sabato 1 ottobre 2016

Quando arrivò il primo giorno di università...

L’imminenza di ottobre, quest’anno, mi ha reso nostalgica. Ora che sono neolaureata, ovvero disoccupata e con un titolo che al massimo potrà fare bella figura su un muro della mia cameretta, non dovrò più iniziare i corsi, quindi niente più corsa alle fotocopie, niente quarto d’ora accademico e niente annegamenti in scartoffie burocratiche che ti fanno rimpiangere di essere nato.
Ma, mentre questa settimana mi dilettavo in questo crogiolo di deliziosa melanconia, si è palesata in me questa domanda: vi ho mai raccontato del mio primo giorno di università? Una domanda alla papà castoro, ve lo concedo, ma che apre le porte ad uno dei miei tragicomici ricordi di vita, comici adesso, ma vi assicuro, assolutamente tragici all’epoca. La mia esperienza di avvio universitario è stata, ovviamente, traumatica: direi che, a livello emotivo, è paragonabile alla sensazione provata da Maria Antonietta all’annuncio che il suo collo di lì a poco non sarebbe più stato gravato dall’ingombrante peso della sua testa. Neanche a dirlo, di questa deliziosa sfumatura emotiva devo ringraziare lei, l’ansia sociale, che mi ha sempre fatto da Vermilinguo in tutti i migliori momenti della mia vita, rendendoli immediatamente i peggiori, come un cupcake al gusto “rutto di orco”. Prima di tutto, dovete sapere che il mio primo giorno di università fu formato da due giorni (due giorni di passione, nel senso biblico del termine), nessuno dei quali coincise con il primo giorno ufficiale. Mi spiego meglio: il mercoledì di quella settimana era previsto un “incontro di orientamento” per le matricole di psicologia che, secondo la mia logica, doveva essere la mattinata inaugurale dei corsi, i quali, sempre secondo la mia logica, sarebbero quindi dovuti iniziare il giorno dopo. Mi recai quindi all’incontro in modalità omino di latta caricato a polvere da sparo: occhi sgranati, cuore a tamburo, corpo ridotto ad un ciocco di legno, elettricità endovenosa e ascelle trasformate in doccioni di Notre Dome. Normale amministrazione per un’ansiosa sociale, come sappiamo. Dell’orientamento non ricordo quasi nulla, ad essere sincera, il che mi fa presupporre che fosse utile quanto un colino in mezzo al deserto, ma ero comunque vagamente fiera di me per essere riuscita a presentarmi senza farmi esplodere le coronarie. La situazione però precipitò quando sentii questa conversazione (liberamente ispirata all’originale) arrivare da alcuni colleghi davanti a me:
- Allora, hai già recuperato i libri che ci hanno consigliato ieri? –
- Ma va, mica ho avuto tempo! Hai visto che orari avevamo? E oggi pomeriggio abbiamo ancora lezione fino alle sei, mi sa che in libreria ci andrò nel weekend. –
- Come prima settimana di lezione, è stato un casino. –
Da quel momento, signori, il panico: urla nelle strade venose, saccheggi di televisori nei negozi, paranoiche cellule che finalmente tiravano fuori le chiavi del bunker antiatomico in cui avevano immagazzinato montagne di scatolette per gatti, le autorità corporee che non riuscivano a gestire l’ondata di paura dilagante e qualche sparuta cellula ad un passo dalla mitosi che, fumandosi l’ultima sigaretta, annunciava uno sconfortante “tanto moriremo tutti”. Una situazione alla the day after tomorrow in cui tutto il sistema generale andò in tilt lasciandomi irrigidita come un ghiacciolo all’anice, gli occhi vitrei tipo bambino davanti ad un’animella, il  cuore che dallo stupore smise di pompare e i polmoni che, non sapendo cosa fare, pensarono bene di trattenere il fiato, collaborando alla mia trasmutazione in statua vivente. Il mio cervello a quel punto entrò in azione attivando la sirena delle calamità naturali e convocando il consiglio di gabinetto per salvare il salvabile e portarmi a casa prima del crollo delle ultime dighe e la mia conseguente digievoluzione in urlo di Munch.
Tutto ciò perché avevo appena scoperto che le lezioni erano già iniziate da quel lunedì e quindi io, matricola fresca di diploma e con l’aggravante di una psiche solida quanto uno stuzzicadenti che sorregge un elefante, avevo già perso tre giorni di lezione. Tre giorni di lezione che, nella mia mente bacata da ansiosa, sentenziavano irrimediabilmente la mia morte sociale, il rogo di ogni mia speranza di integrazione, un destino da emarginata sociale che mi avrebbe reso presto una barbona senza amici e senza libri. Mentre il gabinetto di guerra cercava di radunare le forze per non farmi abbandonare dal sistema muscolo-scheletrico, l’ansia sociale naturalmente sguazzava nella situazione bullizzandomi senza pietà, ricordandomi come questa