domenica 28 gennaio 2018

Confessioni di un cuor di coniglio

Il mio rapporto con il giorno della memoria è diventato, di anno in anno, sempre più complicato, per motivi che non hanno nulla di ideologico. Per farla breve, potrei dire che ultimamente vivo una lotta intestina tra la mia razionalità, idealista e combattente che veste alla marinara, e il cuore che, negli anni, si è un po' usurato e, consumando il suo esoscheletro di adamantio, mi ha resa morbida come un panetto di burro e impressionabile come un pincher davanti ad un paio di piedi.
Infatti, come credo (spero) tutti, riconosco al Giorno della Memoria l'inestimabile valore storico e la funzione di ammonimento morale per le vecchie e nuove generazioni (perché, si sa, l'essere umano ha la memoria sorprendentemente corta), e seppur talvolta mi ritrovi ad essere critica nei confronti di una certa mancanza di completezza nei discorsi riguardanti quello che comunemente chiamiamo Olocausto (ma che, come sappiamo, non interessò solo gli ebrei - a riguardo vi invito a leggere la bella recensione letteraria di Tanto non Importa), di fatto sono da sempre una fervente sostenitrice di questo evento di ricordo collettivo, soprattutto adesso che, con il passare degli anni, sta perdendo la sua incandescenza e sta diventando sempre meno autobiografico e sempre più asetticamente didattico. D'altro canto però, ne sono spaventata a morte, diciamoci la verità, e il mio cuore egoista, il cui unico obiettivo degli ultimi anni sembra essere diventato quello di soffrire solo in caso di estrema necessità, mi fa notare che sono già sufficientemente sensibilizzata sull'argomento da potermi dare assente giustificata perché "troppo soffice" e che, in fondo, a volte l'ignoranza è una benedizione, soprattutto se non puoi cambiare le cose. Insomma, Cartesio mi avrebbe eretto una statua. Tra l'altro, tutto ciò potrebbe suonare strano detto da me, che ho sempre sostenuto che l'unico modo per incidere davvero il messaggio sulle ossa delle nuove generazioni, fosse quello di puntare tutto sull'emozione. Temo che il problema sia solo che sto invecchiando e il mio cuoricino spugnoso non regge più le forti emozioni che poi mi inseguiranno per settimane come fantasmi dei Natali passati. In ogni caso, qualunque sia la ragione, il giorno della Memoria mi mette di fronte al dilemma Shakespeariano per eccellenza: partecipare o non partecipare? Lasciarlo scorrere via, in nome di una già solida base di conoscenze in materia, tra cui si annoverano decine di film (compresi Schindler's List e La Vita è bella) e la visita ad un piccolo campo di concentramento in epoca adolescenziale, oppure stringere i denti, aprire gli occhi e beccarmi questa annuale mazza da baseball sulle reni, in nome di tutti coloro che, questa scelta, non l'hanno mai avuta? Io credo che questo sia un dilemma di non poco conto, che affligge molti di noi, ma di cui pochi parlano per timore di sembrare insensibili, egoisti o superficiali come lo strato di sapone che forma la bolla sulla nostra saponetta bagnata. Da una parte, quindi, il cuore, che mi dice di evitare ogni contatto visivo, uditivo o aurico con qualsivoglia argomento in merito alla "fonte di ogni dolore", dall'altro la ratio, come la chiamerebbero i latini, che, di fronte al mio quasi cedimento alle ragioni del cuore, manda in avanti la cavalleria con il suo Nazgul più efficace: il SENSO DI COLPA.
giorno della memoria
E quello, signori, non lo batte nessuno. Il senso di colpa di solito decreta la parola "fine" ad ogni mia possibile resistenza o deriva egoistica, in nome di un bene superiore, un obbligo morale ed umano verso tutti coloro a cui gli occhi li hanno aperti a suon di botte, un debito nei confronti di tutte quelle persone a cui l'orrore si è incollato nella parte interna delle palpebre, a tenerli svegli la notte, a cui l'urlo muto ha ispessito le corde vocali e il dolore ha disegnato carnose cicatrici bianche sul cuore, che tirano ad ogni colpo di riso. In fondo, mi dico, verso queste persone ho un doppio dovere, perché la mia unica fortuna è quella anagrafica. Mi posso permettere di essere idealista, netta nelle convinzioni, di decretare cosa è giusto e cosa è sbagliato, di condannare, questa volta davvero con superficialità, in modo implacabile, beandomi nella facile convinzione che la paura non avrebbe mai schiacciato i miei ideali morali, come ha fatto con quelli di tante persone (ma non tutte) costrette a chinare il capo, ad ignorare, a fingere. Io, che ogni anno mi chiedo se sfuggire al giorno della Memoria oppure no. Mi posso permettere questa libertà intellettuale, questa immacolatezza della coscienza, solo perché sono stata graziata dall'appartenere a due generazioni successive e a non essermi mai trovata davvero di fronte ad una scelta che, di morale, temo, non aveva quasi nulla. Inoltre, con il mio bagaglio culturale, le mie inclinazioni politiche, le mie idee, i miei interessi letterari, probabilmente sarei finita in mezzo a tutte quelle persone stipate in vecchi e freddi vagoni in una notte d'inverno. O forse, avrei rinnegato tutto in nome della sopravvivenza e mi sarei ritrovata anche io a bruciare il Manifesto Marxista, le poesie di Neruda e di Wislawa Szymborska, a fare a pezzi un ancora non nato 1984. Dalla storia della mia famiglia, che ha vissuto altre dittature ma altrettanto sconvolgenti, ho imparato che non si deve mai dare per scontato di essere immuni al marchio, all'indice inquisitore puntato addosso, al numero tatuato sul braccio. Dalla storia della mia famiglia, ho imparato che il passato può tornare, con un nome diverso, ma con la stessa ferocia. Per questo motivo, anche se sono stata fortunata, anche se la mia vita non ha conosciuto la vera paura né lo strazio e la vergogna di scoprirsi a tradire se stessi, resta il debito nei confronti di chi non è stato altrettanto fortunato, geograficamente e anagraficamente, un debito che ho il dovere di raccogliere, anche se, e questo continuerò a dirlo (per dovere di onestà), la proposta mi risulterà sempre allettante quanto quella di provare l'ebrezza di un tirapollici medievale.
Cuor di coniglio, forse, ma pur sempre cuore. 
Duille 

