venerdì 22 aprile 2016

Amleto e le sue groupies

Questo è il quattrocentesimo anno dalla morte del più prolifico scrittore mai esistito sulla faccia della Terra prima dell'invenzione della Red Bull, l'uomo dall'instancabile pennino, colui la cui sconfinata bibliografia non entra dentro una libreria, il poeta di cui tutti conoscono almeno un verso, lui, il solo ed inimitabile William Shakespeare. 
Io sono sempre stata una grande fan del Bardo e dei suoi quattro peli in testa e quando ho saputo che avrebbero proiettato al cinema lo spettacolo teatrale del suo lavoro più famoso, l'Amleto, registrato niente di meno che al National Theatre di Londra, e per di più in lingua originale sottotitolata, sono dovuta andare a vederlo, pena la morte per annegamento nella mia acquolina. Così l'altro ieri, io e la mia copia sgualcita dell'Amleto, comprata quando ero ancora una liceale e letta almeno un migliaio di volte, ci siamo avviate alla volta del cinema più vicino. Non ero mai stata al cinema a vedere uno spettacolo teatrale, e tantomeno per vedere una proiezione in lingua originale, quindi ero contemporaneamente eccitatissima e preoccupatissima all'idea di non riuscire ad essere sufficientemente veloce per seguire testo e immagini. Ovviamente noi amanti dei bevitori di té dell'epoca elisabettiana siamo stati stipati in una minuscola saletta, dove eravamo comunque pochi, circa una trentina, di tutte le età e di tutti i colori di capelli, compresi degli spumeggianti capelli rosa ostentati con disinvoltura da una ragazza di 16 anni che è diventata seduta stante la mia eroina. Io invece ero seduta accanto all'entusiasta di turno, che manifestava preoccupanti segni di fanatismo religioso in una combo micidiale: infatti temo che la suddetta compagna di sedile non fosse lì solo per vedere impazzire Amleto, ma anche per far infuocare i suoi lombi (per citare Amy Farah Fowler) alla vista del suo interprete, Benedict Cumberbatch. Quindi, mentre aspettavamo l'inizio del film, non faceva altro che trillare felice sulla sedia come un fringuello in amore, osannando la bravura del meraviglioso Benedict, ammirandone la modestia, invidiando tutti coloro che avevano avuto l'onore anche solo di toccare la maniglia un secondo dopo lo splendido Benedict. Io, dal canto mio, non sono una fan di Sherlock, quindi il "maestoso Benedict" lo conoscevo solo per The Imitation Game. Non ero di certo una groupie come il fringuello cinguettante accanto a me. Comunque, una volta spente le luci, ho dimenticato tutto, compresi i respiri vistosamente trattenuti di Miss Fringuello davanti alle scene fondamentali, perché quello a cui ho assistito è stata un'esperienza mistica. Avete presente quelle esperienze che vi lasciano a bocca aperta, quelle situazioni che sapete già non avrete parole adeguate per descrivere, quelle cose che, mentre vi assistete, sentite che vi sono entrate dentro al punto da avervi cambiato? Ecco. 
Questo è quello che è successo. Perché questo adattamento dell'Amleto è quanto di più bello, più struggente, più maestoso e più vivo io abbia mai visto. Potrei parlarvi per ore della regia curatissima, delle scenografie incredibilmente dettagliate, delle scelte di abbigliamento che sovrappongono le epoche, degli attori mostruosamente bravi, e comunque non basterebbe. Quello che posso però raccontarvi, nel tentativo di farvi capire quanto sia bella quest'opera, è ciò che ho sentito durante la visione di questo capolavoro. Ciò che ho vissuto è stato un totale coinvolgimento nell'opera, un'immedesimazione totale in quei personaggi che avvampavano e incenerivano come fiammiferi, guidati dal vero protagonista di questo adattamento: l'emozione. Il cuore di questo Amleto, d'altronde, è proprio