fosse la dimostrazione del mio essere un fallimento come persona, studentessa e portatrice di cervello e snocciolandomi un futuro apocalittico, fatto di attacchi d’ansia ad ogni nuova lezione, di solitudine, di sessioni d’esame a cui non mi sarei presentata, per finire con un abbandono definitivo della mia incipiente carriera accademica e successivo eremitaggio sotto la scrivania come un pipistrello particolarmente grosso. L’ansia mi dava tre mesi di vita come studente, e vi assicuro, io le credetti. Il mio sistema di emergenza brevettato però riuscì nell’intento di farmi arrivare tra le mura domestiche senza troppi effetti collaterali: solo una faccia della consistenza e del colore di una mozzarella e le sopracciglia che tentavano di rappresentare un’iperbole del mio stato interiore in forma grafica. Passai tutto il pomeriggio di quel giorno a piangere sul letto, rannicchiata a gamberetto, ripetendomi tra una tirata di naso e uno strombazzamento nel fazzoletto che non ce l’avrei mai fatta, che ero una fallita e che ero pazza a pensare che sarei riuscita a combinare qualcosa di decente nella mia vita che andasse oltre al piangere o al fungere da cavia per qualche esperimento per combattere l’ansia. In realtà, visto da fuori penso che si capisse molto poco di quello che stavo dicendo, dato che la mia voce aveva la consistenza di quella emessa da un cellulare nel bel mezzo di una galleria, ma vi assicuro che l’effetto era tutt’altro che piacevole.
Il giorno dopo la situazione era da postumi di una sbronza: occhi a panda, sguardo stanco, capello depresso e un’intera giornata di lezioni davanti, la prima della mia carriera per me, la quarta per tutti gli altri. Avevo il morale a terra, il mio inizio universitario era stato quanto di più disastroso potesse esserci al mondo e i miei livelli di autostima erano ai minimi storici. Tenendo conto che, anche nelle mie giornate migliori, il mio stimometro non superava i livelli di uno studente a cui avevano calato i pantaloni davanti alla classe, direi che ero messa proprio male. Ero in piena sindrome post traumatica e dovevo ancora iniziare! “Siamo messi bene”, pensai. Nonostante ciò, ormai mi ero iscritta, avevo fatto un esame e avevo pagato la retta, quindi non sentivo di avere molta scelta: dovevo andare a lezione. Mi caricai la mia ansia sulle spalle e andai a seguire le prime lezioni della mia vita, rassegnata al mio destino di dolore. I pronostici dell’ansia erano chiari: niente amici, niente successi accademici, fiorire di attacchi d’ansia, brufoli e senso di inadeguatezza, e alla fine della mattinata sembrava proprio che Nostradamus ci stesse azzeccando. Ricordo che, in attesa dell’inizio della lezione del pomeriggio, sedevo sui gradini antistanti l’aula guardando le persone intorno a me, alla ricerca di qualche anima solitaria che, in quattro giorni, non fosse riuscita ancora ad inserirsi. Cercavo i classici disadattati che potessero considerare pittoresca la mia continua tremarella e la mia faccia da cucciolo di foca. Analizzavo i miei compagni ai raggi x, facendo una stima della loro inaccessibilità (perché fare una stima dell’accessibilità significava darmi già troppe chance, chance che, ricordo, non avevo in quanto marcata dalla lettera scarlatta della sfigaggine innata). Quando si sono aperte le porte dell’aula, sono stata una delle prime ad entrare, solo per scoprire che il professore era in ritardo e quindi avremmo dovuto aspettare. Nel momento in cui mi girai per andarmene, finii letteralmente addosso ad una ragazza con una maglia giallo canarino e ricci castani. In quel momento, la disperazione deve aver preso il sopravvento, perché mi ritrovai a parlarle, spiegandole la situazione e, miracolosamente, io non morii e lei non scappò come se avesse visto lo yeti. Anzi, si mise  a chiacchierare con me e nel giro di un nanosecondo scoprii che anche lei aveva fatto l’errore di confondere l’incontro di orientamento con il primo giorno e, a peggiorare le cose, aveva saltato anche la lezione del mattino, a cui avevo preso parte, perché aveva sbagliato l’aula. Era riuscita a fare peggio di me, senza l’aggravante della crisi isterica nelle segrete di casa a cui io invece mi ero abbandonata. E’ stato quindi a partire da un errore che ho conosciuto quella che è poi diventata la mia migliore amica, che ho poi ribattezzato Dory, per evidenti motivi. Questo episodio mi ha insegnato una lezione importante: un errore può essere un’opportunità e, in quanto potenziale vantaggio, cessa in automatico di essere un errore. Non vi preoccupate però, ho allegramente ignorato questa lezione per il resto dei miei anni accademici.