giornata della memoria


domenica 21 gennaio 2018

Mai

C'è una parola che ripeto spesso nel mio identificarmi con l'ansia sociale: MAI. Le mie preferite sono "non riuscirò mai" e "non ce la farò mai", ma ci sono anche "non sarò mai abbastanza", con la possibilità di arricchire la frase aggiungendo un qualsivoglia aggettivo qualificativo (brava, bella, simpatica, intelligente, socievole, decisa), e naturalmente "non troverò mai la mia strada" e "non mi libererò mai dalle mie paure".
Il mai è il mio assoluto in una vita di casualità, è il sibilo della caffettiera al mattino e lo sbadiglio che annuncia la messa a letto la sera. Mai è la mia convinzione suprema, contro cui devo lottare secondo dopo secondo, senza tregua, instancabilmente, perché mi rendo conto che qui c'è in ballo il tempo, il futuro, la vita e arrendersi non è una possibilità contemplabile. Equivarrebbe a morire. Perciò ad ogni respiro si riparte da capo, ad ogni respiro si lotta per rivendicare quello che è mio di diritto. Lui, il Mai, è il ragno che tesse la sua tela ed io sono la falena che tenta di liberarsi furiosamente, sbattendo le ali, scuotendo la testa, sferzando i fili con tutte le zampe, in una danza rabbiosa e tarantolata sfiancante ma necessaria. Mi scuoto, mi divincolo, tento delle fughe, rotolo, mi apro a stella, mostrando tutta l'ampiezza delle ali. E poi strappo, mordo, spingo, lacero, finché sembro quasi nuotare al rallentatore, quando sono stanca e respiro a fatica. A volte il mai guadagna qualche respiro, mi avvolge più stretta ed io mi lascio avvolgere, perché in fondo è più facile lasciarsi andare, è più logico. Godiamoci l'orizzonte in lontananza e i riflessi di rugiada che brillano sui fili tonici come muscoli, invece di perderci in inutili e sterili tentativi di libertà. La mia sorte, in fondo, era già segnata, quindi tanto vale godersi quel poco che mi resta. Mentre il corpo rimane sempre più inerte, le ali sempre più appiccicate all'impossibile, mentre decido silenziosamente di arrendermi, vivo di fantasie e immagino, su quei fili di ragnatela, un improbabile bucato steso ad asciugare, le lenzuola bianche screziate di luce che si gonfiano, appese su quelle linee sottili, come vele di galeoni pirati, riempite dal vento fino a svelarne le forme, in un ossimoro che mi sorprende e mi delizia. Scoprire coprendo, sussurro in un sorriso. L'immaginazione, quella il mai non me la potrà mai togliere, non la potrà mai irretire, è il mio segreto, le ali intangibili, la luce negli occhi. Non si può catturare la luce, non la si può avvinghiare né mettere in un barattolo. Non è una lucciola, la luce non ha corpo: è un riverbero, una scintilla, è l'elettricità che passa tra due corpi emozionati, è il rassicurante "lo so" che spinge a fidarsi e affidarsi. E' solo mia, quella luce, come è mio quel fresco movimento del lenzuolo che si gonfia e si sgonfia nella mente. E' quel segreto custodito come un'agata a salvarmi ogni volta. E a salvare molti di noi, forse tutti.
Lo scoprirci conchiglie piene del suono del mare. Forse, addirittura scoprire di essere quella eco salina che non si può ammutolire. C'è qualcosa da salvare, qualcosa di disperatamente importante da proteggere, qualcosa per cui valga la pena vivere. Quella eco vogliamo che affiori al pelo dell'acqua, oltre noi, fuori dal nostro involucro. E' bella, è calda ed è potente. Cosa più importante, la amiamo, profondamente, impetuosamente, teneramente. E' tutto ciò che vogliamo salvare perché è un sempre che il mai non potrà intaccare. E' incandescente, magnifica, anche se forse per gli altri non sarà niente più che l'ennesimo riflesso di luce, forse addirittura un fiocco di neve in mezzo ad una nevicata abbondante. Ma non esistono due fiocchi di neve identici, o almeno così mi hanno detto. E un singolo cristallo di neve, o un singolo riflesso di luce, potrebbe fermare qualcuno per strada, potrebbe pescarlo come un pesce, lasciandolo attonito, potrebbe strapparlo al tempo e consegnarlo a se stesso o al mondo che lo circonda. Forse, se si è molto fortunati, si potrebbe anche essere la mela newtoniana. O, ancora meglio, essere l'idea luminosa nella mente di Newton. E allora, di fronte a questo campo di papaveri pieno di possibilità sospese, non vale la pena lottare? Non vale la pena scoprirsi belli, qualunque forma il destino ci voglia riservare? Anche se dovessimo essere falene per tutta la vita? L'immaginazione ci salva perché ci scopre amati profondamente e ci rivela preziosi come la prima margherita di primavera. La fantasia ci regala amore e desiderio e anelito di vita. Allora ricominciamo a lottare, respiro dopo respiro. Non vinceremo sempre, il mai ci svuoterà ancora, credendoci gusci, ma in fondo a quell'agghiacciante vuoto ci sarà sempre il lenzuolo che si gonfia di vento, la luce che brilla sulla superficie dello specchio, il fiocco di neve che si poggia sulla mano tesa. Il suono del mare che mugghia in attesa di essere ascoltato. 

