sabato 9 aprile 2016

Kyngyosukui

Il kyngyosukui è un gioco tradizionale che si pratica durante i festival giapponesi e che consiste nell'acchiappare pesci rossi muniti solo di un retino in carta di riso. E' un gioco arduo, in cui il tempismo, la costanza e una mastodontica dose di pazienza sono essenziali. 
Il kyngiosukui potrebbe anche essere lo sport nazionale dell'ansioso sociale, se al posto dei pesci ci fossero pensieri, emozioni e angosce. Mi spiego meglio: l'ansia sociale è un disturbo che ci fa vivere con la testa perennemente affollata e il cuore eternamente accelerato. E' un lavoro a tempo pieno, il nostro, fatto di continui litigi interiori, analisi al microscopio di ogni azione compiuta in cerca dell'inevitabile errore, di panico di fronte ad ogni nuova situazione e di tentativi di calmare questa angoscia prima che ci produca un infarto. Essere ansioso sociale in molti casi ci rende simili ad una pentola di minestra sul fuoco, fatta di quadretti di carote, foglie di spinaci e listarelle di sedano che si mescolano in continuazione a causa del ribollire dell'ansia tenuta sempre in caldo dal focolare collocato all'altezza dello stomaco. In mezzo a questo movimento convezionale e tra tutti questi pezzetti di verdura cerebrale che affiorano alla vista per poi sfuggire un istante dopo, capire cosa succede dentro di noi in ogni momento è un'impresa decisamente ardua, quasi quanto cercare di togliere un frammento di guscio dall'albume crudo di un uovo. Arduo, ma non impossibile. Ed è qui che rientra in gioco il kyngyosukui. Ciò che un ansioso sociale molto motivato impara presto a fare è quello di sviluppare la pazienza, la determinazione e la costanza del pescatore di pesci rossi, cercando di individuare, in mezzo a tutta quella brodaglia in ebollizione che è la sua mente in ansia, i singoli pezzetti di carota che sguazzano velocemente, per poi tentare di afferrarli prima che affondino nuovamente verso la base della pentola. Il nostro retino non è fatto però di carta di riso, ma di attenzione e silenzio. In una parola, di ASCOLTO. Si tratta però di un ascolto particolare, che con l'udito ha poco o nulla a che fare. Ascoltarsi è simile al fermarsi su una collina, durante una passeggiata, e sedersi sull'erba, senza un apparente motivo, per poi rimanere lì, ad aspettare qualcosa senza aspettarsi poi nulla. Si resta in silenzio ad ascoltare qualsiasi cosa voglia farsi sentire, fino al punto da riuscire a sentire quel grillo che frinisce in qualche angolo di prato e in lontananza il rumore delle campane di paese. 
Nel caso dell'ansia sociale, ascoltarsi significa abbandonare tutta la razionalità che utilizziamo per arginare il fiume d'angoscia sempre sul punto di esondare, rinunciare alle sovrastrutture fatte di pregiudizi e non accontentarsi più delle risposte facili che quotidianamente l'ansia sociale ci propina come una pappa riscaldata troppe volte. Ascoltarsi significa cercare di capire perché si sta male in quel determinato momento, ponendo domande e poi facendo silenzio, lasciando che il corpo e la mente rispondano. All'inizio riusciremo solo a comunicare con l'angoscia e solo in termini quantitativi, arrivando a cogliere un picco di paura maggiore nell'incontro con l'evento che ha provocato la crisi. C'è sempre un motivo molto preciso per cui stiamo male, ma spesso l'ansia è talmente rumorosa e pervasiva da impedirci di individuare quel nucleo problematico. In un secondo momento riusciremo anche a distinguere le singole sensazioni che compongono l'angoscia: vergogna, rabbia, impotenza, paura, imbarazzo e talvolta, molto in fondo, addirittura gioia, felicità, entusiasmo. Non sempre, infatti, tutto quello che etichettiamo come paura è davvero tale. Anche situazioni che ci rendono felici sono nascoste dalla spessa coperta di ansia che ci fa da leitmotiv esistenziale. Quindi bisogna imparare a fare silenzio e ad ascoltare oltre il rumore, per capire che siamo più della nostra paura e che a volte abbiamo paura di ciò che desideriamo. L'ansia sociale ci da' questo compito che diventa presto un dono, perché ci renderà più ricchi e sensibili a noi stessi, capaci di collaborare con la nostra mente per capire cosa vogliamo davvero di momento in momento e di quanto possiamo osare senza crollare nel panico, trasformando quindi un limite, la paura, in un termometro emozionale capace di orientarci nelle nostre scelte. Inoltre, riusciremo ad intuire quegli stessi guizzi di coda dei pesci rossi anche negli sguardi, nei gesti e nelle parole degli altri. Ancora una volta, quindi, la parola è la stessa: kyngyosukui.
Duille


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