Duille




12 commenti:

  1. Ho scoperto il tuo blog da poco, ma già lo amo.
    Mi ritrovo in tantissime delle cose di cui parli.
    Specialmente in questo post!! Il mio inizio all'università è stato caotico e anche disastroso. Però mi manca tantissimo l'università, spero di riuscire a riprendere per continuare quello che ho iniziato, prima o poi.
    Complimenti ancora per il blog e scrivi benissimo!
    Mi aggiungo alla cerchia di persone affette da ansia sociale e continuo a seguire i tuoi post :)
    A presto
    Ari

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    1. Ciao fanciulla! Benvenuta! Grazie mille per i complimenti, sei davvero carina! Spero che tu possa trovare in questo blog un luogo in cui sentirti a casa e condividere anche le tue esperienze! :D Quindi anche per te è stato un inizio faticoso? In effetti sono dei passaggi un po' traumatici per persone come noi. Mi spiace sentire che hai dovuto sospendere per un po' l'università, spero che non sia proprio a causa dello stress che può causare! Comunque le pause a volte sono proprio quello che servono! Anche io ho allungato di parecchio il mio percorso perché in certi momenti era davvero tutto troppo intenso! Posso chiederti cosa studiavi? Nel frattempo ti mando un grosso bacio e benvenuta tra gli steli d'erba! :D

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    2. Studiavo Conservazione dei beni culturali, anche se non era una delle opzioni che avevo vagliato all'inizio. Mi piaceva comunque però.
      Purtroppo ho dovuto lasciare per problemi economici e di salute (a questi ultimi a contribuito anche l'ansia!!)
      Spero di riprendere prima o poi :)

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    3. Conservazione dei beni culturali...che bello! Allora hai un animo artistico! Io non sono un'esperta della materia, quindi perdonami se mi viene la più scontata delle associazioni, ovvero quella del restauro! So che è un mondo molto più vasto di quello che conosco, ma anche la mia ignoranza è particolarmente vasta! Mi spiace che tutti questi problemi ti abbiano fermata! Non demordere però, il mio motto (che fa un po' schifo, ma con me funziona) è "Non è finita finché non è finita". ;)

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  2. Sei fantastica! :)
    In cosa sei laureata? Comunque, lasciami dire che sei l'unica a tenermi incollata allo schermo per post così lunghi. Racconti meravigliosamente, mi coinvolgi tantissimo nel racconto e riesco a visualizzare perfettamente le scene. Non annoi, anzi fai divertire un sacco - anche se capisco che di divertente, in quei momenti, tu non ci trovassi nulla. :)

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    1. Ahahahah! Ridi pure, fai benissimo, perché è una delle chiavi della nostra salute mentale: ridere in faccia all'ansia, quando si può. Certo, in quel momento mi sembrava mi stesse cascando il mondo addosso e se qualcuno mi avesse detto "ridi che ti passa", gli avrei probabilmente tirato una padellata in faccia, ma adesso, che di distanza ce n'è parecchia, riesco davvero a vedere l'ironia della cosa. Secondo me, tra l'altro, è molto terapeutico e depotenzia il potere dell'ansia! Parola di neolaureata in Psicologia! ;)

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  3. Cara Duille, adoro il modo in cui scrivi e racconti le cose! ❤
    Io sto progettando di andare all'università, ma dovrò aspettare la prossima estate perché la facoltà che mi interessa è a numero chiuso, ma questo tuo racconto mi ha lasciata con un po' di timore perché, conoscendomi, in un mare di gente e aule, potrei sbagliare anche io - già lo so!