Duille

domenica 14 gennaio 2018

Capitolo 23: Sette minuti dopo la mezzanotte

I libri hanno sempre avuto una grande responsabilità: quella di raccontare. E nel farlo, si sono trovati spesso a quel bivio che separa la verità dal sogno. Cosa fare? Regalare una magia, ammorbidendo le forme, eliminando le schegge? Annacquare il grado alcolico, che avrebbe dato alla testa? Ricoprire la dura realtà col soffice manto della parola scelta con cura, nascondere il reale brutto dell'esistenza con la bellezza della letteratura? Oppure scegliere la verità, fatta di spine, sassi appuntiti affrontati a piedi nudi e silenzi glaciali che strappano la vita dalle ossa? Molti libri scelgono il sogno, anche nel raccontare qualcosa di duro, di sgradevole, perché, in fondo, perché fare del male non necessario?
Questi libri offrono un gesto d'amore contro l'incandescenza del reale. E per questo li amiamo. Esistono però anche quei pochi libri coraggiosi che, invece, scelgono un altro tipo di amore, un amore meno materno, meno protettivo, un amore che non vela. Scelgono di dire la verità e di accompagnarci per mano in questo percorso spesso dolorosissimo. E per questo li amiamo altrettanto. Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd, sceglie questa difficile strada, accompagnandoci nella storia di Conor, un ragazzino di 13 anni che riceve la visita di un mostro ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, durante un momento difficile della sua vita, in cui è tormentato da un incubo ricorrente, iniziato in concomitanza con le cure mediche della madre, e incastrato in una realtà che, più che cadere a pezzi, si è cristallizzata, come se vi fosse colata sopra della resina, sospendendo tutto, anche il fiato. E' in questo tempo - non tempo, che colloca nel mondo ma lasciando sempre ad un passo da esso, che trasforma in fantasmi che nessuno vuole vedere perché recano incisi su di loro la notizia dello scheletro, della paura e del dolore inconsolabile, è in questo tempo fuori dal tempo che si muove il mostro-tasso, dall'alito che odora di terriccio e dal corpo di rami intrecciati. Il mostro albero si muove per parlare con Conor, per raccontargli tre racconti e per accompagnarlo lungo la strada della verità, che non distingue mai in modo netto il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. La verità confonde, a volte sembra un inganno, perché è la coesistenza degli opposti, è il sollievo nel dolore e il dolore per il sollievo. E' l'indicibile anche a noi stessi che incontra il dicibile. La verità è un mostro che prende le fattezze di un albero medicinale. E' un controsenso che ha perfettamente senso. La verità, ci insegna il libro, è ineludibile, va attraversata, rivelata e perdonata, anche se stritola il cuore. Non fa sconti e non si può edulcorare.
Per questo motivo, Sette minuti dopo la mezzanotte è un libro coraggioso, che sceglie di togliere il velo e mostrare il nudo della verità, una storia che strappa il cuore pezzo a pezzo, che "insegue, preda e morde", che scioglie in singhiozzi incontrollabili, strazia le carni e ti chiede di restare anche quando vorresti distogliere lo sguardo. Eppure fa tutto questo senza accanirsi, senza il gusto per il facile sentimentalismo, con sensibilità, onesta sincerità e un linguaggio semplice e chiaro, che non ti inchioda mai alla pagina, sequestrandoti. Ti da' sempre la scelta: tenerti ad una rispettosa distanza protettiva o tuffartici interamente, lasciandoti sopraffare, tenendo duro fino alla fine, piangendo tutte le lacrime, e arrivando all'ultima pagina scosso e tremante, perché quello che leggerai saprai essere vero, anche se vissuto da personaggi di carta e inchiostro. Sette minuti dopo la mezzanotte ti mostra lo scheletro, lo stesso scheletro che i compagni e gli insegnanti di Conor non riescono a guardare, mentre gli si attacca sulla pelle, relegandolo nell'invisibilità, fuori dal tempo. E anche in questo caso, come davanti ad ogni personaggio che popola questo piccolissimo romanzo, l'autore non giudica mai, perché in fondo, è la verità, e la verità non si può giudicare. Esiste e basta. A completare un'opera splendida, troviamo le bellissime illustrazioni di Jim Kay, terrificanti e ammalianti, un reticolo avviluppante di linee bianche, nere e grigie, che sembrano disegnate d'impulso, rabbiose, nervose, ruvide nelle tavole rappresentanti il mostro e le storie che racconta, e che contrastano in modo netto e deciso con la fredda linearità e piattezza delle forme che rappresentano il quotidiano, dai tratti elementari e quasi bidimensionali, che non fanno altro che sottolineare questo scollamento inevitabile di Conor dal mondo che lo circonda. Sette minuti dopo la mezzanotte quindi si rivela un connubio perfetto tra immagine e testo, tra dentro e fuori, un gioiello che non ha paura di parlare. E' l'attraversamento del dolore, che però non si propone solo di raccontarlo, ma di curare con l'unica medicina possibile: la verità. E' la verità che permette di lasciare andare, di cicatrizzare le ferite, di dare speranza. E' la verità, per quanto dolorosa, straziante, terribile, che rende liberi. 
Duille


