domenica 9 ottobre 2016

Il silenzio di Fuocoammare

Ci sono storie che, per essere raccontate, esigono il silenzio. Nessuna musica, nessuna colonna sonora a commuovere, nessuna voce fuori campo. Solo il silenzio e, naturalmente, il rumore del mare. Perché alcune storie sono così piene di tutto, del mondo fuori, fatto di salsedine e pelle bruciata, e del mondo dentro, fatto di gioia, dolore e speranza, che l'unica cosa importante è avere gli occhi aperti e l'armatura abbassata.
Queste sono le uniche indicazioni necessarie per capire cosa Fuocoammare sia: uno sguardo puro su un frammento di mondo che, per essere compreso, esige di essere nudi davanti allo schermo. Vincitore dell'Orso d'oro come miglior film al festival di Berlino e futuro rappresentante italiano agli Oscar 2017, Fuocoammare è un film di connessione: unisce i pezzi di un Italia che si ostina a dividersi in compartimenti stagni, sostenuto dai media che propongono "il problema dei profughi" come qualcosa d'altro, separato e spesso distante, che non ci riguarda davvero. Il film, invece, prende quel pezzo di puzzle e lo rimette al suo posto, all'interno del cerchio della vita di un popolo, quello italiano, ricordandoci che quella che vediamo non è la loro storia, ma la nostra. Perché, nel momento in cui queste persone arrivano nel nostro mare, diventano parte di noi, entreranno nei nostri libri, nelle nostre conversazioni, nella nostra politica ma, soprattutto, nei nostri occhi e nella nostra anima. Fuocoammare restituisce il fuoco ad un fenomeno che tendiamo ad ignorare, spesso per proteggerci dal dolore, a volte per paura, troppo spesso per quel pungente senso d'impotenza che ci divora dentro e che ci spinge a voltare la testa. Ma quindi Fuocoammare è un racconto sui profughi? No, è la storia di Lampedusa, fatta di sbarchi disperati sui barconi fatiscenti, sguardi gravi che hanno finito le lacrime, di uomini morti e uomini vivi, di identità rappresentate solo da un numero ed un luogo di origine, ma è anche la storia di Samuele, che cresce nella sua terra costruendo fionde e lottando con un occhio pigro, della signora Maria, che pulisce casa e prenota canzoni alla radio locale, di Francesco, che si tuffa in cerca di ricci nel mare mosso dell'isola, e di nonna Maria (un'altra Maria) che, mentre rammenda, racconta a Samuele della guerra e di quando i razzi luminosi lanciati in aria facevano brillare il mare di rosso, come fosse infuocato.


Fuocoammare è il ritratto dell'isola in un'epoca precisa, e fatta dell'intreccio di tradizioni, di storie, di cultura, di canti e di vite con origini geografiche diverse ma tutte unite dal mare, che uccide ma che è anche fonte di speranza. Speranza di lavoro per i Lampedusani, tradizionalmente destinati a diventare marinai, e speranza di una nuova vita per i profughi che si ritrovano ad attraversarlo. Vite che inevitabilmente s'incontrano, come nel caso del medico Pietro Bartolo, che dirige il poliambulatorio locale, occupandosi di Samuele e della sua ansia, e salvando vite africane o, più spesso, cercando di dare un nome ai cadaveri di chi, in quel mare, ci è morto. Singole vite che s'intrecciano quindi, talvolta di sfuggita, talvolta toccandosi, ma tutti uniti dal mare, dalla speranza. E dal silenzio.
Perché in questo film l'immagine è tutto e la parola perde consistenza fino ad estinguersi nel ruggito del mare, nel vento tra gli arbusti, nella selvaticità della natura lampedusana, assumendo i tratti di un documentario naturalistico, che osserva l'animale uomo senza commentarlo, perché di questi animali comprendiamo ogni sfumatura. Così ogni spiegazione diventa superflua, stona come potrebbe stonare la musica e si preferisce mostrare senza abbellire o imbruttire. Verità in fotogrammi mobili. In fondo, è tutto così dannatamente evidente che mi domando se ci sia davvero bisogno di dire altro. Non è chiaro lo sguardo del medico mentre racconta lo strazio delle autopsie fatte ai bambini deceduti per identificarli? Non è evidente la stanchezza, la fatica grave, come i tasti neri di un pianoforte, nei corpi degli addetti della Guardia Marina che si stagliano davanti al mare, infagottati nelle loro tute bianche, in una rassegnata e spossata attesa del prossimo salvataggio? Non è palese la storia di tormenti incrostata sul corpo di quell'uomo africano che respira a fatica sul pavimento della chiatta di salvataggio? Non è straziantemente chiaro il dolore su quel petto che si solleva e abbassa compulsivamente, come se cercasse di aggrapparsi alla vita in quei pochi, faticosi respiri? Il sale delle lacrime che si mischia al sale del mare, non è forse tragicamente familiare? E il pianto disperato della donna seduta in mezzo ai salvati, distrutta pur essendo viva? E' davvero importante sapere perché pianga? Conta davvero sapere chi ha perso? Non è incredibilmente facile capirla, pur non sapendo nulla di lei, pur riconoscendola come "altro da sé", come diversa? Fuocoammare ci ricorda l'ovvio, ovvero che siamo tutti esseri appartenenti alla stessa specie, ci capiamo senza parlare perché condividiamo lo stesso codice emotivo, perché siamo fatti della stessa fibra di carne e sangue, perché abbiamo una genetica comune adattata ad ambienti diversi. Siamo uguali e per questo ci capiamo senza bisogno di spiegazioni. Basta guardare. Basta guardarci. Alla fine, tutto si riduce a questo: rimettere tutto a fuoco, una terra, una nazione, delle vite, una specie. Ed è ancora Fuocoammare, o forse, anche un po' Fuocoamore.

Duille


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