l'emozione, è il fil rouge che trascina i personaggi come fili di marionette, e ciò in cui quest'opera è riuscita è farci sentire quelle emozioni come se fossero nostre, diventando tutti un po' Amleto, Ofelia, Gertrude, Orazio, Laerte. Tutto ruota intorno al dolore, che spezza la voce e accartoccia i corpi come foglie secche, che stropiccia le mani di Ofelia e che è così ingombrante da togliere il respiro, che svuota di senso il corpo con un cucchiaino e che fa appassire il mondo come un fiore avvizzito. Ciò che ci viene esaltata in tutta la sua drammaticità è la corsa di Amleto incontro alle braccia aperte della morte e, in questo suo correre cieco, l'abbandono di tutti gli ormeggi che potrebbero salvarlo, quei legami, di amicizia e di amore, che rifiuta in nome di una spinta mortifera che lo fa oscillare tra la vita e la morte, tra l'abbandono al dolore e l'avvampante vendetta, tra l'essere e il non essere. Amleto cederà alla vendetta, mentre Ofelia, fragile creatura fatta di vapore, si spezzerà in mille frammenti, scegliendo la morte come ultimo gesto di sanità in un mondo interiore ormai corroso dal dolore. La maestosità dell'adattamento di Lindsey Turner è proprio il riuscire ad esaltare in ogni modo queste emozioni, ad esempio sfruttando una scenografia pulita nel primo atto e coperta di cenere nel secondo, valorizzando l'interpretazione carica di sentimento degli attori, rendendo superflua una collocazione storica del dramma, optando invece per un pout-pourri di abiti che attingono contemporaneamente a più epoche, quasi a sottolineare l'universalità di quel sentire, che è poi l'universalità del grande maestro inglese. 
Ed è terribilmente efficace, perché noi spettatori lo sentiamo tutto, questo vuoto che avvampa come una tanica di cherosene al contatto col fuoco, e ci sentiamo perdere anche noi, vediamo il dolore negli occhi scarnificati di Amleto, che scava anche i nostri occhi, nella rabbia che gli tira i tendini e che smuove anche noi, negli sguardi persi nel vuoto con cui si interroga, che ci dà un attimo di  tregua, nel capo basso di Ofelia, che schiaccia anche noi. Mi sono ritrovata così coinvolta da arrivare, mio malgrado, a sperare in un momento di svolta, una deviazione da quella corsa verso l'inevitabile abisso, che Amleto si accorgesse di uno sguardo, di una mano tesa, di una luce in quell'oscurità rossa in cui era piombato. Una speranza utopica, lo so bene, ma non potevo accettare che quelle vite, che in quel momento sentivo così adese a me, potessero essere spezzate in questo modo insensato. In questo adattamento di Amleto, quindi, tutto funziona con una perfetta sinergia e gli attori sono così naturali da rendere ogni parola vera e ogni gesto autentico e spontaneo, al punto di farci dimenticare che, in fondo, stiamo solo vedendo un dramma teatrale. E' l'effetto catartico descritto dai greci, l'annullare per un attimo la barriera della finzione e rendere tutto vero. In questo caso, il Vero di Amleto, che è anche il nostro vero, esibisce cuori strappati dal petto e portati in punta di mano, come quel teschio di Yorick su cui Amleto rifletterà in una scena di struggente bellezza. Lo strazio del dolore, l'impossibile redenzione, l'inevitabilità delle azioni e le sue conseguenze, il male che scava e rende ciechi, questa è la storia di Amleto. La bravura degli attori non fa altro che trascinarci con loro in quel baratro, perdere il senno e spezzarci il cuore, per poi uscirne più stanchi, ma ancora pieni di meraviglia. 
In fondo è questa la magia del teatro. O forse, è questa la magia di Shakespeare. E d'accordo, la groupie aveva ragione, è anche la magia di Benedict Cumberbatch! 

Duille 


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