"- Hai detto che sei un albero curativo - disse Conor. 
  - Bene, ho bisogno che tu curi!- 
  E' quello che farò, disse il mostro. " (p.157)

domenica 7 gennaio 2018

Buoni propositi

Anno nuovo, vita nuova, si dice sempre. Ma obiettivi vecchi, vecchie illusioni, vecchie smentite. Non capisco per quale motivo si debba caricare ogni anno del peso dei nuovi propositi. Cosa rende il primo gennaio un momento di svolta, chi gli ha conferito l'onorificenza di Destino Supremo?
Perché appendere un nuovo calendario dovrebbe far sì che tutte le nostre cattive abitudini, i nostri difetti, le nostre paure, sparissero improvvisamente, come starnutite via dall'ultima raffica di brillantini lanciati in aria allo scoccare della mezzanotte? E' il fascino del nuovo? Dell'intonso? Vedere tutte quelle caselline vuote, perfettamente lisce e brillanti, ha un effetto catartico? E allora perché non abbiamo un effetto simile anche con altri Nuovi? Perché, ad esempio, non riempiamo di buoni propositi i calzini appena comprati, invece di ingombrarli solo dei nostri piedi? Perché non ci lanciamo in articolati progetti di alimentazione sostenibile davanti alla nuova padella antiaderente comprata in sconto al supermercato? Perché un quaderno nuovo non suscita aspirazioni poetiche shakespeariane, oltre alla classica soggezione della pagina bianca? No, solo il calendario smuove il magma interiore come un piatto di lenticchie particolarmente ricco di fibre, solo il nuovo anno rivolta il fondale psichico come una carpa affamata nel letto di un fiume, e per fare cosa? Per metterci alla lavagna durante l'interrogazione di matematica, a fare conti che sappiamo già non torneranno, a rivedere tutto per l'ennesima volta, a fare un bilancio di quello che non va. Il primo dell'anno ha lo stesso effetto del cambio di guardaroba primaverile, in cui si prende ogni singolo maglione e si decide se avrà ancora un posto nel nostro cassetto o sarà eliminato come un concorrente di X Factor bravo ma a cui manca quel quid. Solo che qui si mette alla berlina ogni singolo giorno, ogni morbidezza colpevole che ci arrotonda, ogni giornata triste, ogni occasione sprecata in nome della pigrizia, della paura o di una svista. In realtà l'ultimo dell'anno, più che un momento di festeggiamento, è il Giorno del Giudizio a cui ci prestiamo in nome di non si sa quale incantesimo. Si scandaglia tutto, come un avvocato deciso a smascherare la colpevolezza, a sottolineare le mancanze, a trovare le incongruenze tra il verbale dell'anno prima e le azioni compiute. "Qui c'è scritto che avrebbe smesso di mangiarsi le unghie." "Sì, è vero..." "E allora perché indossa i guanti?" "No, è per bellezza...io non..." "Sia messo agli atti la prova numero 2, nella fattispecie una foto che mostra come, in data 16 giugno, il teste si addentava voracemente le dita durante l'esame di biologia." "Ma era un esame stressante, è stato un crollo momentaneo!" "Ah, sì, e come spiega allora la testimonianza del signor Giacomo, che afferma di averla vista tormentarsi le unghie durante il vostro appuntamento di febbraio? E questo scontrino, che dimostra la richiesta di una ricostruzione delle unghie in data 24 settembre?" "E' vero, sono colpevole, colpevole! Ma l'anno prossimo sarà diverso! Lo giuro!"
Diciamoci la verità, l'ultimo dell'anno è un bagno di sangue per tutti, un mattatoio a cui ci esponiamo quasi inconsapevolmente, pronti ad ammettere le nostre malefatte e promettere che il prossimo anno sarà diverso, noi saremo diversi, e che tutto quello che non è arrivato o non abbiamo fatto arrivare quest'anno, l'anno prossimo ci sarà, oh, sì, puoi giurarci. Forse l'ultimo dell'anno ha una vocazione ecclesiastica di cui siamo all'oscuro ma di cui subiamo irrimediabilmente il fascino, spingendoci alla confessione espiatoria. Più probabilmente, il Capodanno ci scopre masochisti, un masochismo camuffato da impeto di rinnovamento, un po' come bere la Coca Cola zuccherata all'agave. Il nome sarà diverso, ma resta pur sempre catrame. E così, come con la Coca Cola, il primo dell'anno ci ritroviamo a ruttare a pieni polmoni propositi faraonici e stormi di idee grandiose che non raggiungeremo mai. Perché, oltre a riempirci di obiettivi riciclati di anno in anno, chissà perché finiamo sempre col prefiggerci scopi che sono costituzionalmente incompatibili con le nostre essenze, con le nostre fibre più nucleari. "Perderò 20 chili", "Sarò più in contatto con il mio Io interiore", "Troverò l'amore", "Mi vorrò più bene", "Coglierò al volo ogni occasione". Certo. Potremmo aggiungere anche "Sconfiggerò la morte", "Imparerò a volare muovendo su e giù le braccia" e "Griderò così forte che mi sentiranno in Australia". Io penso che, spinti dall'ebrezza dell'alcool e farciti dello zucchero che durante il periodo natalizio imburra le nostre vene, ci sentiamo come Ethan Hunt, capaci di ogni missione impossibile. Ma diciamoci la verità, è l'iperglicemia che parla per noi perché, nella maggior parte dei casi, questa resterà una missione impossibile e, in aggiunta, tremendamente frustrante, come chiedere ad un fuoco di non spegnersi durante un acquazzone. Perché quindi, se proprio dobbiamo, non possiamo proporci obiettivi che rispettino il nostro essere e che, perciò, non siano così mortificanti e privi di fondamento? Perché non potremmo proporci di usare meno carta igienica, ad esempio, o di controllare i tempi di cottura della pasta prima di buttare la confezione?
E se proprio vogliamo lanciarci nell'impresa eccezionale, che è cosa buona e giusta, perché non facciamo un bagno di realismo e inseriamo semplicemente la voce "iniziare una psicoterapia", con conseguente "trovare i soldi per iniziare una psicoterapia"? Crediamo davvero che, se non abbiamo mai iniziato o portato a termine una dieta in tutti questi anni, ci riusciremo solo grazie al cambio di un numero alla fine di una cifra? Se non riusciamo proprio a smettere di rimproverarci, cosa ci fa credere che il nuovo calendario ci darà la forza che serve? Neanche Luke Skywalker avrebbe potuto fare molto senza l'aiuto di Obi Wan Kenobi. Sia chiaro, non è che io sia contraria ai buoni propositi in toto (ok, forse un po' sì), ma sono contraria a questa fede cieca nel potere del numero. Personalmente credo nella parola totem, una sorta di guida spirituale a cui aggrapparsi in quei momenti in cui l'anno che tanto riempiamo di speranze, ci prenderà inevitabilmente a schiaffi come Piedone con un paio di malcapitati. Sono dell'idea che, buoni propositi o no, sarà la vita a farla da padrone, insieme alle onnipresenti sfighe, i cattivi incontri, le prove insormontabili e qualche chilo di troppo durante i binge watching televisivi. Avere un salvagente a cui aggrapparsi quando si perde la rotta non ci impedirà di andare alla deriva per un po', ma almeno ci aiuterà a non affogare in noi stessi. Il che, secondo me, è già un traguardo di tutto rispetto. Sia che si decida di scrivere una lista di buoni propositi, quindi, o che si opti per la parola totem, il punto credo sia sempre lo stesso: guardare in faccia la realtà, accettarsi un po' per il complicato ammasso di cellule che si è, e navigare il meglio che si può in questi 365 giorni, che sì, sono nuovi, ma che non ci omaggiano ancora dei tre desideri della Lampada di Aladino. Per ora. 