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    1. Ciao Silvia! Grazie per i complimenti e in bocca al lupo per il tuo futuro ingresso in università! Io l'ho trovata una bellissima esperienza e spero che anche per te lo sia! Detesto le facoltà a numero chiuso, anche la mia lo era, infatti ho dovuto sostenere un test di ammissione, che ho passato ma che, diciamocelo, è abbastanza inutile! Non ti preoccupare però, sappi che essere matricola significa anche sbagliare le aule, dimenticarsi gli orari e incasinarsi con la burocrazia. Basta che ti ricordi: 1- che non sei l'unica a fare questo genere di gaffe (vedi me e la mia amica), 2- che l'università non è il liceo e quindi nessuno ti dice niente se salti qualche lezione e 3- che probabilmente l'università ti regalerà una utilissima cartina orientativa! Io sono sopravvissuta tutto il mio primo anno così, soprattutto visto che ho frequentato in un'altra città che non conoscevo affatto! Se ce l'ho fatta io, sono certa che ce la farai anche tu! ;) Posso fare la curiosona e chiederti cosa vorresti frequentare? Nel frattempo ti mando un bacione! Spero di sentirti prestissimo! :D

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  4. Ciao! Da quando ho scoperto il tuo blog, ti seguo sempre, e aspetto con trepidazione la pubblicazione di un tuo post! Mi immedesimo spesso in quello che scrivi, perché l'ansia sociale è spesso anche la mia compagna in questo viaggio chiamato vita. Mi piace moltissimo come ti esprimi e i paragoni che usi sono fantastici, mi strappano sempre un sorriso. :-)

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    1. Wow, mi aspetti con trepidazione? Sul serio? Pazzesco! E io che credevo che non mi leggesse nessuno! :D Non sai che piacere mi fa leggere questo tuo commento! In realtà un po' ci conosciamo, mi sembra che di tanto in tanto commenti le cose che scrivo anche su facebook, vero? Sono davvero contenta che tu abbia voluto lasciare un tuo segno anche qui sul blog, perché questa è un po' anche casa tua, come di tutte le persone che vivono in questo sregolato mondo dell'ansia sociale! :D Grazie mille per i complimenti fanciulla! Spero di leggere presto altri tuoi commenti! ;)

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  5. Ciao cara! :)
    Il mio primo giorno di università non è stato poi così tremendo, perchè all'epoca la mia ansia sociale era come assopita. Il disastro è iniziato durante il secondo semestre del primo anno! :/ Ora sono al terzo e devo dire che tra piccole paranoie ( come la fila e il posto in cui mi devo sedere in aula) e quotidiani momenti di panico per le cose più stupide, sto sopravvivendo. Ciò che mi spinge ad andare avanti è che amo in modo viscerale quello che studio!
    Che poi il problema, almeno per me, non sono gli esami o la paura per il futuro, tutto ciò mi spaventa relativamente. Il mio problema sono le lezioni. Perchè c'è la GENTE! ;D
    I tuoi post mi fanno tanto bene, continua così! :3

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    1. Ciao Adele, guarda, ti capisco benissimo! Anche io prestavo particolare attenzione al posto in cui mi sedevo a lezione. Era rassicurante sapere che esisteva il terzo posto esterno della quarta fila. Mi dava una sensazione di controllo in questo mondo pieno di gente!!! E si sa, la gente mette ansia! E' imprevedibile e ti scompensa in continuazione. Anche io, come te, amavo profondamente la materia che avevo scelto e questo mi ha spronato a non mollare, ma è stata dura tirare avanti, almeno per i primi tre anni! Sai cosa mi piace di questo blog in cui ci scambiamo le nostre storie? Il fatto di sapere di non essere l'unica ad avere delle piccole fissazioni. E' incredibilmente rassicurante! Quasi quanto quel posto fisso che occupavo sempre! ;) Grazie per le belle parole e per avermi stuzzicato un paio di idee! :D

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