domenica 1 luglio 2018

Capitolo 25: I Parassiti

Ci sono tanti motivi che ci spingono ad iniziare un libro: curiosità, passione, noia, amicizia o l'evergreen di tutti i tempi, il bisogno di farne qualcosa di sé mentre si è in una sessione particolarmente lunga al gabinetto. Nonostante l'incipit di questo nuovo incontro possa non sempre essere poetico e romantico, alla fine il risultato sarà lo stesso: lasciare che il libro ci dia una chance e ci racconti la sua storia, sperando che noi, seduti sul nostro trono di porcellana, possiamo coglierne il messaggio.
Nel mio caso, l'incontro con I Parassiti, di Daphne du Maurier, è stato dettato da un motivo meno nobile del colpo di fulmine ma di certo più raccontabile rispetto al momento di rumba intestinale. La mia avventura con questo romanzo dallo sguardo altero e dalla compattezza monolitica, è iniziata grazie ad un invito indiretto di una splendida amica, Julia (qui il link al suo post: in omnia paratus) ed io mi ci sono buttata dentro con tutta la determinazione che l'affetto può conferire e con l'ignoranza propria di un bambino che impara a scrivere le prime aste sul quaderno a quadrettoni grandi. Che è un modo carino per dire che su questo libro ne sapevo quanto una pecora di fisica quantistica (o anche quanto IO ne so di fisica quantistica....quindi, se Socrate non ci inganna, questo fa di me una pecora, giusto?) I Parassiti si sono quindi dischiusi davanti ai miei occhi, trascinandomi in un mondo che, già dal titolo e dalla copertina, prometteva più variazioni di grigio di una vecchia stampante. Il romanzo ci racconta la vita di una famiglia di artisti, i Delaney, che vive calcando i palcoscenici di tutto il mondo e viene venerata dal pubblico per il suo incredibile talento. E' una famiglia immersa nell'arte fino a sfumarvisi dentro, addirittura ebbra di arte, come un babà al Rhum. I coniugi Delaney sono tumultuosi, turbinosi, luccicanti come un racconto di Fitzgerald, un tripudio di ori e di forme perfette, come un quadro di Klimt. Sono l'emblema dell'art for art's sake. Insieme a loro volteggiano i 3 figli, Maria, Niall e Celia, che pur essendo i protagonisti di questo romanzo, non sembrano essere i protagonisti della loro storia. I tre  fratelli vivono nel riflesso della luce dei genitori, lottano per entrare nel quadro, per essere dipinti, per essere guardati dai genitori nello stesso modo in cui questi guardano l'arte. I giovani Delaney narrano la storia di questo romanzo ma non sembrano accorgersene perché il loro sguardo è sempre altrove, teso ad aggirare un vuoto di cui nessuno parla, ma che di pagina in pagina si fa sempre più evidente, più ingombrante, più imbarazzante per il lettore, che sembra essere l'unico a notarlo. E' in virtù di questo vuoto che il lettore non riuscirà mai a condannare i tre protagonisti, pur non potendo identificarsi in essi, pur disapprovandone comportamenti, egoismi, narcisismi e distorti equilibri su cui si poggiano le loro relazioni. Infatti sotto tutti quei lustrini e quegli egoismi, si percepirà forte la solitudine, la domanda mai fatta ma che ha scavato dentro un vuoto innominabile. I tre protagonisti crescono intorno a questo buco di cui non sanno parlare, gravitano intorno ad una verità che non sono in grado di vedere e che guida ogni loro passo. Agganciati, ciascuno in un modo unico, alla storia familiare, a quei genitori che erano soprattutto artisti, vivono una vita che non è la loro, rincorrendo la risposta ad una domanda che, di fatto, è riposta nei luoghi sbagliati. E così si crea un gioco di sostituzioni, in cui l'amore si sostituisce con l'arte, nella disperata speranza che diventando tutto Arte, si sarà finalmente amati, si sarà visti, si sarà scelti. L'arte diventa un surrogato dell'amore in questa narrazione, la porta d'oro che dovrebbe rimuovere quel fischio sordo nel centro del petto, che dovrebbe completare.  
Entrarci tutti dentro, per sentirsi sempre un passo fuori, o non entrarci affatto, per rendersi indispensabili a quel genitore che amava ma da cui non si era mai scelti, diventa l'unico modo per sopravvivere, l'unica risposta possibile per arginare il vuoto. In questo modo, Maria, Niall e Celia diventano parassiti, che si cibano di tutto e di tutti senza potersi mai saziare, eterne solitudini che s'incastrano tra loro in modo famelico, amandosi solo per il loro essere riflesso di altro e arrivando quindi a non riconoscersi vicendevolmente nella loro irriducibile unicità, come d'altronde accadeva da bambini. Tutto questo dolore sotterraneo e strisciante è magistralmente diretto e padroneggiato dalla scrittura dell'autrice, dalle scelte stilistiche e di costruzione del romanzo, che di fatto è un grande memoriale soggettivo dei tre narratori. L'autrice allude senza mai rivelare, sfida il lettore, lo invita a ragionare, dissemina briciole lungo il percorso, a partire dalla voce narrante, decisamente inusuale ed estremamente originale, dato che si tratta di una narrazione corale in cui le voci dei tre narratori spesso si intrecciano fino a fondersi in un indifferenziato "noi" che sembra rappresentare alla perfezione questa loro impossibilità di esistere al di fuori dell'immagine familiare, di essere individualità. Si tratta quindi di un romanzo che non punta tanto sugli eventi, quanto sulla psicologia dei personaggi, che ci vengono presentati così come essi si vedono, e che costringe così il lettore ad un accurato ascolto delle parole, dei ricordi, dei non detti, delle verità nascoste tra le righe e rivelate più dagli agiti dei personaggi che da un vero esame di coscienza. E' un libro che richiede pazienza, attenzione e rispetto, perché non palesa mai niente, non esplicita niente, non spiega quasi niente. E' un romanzo che si co-costruisce insieme al lettore, che è invitato ad intessere, tra le trame della narrazione, la propria visione della storia, fino a darle un significato del tutto personale. In questo modo, I Parassiti diventa una moltitudine di storie in un solo romanzo, l'intreccio di sguardo e penna, un labirinto di cui si è invitati a trovare il centro e, in ultima analisi, una storia nuova ad ogni sguardo che vorrà avventurarvisi.
Duille