Duille



 
domenica 17 dicembre 2017

Appesa teneramente ad un ramo

Ho sempre avuto lo stesso albero di Natale, fin da quando ho memoria. Un vecchio albero di plastica verde, con spruzzi di finta neve e sporadiche pigne che appesantiscono i rami come seni particolarmente abbondanti.
Negli anni, il mio albero è andato invecchiando, così come io sono andata crescendo: alcuni perni hanno iniziato a cedere, facendo scivolare stancamente verso il basso i rami che sorreggevano e qualche ago sintetico ha finito per staccarsi, come singoli capelli in una  testa che incanutisce e si incalvisce un po'. E nel tempo, il mio albero si è rimpicciolito, come un anziano nonno che si restringe nel susseguirsi degli inverni. Forse però, sarebbe più giusto dire che sono io ad essermi ingrandita. Guardando quell'albero di cui riesco agevolmente a toccare la cima, ricordo la me bambina che lo osservava, carica dell'ammirazione che solo le cose che ci sovrastano riescono a suscitare. Ero fiera di quell'albero così alto ed eterno. Ricordo anche di come venivo presa in braccio da mio padre per essere issata fino alla cima e poter fissare il puntale di plastica rossa che campeggia ancora sull'abete. Solo che oggi posso fare tutto da sola, semplicemente sporgendomi un po', alzando solo i talloni di un piede cresciuto in scarpe sempre più grandi. Guardandolo, oggi come allora, mi rendo conto che il mio albero artificiale ha qualcosa di materno. Mi scalda sempre il cuore di un affetto familiare, perché è come un fratello che torna ogni anno, in vista delle feste, a prendere il suo posto nella famiglia, a completare il cerchio. Come tutti gli alberi artificiali, il mio abete non ha radici, ma una base in metallo con tre piedini su cui lui si incunea, rimanendo quasi sospeso in aria, un po' come l'illusione ottica di carta che Ichabod Crane mostra a Katrina in Sleepy Hollow. Ed in fondo, riflettendoci bene, tutto il mio albero è una bella illusione ottica. "E' la verità, ma la verità non è sempre ciò che appare". Il mio abete invecchiato, il mio Nonno abete, non è infatti solo un albero. E' anche un percorso di ricordi. E' come un vecchio album di fotografie che ritrovi in soffitta e che affascina al punto da spingerti a sedere sul primo scatolone sufficientemente solido che incontri, solo per sfogliarlo, con gli occhi pieni di nostalgia. Ogni foto riaccende una memoria del passato, un odore, una risata, un colore.
E sfogliando le pagine, è come se ti accendessi a tua volta di decine di lampadine, un neurone alla volta, illuminandoti da dentro, fino a renderti una ghirlanda luminosa. Il mio albero porta le sue fotografie appese ai rami orami invecchiati ma ancora solidi, le indossa con affetto, accendendomi ogni volta di migliaia di lucine, mischiando deliziosamente il passato con il presente. Ecco le decorazioni di ceramica a forma di elefante e cigno, ormai mangiucchiate dagli anni. La mia famiglia le aveva comprate ad una fiera, quando ero solo una bambina. Ricordo che ero poco più alta dello stand su cui le decorazioni erano disposte accuratamente, splendide nei loro brillanti colori smaltati. Ricordo soprattutto la sorpresa e la gioia provata quando la mamma permise a me e a mia sorella di sceglierne una a testa. Fu un momento importante, il primo vero acquisto della mia vita, a cui dedicai tutta la concentrazione che una bambina di 8 anni poteva racimolare. Ironia della sorte, non ricordo se scelsi l'elefante o il cigno. Le decorazioni che ammiccano poco più in alto mi fanno fare un salto temporale di vent'anni. Sono due biscotti per cani fatti di feltro imbottito che cucii a mano poco dopo la morte dei miei cani. Quelle decorazioni furono un conforto per me, un modo di affrontare il lutto, un simbolo della loro eterna presenza nel momento più importante dell'anno e che guardo ancora con tutto l'amore che mi hanno regalato e che, spero, io ho regalato a loro. E poi, naturalmente, c'è quell'unica decorazione che da bimba mi terrorizzava: una testa di Babbo Natale barbuto con due occhi a palla che strabuzzano minacciosi. Era un regalo dei nonni, inviato direttamente dall'altro lato del mondo e, in quanto regalo familiare, era sacro, intoccabile e incestinabile, anche di fronte al primordiale terrore infantile. Odiavo quella decorazione e odiavo quegli occhi porcini che mi guardavano carichi di promesse da incubo. Così cercavo di metterla nell'angolo più nascosto dell'albero ed evitavo accuratamente di guardarlo.
Negli anni, quella decorazione ha perso la sua carica maligna, ma la tradizione è rimasta e ancora oggi fa brutta mostra di sé nell'angolo più nascosto dell'abete, in una sorta di omaggio all'infanzia. C'è anche la stellina di cotone imbottito che feci alle superiori con estrema fatica e numerose punture di spillo a sagomare la punta delle mie dita inesperte. Ne feci una per ciascuna delle mie amiche, a sugello del nostro legame, il pegno di un amore mai davvero corrisposto. C'è però anche il simbolo di un legame autentico maturato più avanti, la dimostrazione che non bisogna mai perdere la speranza: è un cuore di legno fatto di ramoscelli intrecciati che si mimetizza timido tra il fogliame. E' naturale e disordinatamente armonico, flessibile nelle sue parti eppure perfettamente in forma. E' solido ma non soffocante, pieno di fessure in cui far fischiare il vento. E' onesto e sicuro, senza zone d'ombra. Si può persino vedere la guida che ne costituisce la forma. Il segno perfetto di un'amicizia certa come la legge di gravità. Di alcune decorazioni è rimasto solo il ricordo a dondolare vivace sui rami non addobbati: le palline rivestite di filo diligentemente devastate dal mio gatto, i kilometri di ghirlande dorate fatte a brandelli dallo stesso piccolo vandalo e le luci di Natale, mandate in pensione anni fa in nome di una festa più ecosostenibile. Il mio abete quindi è una verità ed un'illusione, è un albero e un insieme di aghi sintetici e rami metallici, è un addobbo Natalizio e un album di fotografie, è un oggetto d'arredo e un membro della famiglia, è il simbolo del Natale e il simbolo della mia storia e di quella della mia famiglia. E' la verità, ma la verità non è sempre ciò che appare. E' meravigliosamente molto di più.

