqua dal torbido stagno delle indagini giornalistiche. Mi aspettavo quindi che questo film avrebbe viaggiato sugli stessi binari, cercando di smuovere l'opinione pubblica mettendola di fronte all'orrore crudo della testimonianza, al racconto di un abuso che, già di per sé orribile, era reso ancora più terrificante perché perpetrato da una figura che, si suppone, dovrebbe rappresentare un modello e una guida, il bene personificato, il rappresentante di Dio in terra e di cui ci si fida come di un padre. E invece sono rimasta sorpresa nel vedere come il film abbia usato queste testimonianze come trampolino di lancio verso terreni ancora più torbidi, scegliendo una strada forse più difficile, perché meno legata all'immediato impatto emotivo che il contatto con una vittima crea. Il caso Spotlight infatti è prima di tutto la storia di un'inchiesta, quella del gruppo di giornalisti investigativi che, sotto la guida del nuovo direttore, si ritrovano davanti ad una verità dai tratti pandemici e psichiatrici diligentemente nascosta sotto il tappeto dai vertici ecclesiastici. Ciò che vediamo è l'indagine, lo scavo, che parte da una singola persona, da un filo sfuggito dall'intreccio del maglione, e che poi si rivela essere il punto di partenza di una trama più fitta e disturbante, di uno schema di proporzioni mostruose, fatta di insabbiamenti, di minacce più o meno velate, di abusi di potere, di documenti secretati e di altri che spariscono misteriosamente nel nulla, di complici annidati in ogni sfera del sistema sociale, di risarcimenti sottobanco e, ovviamente, di silenzi indifferenti. Tutto fatto per mantenere l'immagine ecclesiastica pulita. 
I giornalisti si ritrovano in un vortice di notizie che li fa vacillare, indignare e spaventare, perché quello che scoprono non è un problema di poche mele marce, ma un'abitudine che è diventata sistema, tollerata e sostenuta e così diffusa da essere ovunque, anche a pochi isolati dalla propria casa. Il centro del film ruota proprio su questi due poli: l'omertà della Chiesa di fronte a questi crimini contro l'infanzia, con il complicatissimo sistema di trasferimenti dei preti pedofili e gli insabbiamenti che i poteri forti dell'istituzione hanno perpetrato, e l'agghiacciante consapevolezza che il pericolo è letteralmente dietro l'angolo. Il Caso Spotlight affonda le mani nella corruzione ecclesiastica, dipingendo un'organizzazione che ha più il sapore della criminalità organizzata che della spiritualità più alta, e con un potere tale da averle permesso di infiltrare suoi simpatizzanti ovunque. Scuola, chiesa, magistratura, politica: nessuno è al sicuro e se si scampa alla molestia è solo per fortuna, come ricorda il protagonista del film, solo perché, magari, da bambini si è preferito giocare a baseball piuttosto che a hockey. Allo stesso tempo però, il caso Spotlight non si pone come un film moralista, raccontando la storia di eroi senza macchia che lottano contro il sistema. Piuttosto sottolinea anche in questi la natura profondamente umana, fatta di egoismi, di leggerezze, di errori. Esseri umani che provano a fare la cosa giusta ma che, scontrandosi con il silenzio di altri poteri, finiscono col lasciarsi irretire, cavalieri sconfitti, dallo stesso sistema che hanno tentato di spezzare; individui che, per timore, scelgono di ignorare una realtà che potrebbe schiacciarli e che quindi di fatto preferiscono la propria salvezza a quella di altri. 
Il film ci insegna quindi che siamo tutti un po' omertosi, omertosi nel non riflettere, nel non porci domande, nel fidarci ciecamente di persone la cui unica referenza è un abito talare dato non da Dio, ma da altri uomini, nella leggerezza con cui archiviamo storie come queste. Non esistono eroi in questa storia, ma solo persone che, ad un certo punto, decidono di fare la cosa giusta, anche se in ritardo di cinque anni. E questo, paradossalmente, è il punto di luce in tutto questo fango che ci arriva alla gola: la libertà e il pensiero critico possono fare la differenza e più persone riescono in questo intento, più gli effetti saranno ampi. Siamo noi che possiamo curare, con le nostre domande e le nostre critiche, un sistema malato che ha dimenticato i suoi principi. 
In conclusione, il Caso Spotlight è un film potente, che non punta all'orrore o al disgusto, che non da' il solito pugno nello stomaco. Quello che questo film vuole fare, riuscendoci in pieno, è spaventare. Spaventare per risvegliarci dal torpore, per cambiare la visione che si ha della chiesa e delle persone che la rappresentano, per spogliarla di quell'aura di santità extraterrena di cui si è vestita per secoli, mostrandone invece la natura terrena, il pericolo, il cono d'ombra che l'oro e il bianco cercano di nascondere. Il caso Spotlight non è un attacco alla religione, ma all'istituzione Chiesa, che è fatta di persone, non di angeli, non di messaggeri di Dio. E' quanto di più umano possa esistere. Ed essendo umana, la si deve temere, criticare, migliorare.
Duille 


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