"I vecchi tempi erano meglio. I bei tempi passati dei duelli. Un calice da vino che andava in pezzi. Una macchia di vino su un foulard di pizzo. Una mano sull'impugnatura della spada. Domani? Sì, all'alba... Nel frattempo non facciamo nulla. Occupiamoci della coscia di pollo." (p.294)

1 commento:

  1. Prima cosa: la foto che hai scattato tu è stupenda e soprattutto talmente adatta alle atmosfere del libro che non posso che farti omaggio di un solenne e rapito plauso, bravissima! E da questo primo complimento, dovrei sciorinarne un'altra mezza valangata. Intanto, per il semplice fatto che sei stata (almeno che io sappia) l'unica spavalda lettrice che si è fatta avanti tra queste pagine della Du Maurier, arrivando fino alla fine nonostante l'impaginazione larghissima ed i caratteri minuscoli. In secondo luogo, per questa tua attenta ed interessante recensione, che non solo trasmette perfettamente al lettore l'idea di cosa si troverà in mano se si avvicinerà a I parassiti, ma hai messo in luce alcune questioni cardine, che io ho trascurato, e sono quindi doppiamente felice nel vederle approfondite da te. Il discorso che hai portato avanti sull'arte e sulla famiglia, sui collegamenti profondi che questi due elementi hanno all'interno del romanzo della Du Maurier mi ha tenuta incollata allo schermo, facendomi riflettere una volta di più sulla complessità e sui tanti livelli contenuti tra le pagine che abbiamo letto. Perciò ti ringrazio, per questo e soprattutto per aver letto insieme a me questo mattoncino! :) spero tanto che capiteranno altre letture condivise, perché è stata proprio una bella esperienza. Un bacione!

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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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