Duille 

lunedì 11 dicembre 2017

Natale con il micio

Come dice la canzone, il periodo Natalizio è il più meraviglioso momento dell'anno. La città si decora a festa, i negozi si inselvatichiscono di splendide decorazioni d'abete e nastri di raso rosso e sugli scaffali delle vetrine pacchetti perfettamente incartati fanno l'occhiolino carichi di promesse. Tutto è pronto per l'attesa. Il culmine di questo momento è quando lo spirito natalizio entra come uno spiffero sotto la porta delle nostre case e si materializza nell'albero di Natale. Una cascata di palline variopinte dondolano frizzanti sui rami verdeggianti, brillando alle luci delle lampade come diamanti.
Dalle scatole emergono code di stelle fatte di ghirlande splendenti e minuscole lucine elettriche si camuffano tra i rami boscosi, dando l'impressione che il nostro abete sia abitato da decine di fate o lucciole invernali attirate dai frutti colorati che crescono sui rami. Questo è il Natale: un momento magico, di gioia ed armonia. O almeno, così dicono. Perché esiste una parola che, da sola, scombina ogni equilibrio karmico, che fa morire in gola il più carnoso OH OH OH di Babbo Natale e che spazza via ogni sorriso da infante davanti al sonaglino. Quella parola è GATTO. Ebbene sì, il gatto è una creatura che ha una particolare predilezione, oserei dire un'ossessione, per l'albero di Natale e tutto ciò che vi cresce sopra, un po' come le gazze ladre, o il buon Geremia con la sua passione irrefrenabile per i "luccichini". Va da sé che, di fronte alla indiscutibile determinazione del gatto (e all'inequivocabile vantaggio di avere tonnellate di tempo libero), tutto il periodo natalizio si trasforma in una guerra di posizione logorante da cui, generalmente, usciremo pressoché sconfitti. E tutto questo inizia con il fatidico, dolceamaro, momento dell'addobbo. Immaginiamo la scena: gli scatoloni che hanno fatto la muffa in soffitta per un intero anno atterrano nel vecchio salone come una coppia di gemelli consegnati dalla cicogna e già il gatto ci si fionda incuriosito, pronto ad ispezionare quella che ha deciso essere la sua nuova dimora per le prossime settimane. E' il primo segno del risveglio della Creatura dentro di lui. E' come se, aprendo quegli scatoloni, avessimo inscenato una versione natalizia della lettura del Necronomicon de La casa, spalancando di fatto le porte dell'inferno e liberando il demone felino che alberga nel nostro panciuto gattone. Ma noi non ci scoraggiamo da queste premesse inquietanti: armati della nostra migliore caparbietà e cosparsi di spirito natalizio fin nei calzini, ci prepariamo a montare l'albero, decisi che quest'anno le cose andranno diversamente e che nessun gatto, NESSUN GATTO, oserà disfare la nostra opera d'arte incompresa. Lotteremo con le unghie, i denti e le ciabatte, se sarà necessario, daremo fondo alla nostra artiglieria sonora di urla e schiamazzi, tutto pur di tenere alla larga quel piccolo demonietto peloso dal nostro monumento al Natale. Con la determinazione in una mano e un festone nell'altra, guardiamo nelle palle degli occhi il nostro gatto che, di rimando, ci restituisce lo sguardo determinato del predatore. Ed in quel momento i cori angelici scemano, Michael Bublè batte strategicamente in ritirata ed improvvisamente riecheggia una nota canzone del  film Ragazze nel pallone, il cui incipit è decisamente evocativo: 

"PREPARATEVI ALLA DOMINAZIONE TOTALE". 
La guerra è ufficialmente iniziata. 

Ci avviciniamo guardinghi all'albero con il nostro festone già trionfante di ferite di guerra, ma ecco il primo attacco. Il gatto lancia un fendente contro la coda della ghirlanda svolazzante, tranciando di netto una manciata di preziosi peletti dorati. Rapido scatto del nostro braccio che salva i superstiti da un destino di calvizie. Mettiamo la prima catena di campanelle ed una nuova zampata tenta l'arpionaggio, le unghie sguainate come piccole lame ninja perfettamente affilate. Nuovo colpo di reni che quasi ci fa partire un'anca ed evitiamo l'abbordaggio. Punto per noi. Tiriamo fuori le palline dallo scatolone e veniamo quasi sfregiati dall'impeto omicida del micio. La lotta è senza quartiere e senza esclusione di colpi. Volano i primi strilli e iniziano le prime fughe. L'angioletto di ceramica che faticosamente abbiamo conservato per anni, raggiunge il ramo più alto della punta dell'albero per puro miracolo, evitando di striscio l'entusiastica accoglienza del felino.
E, tra una schivata e uno zompo, tra un urlo e una battuta in ritirata, tra un inseguimento ed un nascondiglio tattico del micio, l'albero si monta, in sette camicie e svariate cadute non programmate di santi dal calendario. L'abete natalizio è compiuto. Ma, attenzione, la guerra non è vinta. Questa è stata solo la prima battaglia. Da adesso, inizia il piantonamento ad oltranza. Perchè il gatto è paziente e sicuro della vittoria, sa che arriveranno altri momenti in cui pescare le ghiottonerie che tanto ama. "Pazienza" si dice, "sulla striscia luccicante ci torneremo dopo. Tanto dovrai pure andare a dormire, vero?". E noi, di fronte a questo apparente, quanto improvviso disinteresse verso quello che poco prima era l'oggetto di tutti i desideri, pensiamo (speriamo, PREGHIAMO) che lui non abbia più voglia di tormentare l'albero, che quell'ammasso di luccichini, palline e stelle filanti  abbia esaurito la sua funzione di giocattolo nuovo e che quindi finisca ad accumularsi insieme alla montagna di pupazzetti, topolini e gomitoli di lana che, negli anni, hanno svuotato il nostro portafogli, attirando l'attenzione del micio per non più di 5 minuti. Invochiamo, a sostegno della nostra argomentazione, un'innegabile invecchiamento del gatto, una stanchezza data dalla vita sedentaria, un incicciottimento dei lombi dato dall'eccesso di croccantini, addirittura speriamo nella misericordia felina, nel legame decennale che ci lega. "In fondo", pensiamo "siamo parenti. Sarai misericordioso micio, vero?" Lui ci risponde guardandoci con l'espressione della Sfinge. Noi l'interpretiamo come la firma del trattato di pace e ci rassereniamo. Ma, come detto prima, il gatto è paziente, infido e serpentino, proprio come i parenti, e sa quando attaccare. Infatti, quando cala la notte, il Grinch si risveglia. Dapprima il silenzio del riposo viene interrotto da un sinistro sfarfallio di campanelle ovattate dai rami dell'abete. Poi, il sonno viene squarciato dal rumore ripetuto e sempre più ravvicinato della pallina che cade e rimbalza impietosa sul pavimento di linoleum, ancora, ancora e ancora, un urlo di agonia e di terrore seguito dai suoni felpati di quattro zampette a caccia. Il sonno si dissolve all'istante, lo scatto fuori dalle coperte è immediato, la corsa al salvataggio subitanea, la fuga del delinquente preso con le zampe nella marmellata, veloce e precisa. Siamo consapevoli che non lo acciufferemo, gonfi di sonno, scalzi e resi miopi dal nero di seppia notturno che ci circonda i nostri occhi, ma almeno salveremo la pallina in ostaggio.
Ma, nonostante le ripetute escursioni notturne sempre più snervanti e i vari interventi per placcare il piccolo Diabolik che si nasconde nelle tenebre, il mattino dopo troveremo la scena del delitto imbrattata di sangue dorato. I festoni impietosamente attaccati, dilaniati da fauci attente, quasi chirurgiche, pagliuzze dorate che innevano tragicamente il pavimento alla base dell'albero e Lui, il gatto, che dorme placidamente sul divano. La sua beatitudine da un lato, e il nostro trauma dall'altro, con l'occhio dilatato e la bocca spalancata dalla tragedia a ricordarci che siamo solo comuni mortali in lotta contro la Natura più primordiale che nessun chilo di troppo e nessun croccantino strategico potranno mai assopire definitivamente. Una lezione Leopardiana che impariamo ogni anno, a spese di decine di commilitoni spirati ingiustamente. Il lutto, il tentativo di salvare quel poco che resta del festone, la raccolta dei caduti è il passo successivo. Un cimitero di palline, solitamente, affianca e completa questo atto di vandalismo estremo, lasciandoci inerti, frustrati e vagamente incazzati. Ma sarà l'ultima volta che quel gatto toccherà il nostro albero, questo è poco ma sicuro. Fantastichiamo di mettere gabbie intorno all'abete, di elettrificare il perimetro, di prendere un cane pastore a difesa del nostro gregge natalizio. Ma sono tutte speranze vane. Nessuna strategia si rivelerà vincente. Via via che passano i giorni, gli attacchi del terrorista a quattro zampe diverranno più eclatanti, più sfacciati, e le corse più sfrenate, gli inseguimenti più al cardiopalma, i tentativi di agguantarlo più disperati e spericolati, mentre lui, fin troppo intelligente, si nasconderà provocatoriamente nell'unico angolino dell'albero in cui le nostre maledette membra improvvisamente diventate giganti non arrivano, o peggio, s'intarmerà direttamente all'interno dell'albero come un Alien, possedendolo e facendolo sussultare di tremarelle da recita scolastica. Neanche un approccio freddo e calcolatore da giocatore di scacchi riuscirà a prenderlo alla sprovvista: anche se si sacrificheranno delle pedine, lui le ignorerà nel momento esatto in cui toccheranno il pavimento. Lui vuole tutto. Vuole la distruzione totale. Vuole tirare giù ogni dannata pallina che ha avuto la malaugurata idea di sostare sull'abete e vuole divorare ogni spruzzetto di festone che si troverà davanti. A costo di causarsi un blocco intestinale. Evidentemente, è una questione di principio. Alla fine di questo calvario, metà delle palline saranno sparite, rotte o, se lanose, completamente smontate dagli abbracci troppo vigorosi del nostro peloso amico, i festoni torneranno nelle scatole sempre più spelacchiati e il gatto assumerà nuovamente le fattezze del piccolo, pacifico Buddha che è sempre stato. Il Necronomicon è stato chiuso, lasciandosi una scia di cadaveri perfettamente rotondi che continueremo a trovare sotto i divani fino ad agosto. E, mentre porteremo in soffitta le ultime scatole, sentiremo un colpevole, aleggiante alone di sollievo.

Duille


lunedì 4 dicembre 2017

Ode al piumone

Il piumone è un oggetto-non oggetto. E' più un concetto che ha preso corpo. Una sostanza, una sicurezza che puoi toccare, accarezzare, che non è appuntita, ma morbida e scivolosa come un rivolo d'acqua.
Non ha spigolosità, non è imprevedibile, non cambia la sua natura e non aspira ad essere altro più che se stessa. A volte si tinge di colori antichi, che ricordano biscotti cotti in una cucina di campagna, con il ronzio delle api appena fuori dalla finestra, in mezzo alle code di topo e ai denti di leone. Il piumone è un oggetto non oggetto, quindi, è un concetto ed è anche un luogo. E' la coltre sotto cui riposare le gambe stanche dalle lunghe camminate, il cuore affaticato dalle troppe accelerazioni e la mente strizzata in perfetti nodi da marinaio. In esso, il tempo rallenta e quasi si ferma e le ore non sono più scandite dal meccanico suono metallico di ingranaggi di lancetta, ma galleggiano, pigre come semi di soffione trascinati dal vento. In questo luogo fisico e metafisico, le possiamo guardare, mentre indugiano sotto gli occhi e poi se ne vanno, senza sentire quella tachicardia ansiosa della corsa a cui ci costringiamo e ci costringono ogni giorno. Il piumone è una tana che ci rende pelosi conigli raggomitolati nel riposo notturno. E' la casa che si richiude protettiva su di noi, come un salice che vuole nascondere i suoi segreti più preziosi. E' un rifugio su cui le bombe non cadranno mai, un ombrello su cui la pioggia del "dovrei" scivolerà, lasciandoci intatti, rendendoci per un po' infiniti. Il piumone è perciò un oggetto non oggetto, è un concetto di lana, è un luogo che salva ed è una certezza, la certezza di chi promette solo ciò che può mantenere e che mantiene sempre. Promette di restituire il calore smarrito nel turbinio della giornata e mantiene la promessa scaldando il corpo dal freddo invernale, avvolgendo come un abbraccio materno, sciogliendo i nodi del cuore come un pettine di legno di betulla e aprendo i pugni che ci avevano reso le nocche bianche di paura. Non trattenere, sussurra, abbandonati, accarezzerò io i tuoi capelli e terrò la tua mano finché chiuderai gli occhi, conterrò il tuo corpo così che tu non perda te stessa mentre sei scossa dai tremiti. Ti regalerò lo sguardo infinito di una notte estiva. E alla fine, ti farò scivolare nell'eterno di un sogno, leggera come una medusa, senza ossa che scricchiolano, muscoli che tirano, nervi che si accartocciano come foglie secche. Te lo prometto. Il piumone è questo: una promessa mantenuta sempre, un luogo che ripara, è un concetto con una forma, un oggetto che in molti sottovalutano.
E' una sinestesia. E' il tepore del fuoco in un caminetto che prende corpo intorno al corpo, l'aroma del pane appena sfornato avvolto intorno alle tempie, come una benda calda che fa riposare gli occhi e solleva le sopracciglia aggrottate. E' il suono delle onde che dondolano su una spiaggia deserta. Nel piumone troveremo il silenzio della notte, l'estinzione dell'urlo, ovunque sia. Nel piumone libereremo le paure, come piccole bolle perfettamente rotonde, che lui spazzerà fuori dalla porta, con movimenti lenti, ritmici, quasi una canzone che ci cullerà, mentre ci alleggeriamo come un palloncino, almeno per qualche ora. Una ninna nanna di erica e saggina, che profuma lievemente di campo. Avvolgersi nel piumone è come guardare intensamente la fiamma di una candela o osservare attentamente il lento movimento del respiro di un gatto che dorme sulla poltrona di casa e che non hai il cuore di svegliare. E' una sospensione, dal tempo, dai sassi di piombo quotidiani, da noi stessi. Permette di togliere il vestito dell'identità razionale che ci plasma scavandoci e restare solo essenza, come un profumo liberato dalla boccetta, che diventa pulviscolo, espandendosi in tutte le direzioni e visibile solo controluce. Il piumone è quindi, definitivamente, un oggetto e un concetto, un luogo, una promessa, una sinestesia, una tregua in cui smettere di trattenere il respiro. Il piumone è il guscio di una conchiglia in cui sentire il mare anche in mezzo ai tuoni.
Duille
hipster coperta

Here I am!

La mia foto
Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

Visite

Powered by Blogger.

Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog