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domenica 1 settembre 2019
Promesse
E' tornato Settembre, e con lui la prima promessa d'autunno. L'ho sentita chiaramente ieri, quando Agosto sgocciolava le sue ultime ore. Ero raggomitolata in un angolo del letto, incuneata tra il muro bianco della mia camera e il legno rosso scuro della cassettiera dell'IKEA.
Settembre mi si è parato davanti agli occhi improvvisamente, come una lucciola nel giardino di casa. Erano solo poche note sospese nell'aria, giusto qualche goccia di suono in stand-by, ma erano già un preludio carico, come una di quelle nuvole temporalesche che non vedi l'ora di ascoltare. Mi ha fatto sorridere sapere che cosa la natura aveva in serbo per noi, anche se lontana, per ora. Fuori è ancora estate, io indosso ancora i pantaloncini leggeri che lasciano respirare le gambe ed i calzini sono ancora in letargo, nel buio di un cassetto. Dentro però, sotto la pelle che memorizza le consistenze del pavimento e delle ciabattine in legno, così simili a quei teli da mare in bambù chiaro, c'è già un'aria diversa, una stringa che mi collega a quella solitaria lucciola che brilla fioca all'altezza degli occhi, in un incontro carico di significato. Ci sono suoni nuovi che si risvegliano e che hanno bisogno di silenzio per essere sentiti: soffiano i respiri a pieni polmoni, scrocchiano le foglie sotto le scarpe, scivolano le lane sulle braccia e tintinnano i cucchiaini nelle tazze. Sono ancora in viaggio, ma io li sento già, sto già accordando l'orecchio per non perdermene nemmeno uno. In fondo, l'autunno è un'attitudine mentale più che una stagione. Richiede lentezza, pazienza, domanda il coraggio di fermarsi anche quando il mondo corre più veloce delle nostre gambe. Non s'imporrà mai, ma lascerà che siamo noi a decidere se e quando ascoltare. E quando lo faremo, ne varrà sempre la pena. Settembre, in quel suo singolo lampo di futuro, settembre che ancora brilla sgargiante come una moneta d'oro ben lucidata, mi ha promesso tutto questo, anche se solo in una lieve vibrazione dell'aria mattutina, anche lei già in cambiamento, come una pelle di serpente. Ha la frizzantezza di un atomo di neve, l'alone umido di una goccia di pioggia e il silenzio che si spande a volute rotonde dalla prima tazza di tè. E' ancora solo un frullo d'ali, appena un riflesso color delle zucche, ma è già una promessa mantenuta che m'increspa le labbra in un sorriso dalle tinte dorate.
Duille
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lunedì 4 dicembre 2017
Ode al piumone
Il piumone è un oggetto-non oggetto. E' più un concetto che ha preso corpo. Una sostanza, una sicurezza che puoi toccare, accarezzare, che non è appuntita, ma morbida e scivolosa come un rivolo d'acqua.
Non ha spigolosità, non è imprevedibile, non cambia la sua natura e non aspira ad essere altro più che se stessa. A volte si tinge di colori antichi, che ricordano biscotti cotti in una cucina di campagna, con il ronzio delle api appena fuori dalla finestra, in mezzo alle code di topo e ai denti di leone. Il piumone è un oggetto non oggetto, quindi, è un concetto ed è anche un luogo. E' la coltre sotto cui riposare le gambe stanche dalle lunghe camminate, il cuore affaticato dalle troppe accelerazioni e la mente strizzata in perfetti nodi da marinaio. In esso, il tempo rallenta e quasi si ferma e le ore non sono più scandite dal meccanico suono metallico di ingranaggi di lancetta, ma galleggiano, pigre come semi di soffione trascinati dal vento. In questo luogo fisico e metafisico, le possiamo guardare, mentre indugiano sotto gli occhi e poi se ne vanno, senza sentire quella tachicardia ansiosa della corsa a cui ci costringiamo e ci costringono ogni giorno. Il piumone è una tana che ci rende pelosi conigli raggomitolati nel riposo notturno. E' la casa che si richiude protettiva su di noi, come un salice che vuole nascondere i suoi segreti più preziosi. E' un rifugio su cui le bombe non cadranno mai, un ombrello su cui la pioggia del "dovrei" scivolerà, lasciandoci intatti, rendendoci per un po' infiniti. Il piumone è perciò un oggetto non oggetto, è un concetto di lana, è un luogo che salva ed è una certezza, la certezza di chi promette solo ciò che può mantenere e che mantiene sempre. Promette di restituire il calore smarrito nel turbinio della giornata e mantiene la promessa scaldando il corpo dal freddo invernale, avvolgendo come un abbraccio materno, sciogliendo i nodi del cuore come un pettine di legno di betulla e aprendo i pugni che ci avevano reso le nocche bianche di paura. Non trattenere, sussurra, abbandonati, accarezzerò io i tuoi capelli e terrò la tua mano finché chiuderai gli occhi, conterrò il tuo corpo così che tu non perda te stessa mentre sei scossa dai tremiti. Ti regalerò lo sguardo infinito di una notte estiva. E alla fine, ti farò scivolare nell'eterno di un sogno, leggera come una medusa, senza ossa che scricchiolano, muscoli che tirano, nervi che si accartocciano come foglie secche. Te lo prometto. Il piumone è questo: una promessa mantenuta sempre, un luogo che ripara, è un concetto con una forma, un oggetto che in molti sottovalutano.
E' una sinestesia. E' il tepore del fuoco in un caminetto che prende corpo intorno al corpo, l'aroma del pane appena sfornato avvolto intorno alle tempie, come una benda calda che fa riposare gli occhi e solleva le sopracciglia aggrottate. E' il suono delle onde che dondolano su una spiaggia deserta. Nel piumone troveremo il silenzio della notte, l'estinzione dell'urlo, ovunque sia. Nel piumone libereremo le paure, come piccole bolle perfettamente rotonde, che lui spazzerà fuori dalla porta, con movimenti lenti, ritmici, quasi una canzone che ci cullerà, mentre ci alleggeriamo come un palloncino, almeno per qualche ora. Una ninna nanna di erica e saggina, che profuma lievemente di campo. Avvolgersi nel piumone è come guardare intensamente la fiamma di una candela o osservare attentamente il lento movimento del respiro di un gatto che dorme sulla poltrona di casa e che non hai il cuore di svegliare. E' una sospensione, dal tempo, dai sassi di piombo quotidiani, da noi stessi. Permette di togliere il vestito dell'identità razionale che ci plasma scavandoci e restare solo essenza, come un profumo liberato dalla boccetta, che diventa pulviscolo, espandendosi in tutte le direzioni e visibile solo controluce. Il piumone è quindi, definitivamente, un oggetto e un concetto, un luogo, una promessa, una sinestesia, una tregua in cui smettere di trattenere il respiro. Il piumone è il guscio di una conchiglia in cui sentire il mare anche in mezzo ai tuoni.
Duille
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venerdì 22 aprile 2016
Amleto e le sue groupies
Questo è il quattrocentesimo anno dalla morte del più prolifico scrittore mai esistito sulla faccia della Terra prima dell'invenzione della Red Bull, l'uomo dall'instancabile pennino, colui la cui sconfinata bibliografia non entra dentro una libreria, il poeta di cui tutti conoscono almeno un verso, lui, il solo ed inimitabile William Shakespeare.
Io sono sempre stata una grande fan del Bardo e dei suoi quattro peli in testa e quando ho saputo che avrebbero proiettato al cinema lo spettacolo teatrale del suo lavoro più famoso, l'Amleto, registrato niente di meno che al National Theatre di Londra, e per di più in lingua originale sottotitolata, sono dovuta andare a vederlo, pena la morte per annegamento nella mia acquolina. Così l'altro ieri, io e la mia copia sgualcita dell'Amleto, comprata quando ero ancora una liceale e letta almeno un migliaio di volte, ci siamo avviate alla volta del cinema più vicino. Non ero mai stata al cinema a vedere uno spettacolo teatrale, e tantomeno per vedere una proiezione in lingua originale, quindi ero contemporaneamente eccitatissima e preoccupatissima all'idea di non riuscire ad essere sufficientemente veloce per seguire testo e immagini. Ovviamente noi amanti dei bevitori di té dell'epoca elisabettiana siamo stati stipati in una minuscola saletta, dove eravamo comunque pochi, circa una trentina, di tutte le età e di tutti i colori di capelli, compresi degli spumeggianti capelli rosa ostentati con disinvoltura da una ragazza di 16 anni che è diventata seduta stante la mia eroina. Io invece ero seduta accanto all'entusiasta di turno, che manifestava preoccupanti segni di fanatismo religioso in una combo micidiale: infatti temo che la suddetta compagna di sedile non fosse lì solo per vedere impazzire Amleto, ma anche per far infuocare i suoi lombi (per citare Amy Farah Fowler) alla vista del suo interprete, Benedict Cumberbatch. Quindi, mentre aspettavamo l'inizio del film, non faceva altro che trillare felice sulla sedia come un fringuello in amore, osannando la bravura del meraviglioso Benedict, ammirandone la modestia, invidiando tutti coloro che avevano avuto l'onore anche solo di toccare la maniglia un secondo dopo lo splendido Benedict. Io, dal canto mio, non sono una fan di Sherlock, quindi il "maestoso Benedict" lo conoscevo solo per The Imitation Game. Non ero di certo una groupie come il fringuello cinguettante accanto a me. Comunque, una volta spente le luci, ho dimenticato tutto, compresi i respiri vistosamente trattenuti di Miss Fringuello davanti alle scene fondamentali, perché quello a cui ho assistito è stata un'esperienza mistica. Avete presente quelle esperienze che vi lasciano a bocca aperta, quelle situazioni che sapete già non avrete parole adeguate per descrivere, quelle cose che, mentre vi assistete, sentite che vi sono entrate dentro al punto da avervi cambiato? Ecco.
Questo è quello che è successo. Perché questo adattamento dell'Amleto è quanto di più bello, più struggente, più maestoso e più vivo io abbia mai visto. Potrei parlarvi per ore della regia curatissima, delle scenografie incredibilmente dettagliate, delle scelte di abbigliamento che sovrappongono le epoche, degli attori mostruosamente bravi, e comunque non basterebbe. Quello che posso però raccontarvi, nel tentativo di farvi capire quanto sia bella quest'opera, è ciò che ho sentito durante la visione di questo capolavoro. Ciò che ho vissuto è stato un totale coinvolgimento nell'opera, un'immedesimazione totale in quei personaggi che avvampavano e incenerivano come fiammiferi, guidati dal vero protagonista di questo adattamento: l'emozione. Il cuore di questo Amleto, d'altronde, è proprio l'emozione, è il fil rouge che trascina i personaggi come fili di marionette, e ciò in cui quest'opera è riuscita è farci sentire quelle emozioni come se fossero nostre, diventando tutti un po' Amleto, Ofelia, Gertrude, Orazio, Laerte. Tutto ruota intorno al dolore, che spezza la voce e accartoccia i corpi come foglie secche, che stropiccia le mani di Ofelia e che è così ingombrante da togliere il respiro, che svuota di senso il corpo con un cucchiaino e che fa appassire il mondo come un fiore avvizzito. Ciò che ci viene esaltata in tutta la sua drammaticità è la corsa di Amleto incontro alle braccia aperte della morte e, in questo suo correre cieco, l'abbandono di tutti gli ormeggi che potrebbero salvarlo, quei legami, di amicizia e di amore, che rifiuta in nome di una spinta mortifera che lo fa oscillare tra la vita e la morte, tra l'abbandono al dolore e l'avvampante vendetta, tra l'essere e il non essere. Amleto cederà alla vendetta, mentre Ofelia, fragile creatura fatta di vapore, si spezzerà in mille frammenti, scegliendo la morte come ultimo gesto di sanità in un mondo interiore ormai corroso dal dolore. La maestosità dell'adattamento di Lindsey Turner è proprio il riuscire ad esaltare in ogni modo queste emozioni, ad esempio sfruttando una scenografia pulita nel primo atto e coperta di cenere nel secondo, valorizzando l'interpretazione carica di sentimento degli attori, rendendo superflua una collocazione storica del dramma, optando invece per un pout-pourri di abiti che attingono contemporaneamente a più epoche, quasi a sottolineare l'universalità di quel sentire, che è poi l'universalità del grande maestro inglese.
Ed è terribilmente efficace, perché noi spettatori lo sentiamo tutto, questo vuoto che avvampa come una tanica di cherosene al contatto col fuoco, e ci sentiamo perdere anche noi, vediamo il dolore negli occhi scarnificati di Amleto, che scava anche i nostri occhi, nella rabbia che gli tira i tendini e che smuove anche noi, negli sguardi persi nel vuoto con cui si interroga, che ci dà un attimo di tregua, nel capo basso di Ofelia, che schiaccia anche noi. Mi sono ritrovata così coinvolta da arrivare, mio malgrado, a sperare in un momento di svolta, una deviazione da quella corsa verso l'inevitabile abisso, che Amleto si accorgesse di uno sguardo, di una mano tesa, di una luce in quell'oscurità rossa in cui era piombato. Una speranza utopica, lo so bene, ma non potevo accettare che quelle vite, che in quel momento sentivo così adese a me, potessero essere spezzate in questo modo insensato. In questo adattamento di Amleto, quindi, tutto funziona con una perfetta sinergia e gli attori sono così naturali da rendere ogni parola vera e ogni gesto autentico e spontaneo, al punto di farci dimenticare che, in fondo, stiamo solo vedendo un dramma teatrale. E' l'effetto catartico descritto dai greci, l'annullare per un attimo la barriera della finzione e rendere tutto vero. In questo caso, il Vero di Amleto, che è anche il nostro vero, esibisce cuori strappati dal petto e portati in punta di mano, come quel teschio di Yorick su cui Amleto rifletterà in una scena di struggente bellezza. Lo strazio del dolore, l'impossibile redenzione, l'inevitabilità delle azioni e le sue conseguenze, il male che scava e rende ciechi, questa è la storia di Amleto. La bravura degli attori non fa altro che trascinarci con loro in quel baratro, perdere il senno e spezzarci il cuore, per poi uscirne più stanchi, ma ancora pieni di meraviglia.
In fondo è questa la magia del teatro. O forse, è questa la magia di Shakespeare. E d'accordo, la groupie aveva ragione, è anche la magia di Benedict Cumberbatch!
Duille
sabato 14 febbraio 2015
Un regalo lungo un anno
Un anno fa ho deciso di farmi un regalo. Era uno di quei giorni in cui sentivo tutto il peso della mia vita sulle spalle, uno di quei giorni in cui il mondo ti ricorda la tua solitudine, la staticità in cui ti sei arenata, un giorno in cui ti accorgi delle pareti grigie in cui sei inscatolata da sempre.
Insomma, era San Valentino.
Una delle feste più settoriali, discriminatorie ed elitarie mai concepite. E' una festa con la puzza sotto al naso peggio di un critico d'arte e che in più non ha neanche la decenza di essere discreta. No, la signorina se la tira mostrandoti tutta la sua opulenza, il suo benessere, la pioggia di cuoricini che gronda dalle vetrine dei negozi, dai tavoli dei ristoranti, dagli scaffali dei maledetti supermercati, ricordandoti una cosa sola: tu non potrai mai toccare quel benessere, almeno non quest'anno. Ed in più, dopo averti ricordato la tua solitudine che si trascina di anno in anno, finge anche un sentimento di spocchiosa compassione, mentre ti chiude la porta in faccia lasciandoti sola con le tue vaschette di gelato e i fiori ormai appassiti dal dispiacere. "Ritenta l'anno prossimo, vedrai che andrà meglio", ti dice con l'occhietto triste, le labbra sporgenti e le manine raccolte in preghiera. San Valentino non è la festa degli innamorati, è la festa dell'esibizionismo a discapito di chi non può esibire nulla, una giornata che fa sentire i single come un fazzolettino usato dimenticato sotto il cuscino. Di solito io tento di scansare questa "festa" con tutta l'eleganza che ho a disposizione, ovvero rispolverando vecchi discorsi razionali sulla sua natura commerciale e rinchiudendomi in casa a rileggere Jane Austen come ogni single depressa che si rispetti, vestita con il pigiamone di pile, i calzettoni che abbracciano i pantaloni e i capelli a cipolla come vuole il manuale della giovane depressa che affoga i dispiaceri nel cibo. L'anno scorso però ero stufa di imbruttirmi per colpa di questa festa importata dall'America. Ed è stato allora, in un moto di stizza da soldato caduto ma non ancora sconfitto, che ho deciso di farmi questo grande, meraviglioso regalo. In barba ai dubbi che covavo da mesi, ho preso in mano mouse e tastiera e ho scritto il mio primo, brevissimo post. E' così che è iniziata la mia avventura qui su blogger, senza nessuna idea particolare, senza nessuna pretesa o desiderio di successo. Sapevo già allora che il blog era ormai una forma d'arte sorpassata e inutile, paragonabile all'invio di un messaggio via piccione. Ma come ci insegna bene J.K.Rowling, anche le cose più sorpassate possono tornare di moda se adeguatamente sfruttate e se lei è riuscita a far diventare popolare la penna e il calamaio, perché non tentare comunque di dare nuova vita ad uno stile di blog che ormai è da istituto geriatrico? Sappiamo tutti che gli unici blog che oggigiorno attirano ancora sono quelli in cui si spadella o si viaggia, oppure quelli che supportano i canali youtube e che vivono quindi di luce riflessa. I blog personali sono ormai un lontano ricordo dei tempi andati, come le lettere scritte a mano, cose da nostalgici che preferiscono ancora il calore a volte ustionante del camino alla più stabile stufetta elettrica.
Ma io sono sempre stata un'inossidabile nostalgica con la passione per la scrittura e, senza particolari doti culinarie o soldi per viaggiare, con una timidezza da lucertola braccata e assolutamente goffa davanti ad una telecamera, quale altro strumento avrei potuto usare per mostrare il mio lato vintage se non un blog personale? In più avevo voglia di condividere i miei voli di fantasia, il mio modo di vedere la vita, le mie passioni per la letteratura e per i telefilm e soprattutto volevo fuggire per un attimo dalla mia gabbia ansiosa, volevo uno spazio in cui essere finalmente me stessa e parlare liberamente. Così mi sono buttata nel vuoto, nonostante tutte le carte fossero a mio sfavore, nonostante la Luna Nera che incombeva sul mio piano astrale: blog antidiluviani che non legge più nessuno, un'epoca che ha l'attenzione massima di 3 minuti, una personalissima incapacità a rimanere costante e soprattutto, lo scarsissimo dono della sintesi. Io sono sempre stata una persona da flusso di coscienza: un pensiero tira l'altro come gli m&m's durante un attacco di acquolina. E in quest'anno in effetti anche quei timidi tentativi di sintesi sono stati definitivamente abbandonati a favore dell'inconenibilità del flusso di coscienza. Ma molti dei pronostici che mi ero fatta quel lontano 14 febbraio del 2014 sono stati felicemente disattesi. La costanza è stata mantenuta, tanto che oggi festeggio anche il mio cinquantesimo post e con la costanza e un po' di pubblicità sono arrivati anche alcuni lettori che hanno trovato qualcosa di buono in quello che scrivevo e che mi hanno supportata con una genuinità disarmante. Col passare dei mesi sono arrivate nuove rubriche, nuovi modi di scrivere e una definizione più puntuale ed equilibrata del mio stile, che è cresciuto grazie anche ai vostri commenti. Il blog mi ha fatto crescere, mi ha resa orgogliosa di ciò che amo di più, mi ha dato fiducia in ciò che faccio e nelle persone a cui mi rivolgo e mi ha dato delle lezioni di vita degne del miglior sensei. La più importante di tutte è stata che non posso lasciare fuori dalla porta la mia ansia sociale. Essa fa parte di ciò che sono e influenza i miei pensieri e il mio umorismo. Ho capito che in questo blog c'è spazio anche per quella parte dispotica e giudicante di me. Qui però è la mia parte sana che tiene le redini e sono capace, come non riesco nella vita, a piegare quel serraglio di giudizi e paure fino a darle una forma che respiri e non soffochi.
Ogni volta che adesso parlo di ansia sociale, non faccio altro che stenderla al sole, come una vecchia coperta logora. La guardo, la tocco, ne racconto la storia e poi la riprendo con me, avendone un po' meno timore, perché ora la conosco un po' meglio e perché non fa paura a chi la racconto. Non sono aliena in un mondo di perfezione, ma solo profondamente complicata. E quando ho particolarmente paura, non devo fare altro che disegnare due grossi baffi a manubrio su quella coperta polverosa e riderci su insieme ai miei lettori. Speravo e spero ancora che quello che scrivo possa aiutare persone come me e persone diverse da me a capirsi e capire, a vedere come cose apparentemente semplici possano essere mostruosamente faticose, a ritrovare una familiarità del tutto personale in difficoltà così particolari, a comprendere come sia difficile per noi fare quel gesto di volontà fondamentale quando siamo impegnate in una quotidiana lotta con noi stessi. E magari aiutare le persone a trovare un modo di tendere una mano cosciente ed efficace verso chi soffre del mio medesimo disagio. Ma soprattutto, spero che con questo blog io possa dare a persone come me quel pennarello nero a punta grossa necessario per disegnare i baffi alla propria ansia sociale, Un anno fa ho fatto una scelta importante, un regalo che si è scrollato di dosso le paure e si è concesso un battito di ali. Da allora non sto facendo altro che continuare a volare. Ed è tutto merito nostro.
Duille
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sabato 6 dicembre 2014
Con amore, Dicembre.
Quando arriva dicembre il mio mondo si ribalta completamente. Per un mese tutto ciò che sono viene dimenticato, prendo il groviglio di lana che cerco di dipanare tutto l'anno e lo chiudo in un cassetto. A dicembre niente ansia sociale, niente paura e niente angosce. A Dicembre, metto in pausa la vita e divento ciò che desidero essere, alle mie condizioni, senza preoccuparmi di null'altro che di spargere la mia felicità come un folletto che lancia brillantini dorati. L'ansia sociale non può varcare le porte di questo freddo mese di fine anno.
E' come se Dicembre avesse una piccola porticina ricoperta di polvere di stelle, che avvera i desideri e che lascia indietro ciò che ci tormenta quotidianamente. La mia ansia sociale rimane lì, invischiata in quei fili d'oro stellari, guardandomi torva nel suo completo nero. Niente nero a Natale. L'unico nero consentito è quello della notte, la trapunta dei sogni che ci culla ogni sera, sull'orlo del sonno. L'ansia sociale dovrà fare il giro lungo, andando alla prossima porta, quella di Gennaio, perché nel mese di Dicembre lei non ci entra. Dicembre è magico anche per questo: illumina tutto con le sue luci calde e soffuse, con i suoi profumi e i suoi colori natalizi, non lasciando neanche uno spazio d'ombra dove far rintanare i nostri mostri. Non ci sono angoli bui sotto al letto dove far acquattare le paure e ogni armadio terrificante è aperto e inondato di deliziosi completi natalizi. A Dicembre c'è solo gioia declinata in ogni modo possibile: gioia estatica, gioia entusiastica, gioia romantica e sì, anche gioia nostalgica e malinconica, per coloro che abbiamo perso e che ricordiamo in un momento di struggimento del cuore. Ma Dicembre ha la capacità di non farci indugiare troppo nel dolore di un momento, ha sempre qualcosa da donarci: una ghirlanda che fa capolino su un balcone, un fiocco di neve che strizza l'occhio da una vetrina, un albero di Natale che si affaccia dalla finestra di casa, osservando i passanti. A Dicembre camminare per strada significa entrare in un sogno fatto di luci splendenti, di rossi, di verdi aghi di pino, di dorate sfere variamente decorate e pacchetti tra le braccia delle persone. E tutto questo è reso ancora più bello da quel variegato mondo di cappelli, sciarpe, cappotti e guantini invernali, con pon pon che troneggiano oscillando sulle teste delle ragazzine, fiocchi di neve che sembrano scivolare sugli slittini lungo le sciarpe penzolanti dai colli e scarponi caldi che avvolgono calzettoni dal sapore montano. E quando si ha ancora più voglia Natale e di una spruzzatina di montagna, ci si può rifugiare nel bar preferito e sorseggiare una cioccolata calda con la panna montata e un bacio di cannella.
O magari, se si vuole fare i raffinati, ci si può concedere un tè in compagnia degli amici, chiacchierando e mangiando biscotti, mentre il baluginio delle luci fuori, nelle strade, solletica le guance ed il freddo, che di tanto in tanto fa capolino con l'ingresso di un altro cliente, cerca di rubare qualche granello di pasta frolla che è sfuggito all'assaggio. Dicembre è il mese dei sensi, non del pensiero. Questo mese non ha niente da dire al cervello, vuole parlare solo con il cuore, usando parole che la mente non può capire, ma che sono proprie di quel muscolo che batte dentro al petto e così sottovalutato durante il resto dell'anno. Le parole del cuore sono fatte di suoni, di immagini, di profumi, di sensazioni. E Dicembre ce le regala tutte, queste sensazioni. Vediamo le luci più belle e i colori più allegri, che si accordano come melodie di ciocchi di legno nel camino, sentiamo i canti di Natale nelle sfumature del jazz, del blues, del pop, del country, in un giro del mondo sonoro tenuto insieme da questa ghirlanda musicale di cui non ci stanchiamo mai. Sentiamo gli odori dell'arancia, dello zenzero e della cannella, veri protagonisti olfattivi di questo mese, e qua e là questi odori iniziano una danza con il freddo del vento e con il profumo dei biscotti, eterni viaggiatori pronti a scoprire il mondo al di là della cucina dove sono nati. Assaggiamo dolci sapori, resi più speciali dalle mani cariche di amore che li hanno generati. In fondo, a Natale ci nutriamo di amore, non di cibo.
E, se siamo molto fortunati, il cielo parteciperà ai festeggiamenti con una coltre bianca che annulla i rumori dei passi e delle ruote, lasciandoci immersi in una nuvola di silenzio, in cui amplificare il battito dei nostri cuori e il suono delle nostre risate. Dicembre ha una magia dentro di sé che nessun altro mese possiede: ha il dono di zittire il cervello, di spegnere le preoccupazioni e di farci nutrire corpo e anima delle piccole gioie del quotidiano, di un fiocco rosso, di una stella dorata, di un ricciolo di profumo che stuzzica il naso, di un sorriso dato gratuitamente ad uno sconosciuto, di un abbraccio sincero tra amici. Dicembre fa venire voglia di pensare al momento, di non rimpiangere ciò che è stato e di non angosciarsi per ciò che sarà. Dicembre è il carpe diem dell'anno. E' il vivere momento per momento, secondo per secondo, godendosi ogni respiro ghiacciato, ogni passo sulla terra e ogni sorso di allegria che ci si concede.
Bisogna ascoltare le sue parole, perché Dicembre sa molte cose, è un mese vecchio e invernale, un mese che racconta storie vicino al fuoco dall'alba dei tempi, su una vecchia sedia a dondolo in una baita sperduta tra i monti, circondata da pini innevati. Dicembre ci chiede di credere nella possibilità di essere felici, anche se per un attimo e lo fa silenziosamente, dimostrandoci quanto si possa essere felici di ciò che esiste intorno a noi e che aspetta solo un nostro sguardo per brillare e farci brillare. Anche se il mondo tende a pensare che Natale sia una festa commerciale, Dicembre ci ricorda che la vera magia del Natale è essere totalmente nel proprio corpo e sparso nel mondo, in un attimo eterno di continua meraviglia cristallizzato nella neve.
Duille
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domenica 9 novembre 2014
Duille e il muro di Berlino
Ci sono storie che conosciamo solo dai libri, rivoluzioni lontane e quasi mitiche e passati recenti che ci hanno visto testimoni da lontano, indirettamente. E poi ci sono storie che, nonostante la distanza, ci toccano nel profondo del cuore, fanno vibrare le fibre della nostra corteccia di nuovi suoni, ci parlano sussurrandoci nell'orecchio parole di speranza o, più spesso, cantano a squarciagola inni di lotta e di vita. Io avevo solo 1 anno quando tutto il mondo poté assistere meravigliato alla caduta del muro di Berlino.
Quando si ha un anno si è troppo impegnati nel perfezionare la dura arte del cucchiaio (gira la mano, raccogli pappa, rigira il polso, tieni la posizione, avvicina cucchiaio, centra la bocca, gnam! E ora, da capo!) e il mondo è decisamente troppo grande e troppo complicato per badare ad esso. Quando siamo così piccoli tutta la nostra realtà si concentra sui dettagli: il viso della mamma, il cucchiaio con cui litighiamo, il nostro migliore amico di peluches che ci accompagna in ogni avventura, trascinato per un braccio nelle nostre maldestre escursioni per la casa. Siamo tutti presi dalla scoperta degli spazi, dai movimenti del nostro corpo, dalle parole che sgorgano dalla nostra voce. Non abbiamo proprio tempo per cose così grandi e apparentemente così inutili come un muro che cade. E poi, cosa c'è da vantarsi? Noi distruggiamo muretti di lego tutti i giorni e non mi sembra proprio che ci dedichino un servizio al telegiornale per questo! Eppure, dando un'occhiata a mamma che sta guardando la televisione, notiamo che ha gli occhi lucidi e un sorriso meravigliato stampato sulla bocca. Certo, ad un anno non sappiamo esattamente cosa sia un sorriso di meraviglia, ma conosciamo la sorpresa, quindi un po' ci raccapezziamo lo stesso. Ma quello che proprio non riusciamo a capire è il perché. Perché questa gente che distrugge un muro di lego è così bella da paralizzare tutta la famiglia, lasciando ferri da stiro sospesi in mano, caffettiere borbottare infuriate sul fuoco e bambini a domandarsi cosa stia succedendo? Ad un anno è di certo una domanda impossibile da rispondere, soprattutto per qualcuno che non ha ben chiaro neanche il concetto di meraviglia. Così ce ne disinteressiamo e andiamo avanti con la nostra vita fatta di piccoli spazi e piccole conquiste. Ma crescendo, diventando cintura nera di Cucchiaio e Maestri nelle espressioni più variegate, allungandoci in altezza e in esperienza, un giorno ci imbattiamo in quel filmato, casualmente, magari proprio un 9 novembre di un anno qualunque.
E di colpo, ci ritroviamo con gli occhi bagnati, lo sguardo illuminato e il cuore che batte al ritmo dei colpi di quei picconi. E allora capiamo. E anche io ho capito la bellezza di quel gesto così apparentemente violento, la splendida energia di quella folla che era pronta a cambiare il mondo con un semplice piccolo passo, diventando un solo corpo composto da miriadi di mani, voci e occhi. Quei picconi che colpivano quel muro, quegli strumenti che aggredivano quei mattoni colorati, lungi dall'essere carichi di odio e di rabbia, erano pieni di amore. Amore, capite? Quale meravigliosa rivoluzione può nascere da un sentimento così grande? Quale sguardo non si riempie d'infinito di fronte ad un gesto di speranza così potente? Quale giovane non trova ispirazione in un atto di fede così spontaneamente esplosivo, eppur gentile? E' stata l'unica volta che un atto di forza mi è sembrato così bello e così vivo. Ogni colpo sprigionava scintille invisibili, stelle filanti dei secondi che erano stati imprigionati dentro quelle mura, annullando il tempo, bloccando le persone e Berlino stessa in un eterno presente, trasformando la città in una gigantesca sala d'attesa per il giorno in cui tutto sarebbe finito e il mondo avrebbe ricominciato a girare. La città che attende, un giorno, semplicemente, ha smesso di aspettare.
E ha abbattuto quel muro che divideva strade, famiglie, vite, quartieri. Ha liberato il terreno dal peso di quelle pietre di oppressione, di egoismo e di cieca pazzia. Ogni colpo era accompagnato dalle risate ed ogni risata si librava in aria andando a solleticare i piedi di tutte quelle anime che erano morte tentando di scavalcare il muro, quando la follia di uomini che dovevano portare libertà era sfociata nella più orribile delle invenzioni: una forbice di mattoni che spezzava, tagliava, tranciava in due ricordi, passati e legami. Ogni frammento di calce che crollava era una lacrima che finalmente si ricongiungeva con la terra, una pioggia d'acqua sgorgata dagli occhi di migliaia di berlinesi che ora diventava linfa e nutrimento per i germogli del futuro, finalmente liberata dal suo dolore. Ogni fantasma di mano che si era appoggiata su quel muro era ora diventata pugno interno al cemento, che spaccava e batteva da dentro, dando un ritmo alle risate e alle parole delle persone là fuori, dando una melodia alle mani di oggi che stringevano quei picconi. I vivi e i morti, uniti in un'unica melodia ritmica, spingevano e distruggevano da dentro e da fuori, da ogni direzione, in un unico movimento, per liberare il futuro incrostato nel catramoso calcestruzzo che aveva diviso e ucciso. E poi, in tutto questo danzare, liberare, illuminare, finalmente qualcuno riuscì a salire su quel muro, seguito da altri e altri ancora, da ogni lato, come piccole formiche. Si aiutavano l'un l'altro, si abbracciavano, fino a coprire interamente quel pezzetto di muraglia che li aveva divisi, fino a diventare una neve benefica che bonificava tutto, riempiendo il dolore con la gioia, la rassegnazione con la speranza, le urla con le risate, il passato con il futuro, l'odio con l'amore. Loro erano lì, consci di star facendo la storia, ma forse non consapevoli di quanto avrebbero ispirato le future generazioni, loro, che ci hanno insegnato a sperare sempre, a lottare in nome dell'amore, loro, che si erano ripresi la vita sull'orlo del cielo.
Per questo gesto posso dire solo una parola: Grazie.
Quando si ha un anno si è troppo impegnati nel perfezionare la dura arte del cucchiaio (gira la mano, raccogli pappa, rigira il polso, tieni la posizione, avvicina cucchiaio, centra la bocca, gnam! E ora, da capo!) e il mondo è decisamente troppo grande e troppo complicato per badare ad esso. Quando siamo così piccoli tutta la nostra realtà si concentra sui dettagli: il viso della mamma, il cucchiaio con cui litighiamo, il nostro migliore amico di peluches che ci accompagna in ogni avventura, trascinato per un braccio nelle nostre maldestre escursioni per la casa. Siamo tutti presi dalla scoperta degli spazi, dai movimenti del nostro corpo, dalle parole che sgorgano dalla nostra voce. Non abbiamo proprio tempo per cose così grandi e apparentemente così inutili come un muro che cade. E poi, cosa c'è da vantarsi? Noi distruggiamo muretti di lego tutti i giorni e non mi sembra proprio che ci dedichino un servizio al telegiornale per questo! Eppure, dando un'occhiata a mamma che sta guardando la televisione, notiamo che ha gli occhi lucidi e un sorriso meravigliato stampato sulla bocca. Certo, ad un anno non sappiamo esattamente cosa sia un sorriso di meraviglia, ma conosciamo la sorpresa, quindi un po' ci raccapezziamo lo stesso. Ma quello che proprio non riusciamo a capire è il perché. Perché questa gente che distrugge un muro di lego è così bella da paralizzare tutta la famiglia, lasciando ferri da stiro sospesi in mano, caffettiere borbottare infuriate sul fuoco e bambini a domandarsi cosa stia succedendo? Ad un anno è di certo una domanda impossibile da rispondere, soprattutto per qualcuno che non ha ben chiaro neanche il concetto di meraviglia. Così ce ne disinteressiamo e andiamo avanti con la nostra vita fatta di piccoli spazi e piccole conquiste. Ma crescendo, diventando cintura nera di Cucchiaio e Maestri nelle espressioni più variegate, allungandoci in altezza e in esperienza, un giorno ci imbattiamo in quel filmato, casualmente, magari proprio un 9 novembre di un anno qualunque.
E di colpo, ci ritroviamo con gli occhi bagnati, lo sguardo illuminato e il cuore che batte al ritmo dei colpi di quei picconi. E allora capiamo. E anche io ho capito la bellezza di quel gesto così apparentemente violento, la splendida energia di quella folla che era pronta a cambiare il mondo con un semplice piccolo passo, diventando un solo corpo composto da miriadi di mani, voci e occhi. Quei picconi che colpivano quel muro, quegli strumenti che aggredivano quei mattoni colorati, lungi dall'essere carichi di odio e di rabbia, erano pieni di amore. Amore, capite? Quale meravigliosa rivoluzione può nascere da un sentimento così grande? Quale sguardo non si riempie d'infinito di fronte ad un gesto di speranza così potente? Quale giovane non trova ispirazione in un atto di fede così spontaneamente esplosivo, eppur gentile? E' stata l'unica volta che un atto di forza mi è sembrato così bello e così vivo. Ogni colpo sprigionava scintille invisibili, stelle filanti dei secondi che erano stati imprigionati dentro quelle mura, annullando il tempo, bloccando le persone e Berlino stessa in un eterno presente, trasformando la città in una gigantesca sala d'attesa per il giorno in cui tutto sarebbe finito e il mondo avrebbe ricominciato a girare. La città che attende, un giorno, semplicemente, ha smesso di aspettare.
E ha abbattuto quel muro che divideva strade, famiglie, vite, quartieri. Ha liberato il terreno dal peso di quelle pietre di oppressione, di egoismo e di cieca pazzia. Ogni colpo era accompagnato dalle risate ed ogni risata si librava in aria andando a solleticare i piedi di tutte quelle anime che erano morte tentando di scavalcare il muro, quando la follia di uomini che dovevano portare libertà era sfociata nella più orribile delle invenzioni: una forbice di mattoni che spezzava, tagliava, tranciava in due ricordi, passati e legami. Ogni frammento di calce che crollava era una lacrima che finalmente si ricongiungeva con la terra, una pioggia d'acqua sgorgata dagli occhi di migliaia di berlinesi che ora diventava linfa e nutrimento per i germogli del futuro, finalmente liberata dal suo dolore. Ogni fantasma di mano che si era appoggiata su quel muro era ora diventata pugno interno al cemento, che spaccava e batteva da dentro, dando un ritmo alle risate e alle parole delle persone là fuori, dando una melodia alle mani di oggi che stringevano quei picconi. I vivi e i morti, uniti in un'unica melodia ritmica, spingevano e distruggevano da dentro e da fuori, da ogni direzione, in un unico movimento, per liberare il futuro incrostato nel catramoso calcestruzzo che aveva diviso e ucciso. E poi, in tutto questo danzare, liberare, illuminare, finalmente qualcuno riuscì a salire su quel muro, seguito da altri e altri ancora, da ogni lato, come piccole formiche. Si aiutavano l'un l'altro, si abbracciavano, fino a coprire interamente quel pezzetto di muraglia che li aveva divisi, fino a diventare una neve benefica che bonificava tutto, riempiendo il dolore con la gioia, la rassegnazione con la speranza, le urla con le risate, il passato con il futuro, l'odio con l'amore. Loro erano lì, consci di star facendo la storia, ma forse non consapevoli di quanto avrebbero ispirato le future generazioni, loro, che ci hanno insegnato a sperare sempre, a lottare in nome dell'amore, loro, che si erano ripresi la vita sull'orlo del cielo.
Per questo gesto posso dire solo una parola: Grazie.
Duille
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sabato 4 ottobre 2014
Imparare a disimparare
MI piacerebbe avere un libretto di istruzione per la vita. Quando nasceremmo, ci metterebbero un piccolo libricino attorno al collo, con una corda, per quando finalmente sapremmo leggere. In quel libricino sarebbe spiegato tutto: come amare, come parlare, ma soprattutto, come essere felice. Sia chiaro, non felice in un modo stereotipato e seriale, ma in un modo personale e genuino. Un modo di essere felice che ti renda davvero felice. Perché le felicità plasticose non sono vere felicità, ti annullano dietro ad immagini patinate da pubblicità. Una cosa alla Mulino Bianco, con donne appagate di servire in tavola, bambini allegri ma composti e padri che leggono il giornale ma trovano il tempo per i figli. No, io parlo di un'autentica felicità, particolarissima, unica, una felicità che ha inciso sopra il nostro nome. Cose che non si trovano facilmente, soprattutto se davanti alla parola "felicità" aggiungiamo "essere umano" che, in un linguaggio arcaico e che mi sono inventata di sana pianta, è sinonimo di complicazione! Sì, noi esseri umani siamo complicati, impossibili, la dimostrazione che evoluzione non fa rima con autorealizzazione. Gli animali sono molto più all'avanguardia di noi, hanno capito fin da subito che la razionalità non era la chiave del successo nella vita. Bastavano gli istinti per sopravvivere e poi una bella vita godereccia. Dormire pancia all'aria al sole pomeridiano. Giocare alla lotta con i fratelli. Smangiucchiare della succosa frutta su un albero.Guardare le stelle in una notte senza luna.
Senza troppe domande complicate sul cosa siano, da dove vengano e perché siano qui. Perché, in fondo, a cosa serve sapere che le stelle sono soli lontani eoni che riusciamo a vedere solo come puntolini luminosi? E a cosa serve sapere che, probabilmente, quello che stiamo guardando non è neanche in diretta, ma già una replica? Sia chiaro, non sono contraria alla scienza, ma credo che a volte, in questa smania di conoscenza a tutti i costi, perdiamo un po' il centro della questione. E qual'è il centro, direte voi? Ecco, secondo il mio modesto parere di filosofa dei poveri, il succo di tutto è l'emozione. L'essere nell'attimo. Il carpe diem, insomma. Siamo così impegnati ad accumulare conoscenze, ad adeguarci al mondo sociale in cui siamo immersi, che ci scordiamo di essere. Ci dimentichiamo di perderci nelle cose solo per il gusto di provare qualcosa di vero e profondamente nostro. Ci affanniamo a limarci, a perfezionarci, a diventare identici al modello che abbiamo pensato per noi, convinti che questo ci renderà felici, ma nel farlo, ci perdiamo il bello della vita, che è soprattutto flusso, è essere presenti nell'adesso, senza troppe costruzioni artificiose da film americano. E invece no. A noi piace la strada difficile. Continuiamo a correre dietro al tempo, alla ricerca di una felicità che non potremo mai raggiungere, perché semplicemente ci ostiniamo a viaggiare sul binario parallelo a quello della felicità. E lasciate che ve lo dica una infelice patologica, che sta ancora cercando di capire come saltarci, su quel binario. Se ci concentrassimo un attimo su quello che stiamo vivendo adesso, ci renderemmo conto che essere felici è più semplice di quanto non si pensi. Che la felicità eterna non esista, direi che ormai è più che appurato. Ci sono centinaia di film, libri, trattati e manuali che ce l'hanno indicato in modi diversi, e persino i sequel dei cartoni animati ci dimostrano che il "e vissero per sempre felici e contenti" non esiste. Ci saranno sempre delle complicanze che renderanno falsa questa conclusione. Infatti ciò che questi film e romanzi sembrano volerci ricordare è che la felicità è fatta di piccoli momenti, attimi che durano pochissimo.
Ma se quegli attimi li passiamo a pensare al domani, a sistemarci il trucco per essere perfetti, o (come faccio sempre io) a domandarci perché siamo come siamo, allora è ovvio che non riusciremo mai a vedere quei battiti d'ali. Ci sgusceranno sotto i nostri occhi, intenti a ripassare mentalmente i passi falsi, sotto la guida solerte del Rimugiserpe. Con questo discorso non voglio dire che dobbiamo ignorare tutto ciò che riguarda il sapere su noi stessi o sul mondo. Siamo ciò che siamo proprio perché ci facciamo domande e cerchiamo di migliorarci. Ma dobbiamo imparare anche ad ascoltare un po' la pancia, oltre che il cuore. E come cavolo facciamo? Bella domanda! No, davvero, bella domanda. In fondo, noi non siamo più animali da molto tempo ormai. Siamo un groviglio di pensieri chiusi dentro una teca di riflessioni dentro una stanza di idee all'interno di un edificio di opinioni. Un bel casino, come dicevo all'inizio. Ma non scoraggiamoci. In fondo, fa parte di noi, abbiamo solo disimparato a spegnere il cervello per qualche minuto. Ma ci sono persone che sono in grado di farlo, anche se per pochi attimi alla volta: poeti, musicisti, romanzieri, pittori e scultori, che riescono ad immortalare in un suono, in un'immagine o in un idea le emozioni. E cosa possiamo imparare da loro, che hanno carpito il santo Graal che noi non riusciamo neanche a vedere? Sembra proprio che loro, per poter dare voce alle emozioni, debbano forzatamente fermarsi. Quindi, tutto inizia da uno stop.
Da due piedi che interrompono la loro corsa. E da occhi che si aprono al mondo. Una cosa semplice, banale quasi, ma che non siamo più abituati a fare e che, perciò, dobbiamo imparare di nuovo. Dobbiamo imparare a disimparare. E probabilmente lo faremo per tutta la vita: Fermarci. Ascoltare. Respirare. Saremo eterni studenti di noi stessi. E quindi emozioniamoci di fronte ad una lumaca che scivola per la strada, lasciamo che le sue forme pulite ed affusolate ci solletichino la vista. Dimentichiamo il tempo, chi siamo e quanto ridicoli appariremo nel rimanere appollaiati come galline in cova ad un centimetro dal suolo. Per una volta, urliamo un mentale chissenefrega al Rimugiserpe e lanciamoci nel mondo dell'ora, cristallizziamo i secondi, fermiamo il tempo e rompiamo gli orologi, in un degno omaggio a Capitano Uncino. Apriamo la scatoletta delle emozioni e lasciamole uscire, giusto per prendere un po' d'aria e ricordarci che ci si può perdere, giusto per un po'. E quando ci ritroveremo, scopriremo di aver trovato qualcosa che avevamo dimenticato di aver perso: una voce, che non sarà la copia di quelle udite dagli altri e non sarà neanche la voce che usiamo per comunicare nel mondo. Sarà la nostra vera voce, probabilmente un po' polverosa e arrochita dal poco uso. Potrebbe anche non piacerci il suono che ha. In fondo, è sempre stata rinchiusa, non vi aspettate che sappia di velluto. Se siete fortunati, sarà più simile a quella di Gandalf il grigio. Ma è una voce autentica, non costruita per cullare le orecchie del mondo, ma per parlare. Non è finta. E' più vera del vero, come le spine delle rose. E ha da dirci molto. Diamole una mentina per togliere le ultime ragnatele dalla gola e lasciamo che ci racconti la più bella storia mai inventata. La nostra.
Quindi, dopo tutto, sembra proprio che non abbiamo bisogno di un libretto d'istruzione per la felicità, perché ce l'abbiamo incollato addosso da sempre, solo che non ci siamo mai presi la briga di fermarci a leggerlo. Godere di ciò che si fa nel momento in cui lo si fa. Lasciarsi emozionare dalle cose. Essere nel momento. Ascoltarsi.
Tutte cose che, guarda caso, gli animali hanno sempre saputo.
Senza troppe domande complicate sul cosa siano, da dove vengano e perché siano qui. Perché, in fondo, a cosa serve sapere che le stelle sono soli lontani eoni che riusciamo a vedere solo come puntolini luminosi? E a cosa serve sapere che, probabilmente, quello che stiamo guardando non è neanche in diretta, ma già una replica? Sia chiaro, non sono contraria alla scienza, ma credo che a volte, in questa smania di conoscenza a tutti i costi, perdiamo un po' il centro della questione. E qual'è il centro, direte voi? Ecco, secondo il mio modesto parere di filosofa dei poveri, il succo di tutto è l'emozione. L'essere nell'attimo. Il carpe diem, insomma. Siamo così impegnati ad accumulare conoscenze, ad adeguarci al mondo sociale in cui siamo immersi, che ci scordiamo di essere. Ci dimentichiamo di perderci nelle cose solo per il gusto di provare qualcosa di vero e profondamente nostro. Ci affanniamo a limarci, a perfezionarci, a diventare identici al modello che abbiamo pensato per noi, convinti che questo ci renderà felici, ma nel farlo, ci perdiamo il bello della vita, che è soprattutto flusso, è essere presenti nell'adesso, senza troppe costruzioni artificiose da film americano. E invece no. A noi piace la strada difficile. Continuiamo a correre dietro al tempo, alla ricerca di una felicità che non potremo mai raggiungere, perché semplicemente ci ostiniamo a viaggiare sul binario parallelo a quello della felicità. E lasciate che ve lo dica una infelice patologica, che sta ancora cercando di capire come saltarci, su quel binario. Se ci concentrassimo un attimo su quello che stiamo vivendo adesso, ci renderemmo conto che essere felici è più semplice di quanto non si pensi. Che la felicità eterna non esista, direi che ormai è più che appurato. Ci sono centinaia di film, libri, trattati e manuali che ce l'hanno indicato in modi diversi, e persino i sequel dei cartoni animati ci dimostrano che il "e vissero per sempre felici e contenti" non esiste. Ci saranno sempre delle complicanze che renderanno falsa questa conclusione. Infatti ciò che questi film e romanzi sembrano volerci ricordare è che la felicità è fatta di piccoli momenti, attimi che durano pochissimo.
Ma se quegli attimi li passiamo a pensare al domani, a sistemarci il trucco per essere perfetti, o (come faccio sempre io) a domandarci perché siamo come siamo, allora è ovvio che non riusciremo mai a vedere quei battiti d'ali. Ci sgusceranno sotto i nostri occhi, intenti a ripassare mentalmente i passi falsi, sotto la guida solerte del Rimugiserpe. Con questo discorso non voglio dire che dobbiamo ignorare tutto ciò che riguarda il sapere su noi stessi o sul mondo. Siamo ciò che siamo proprio perché ci facciamo domande e cerchiamo di migliorarci. Ma dobbiamo imparare anche ad ascoltare un po' la pancia, oltre che il cuore. E come cavolo facciamo? Bella domanda! No, davvero, bella domanda. In fondo, noi non siamo più animali da molto tempo ormai. Siamo un groviglio di pensieri chiusi dentro una teca di riflessioni dentro una stanza di idee all'interno di un edificio di opinioni. Un bel casino, come dicevo all'inizio. Ma non scoraggiamoci. In fondo, fa parte di noi, abbiamo solo disimparato a spegnere il cervello per qualche minuto. Ma ci sono persone che sono in grado di farlo, anche se per pochi attimi alla volta: poeti, musicisti, romanzieri, pittori e scultori, che riescono ad immortalare in un suono, in un'immagine o in un idea le emozioni. E cosa possiamo imparare da loro, che hanno carpito il santo Graal che noi non riusciamo neanche a vedere? Sembra proprio che loro, per poter dare voce alle emozioni, debbano forzatamente fermarsi. Quindi, tutto inizia da uno stop.
Da due piedi che interrompono la loro corsa. E da occhi che si aprono al mondo. Una cosa semplice, banale quasi, ma che non siamo più abituati a fare e che, perciò, dobbiamo imparare di nuovo. Dobbiamo imparare a disimparare. E probabilmente lo faremo per tutta la vita: Fermarci. Ascoltare. Respirare. Saremo eterni studenti di noi stessi. E quindi emozioniamoci di fronte ad una lumaca che scivola per la strada, lasciamo che le sue forme pulite ed affusolate ci solletichino la vista. Dimentichiamo il tempo, chi siamo e quanto ridicoli appariremo nel rimanere appollaiati come galline in cova ad un centimetro dal suolo. Per una volta, urliamo un mentale chissenefrega al Rimugiserpe e lanciamoci nel mondo dell'ora, cristallizziamo i secondi, fermiamo il tempo e rompiamo gli orologi, in un degno omaggio a Capitano Uncino. Apriamo la scatoletta delle emozioni e lasciamole uscire, giusto per prendere un po' d'aria e ricordarci che ci si può perdere, giusto per un po'. E quando ci ritroveremo, scopriremo di aver trovato qualcosa che avevamo dimenticato di aver perso: una voce, che non sarà la copia di quelle udite dagli altri e non sarà neanche la voce che usiamo per comunicare nel mondo. Sarà la nostra vera voce, probabilmente un po' polverosa e arrochita dal poco uso. Potrebbe anche non piacerci il suono che ha. In fondo, è sempre stata rinchiusa, non vi aspettate che sappia di velluto. Se siete fortunati, sarà più simile a quella di Gandalf il grigio. Ma è una voce autentica, non costruita per cullare le orecchie del mondo, ma per parlare. Non è finta. E' più vera del vero, come le spine delle rose. E ha da dirci molto. Diamole una mentina per togliere le ultime ragnatele dalla gola e lasciamo che ci racconti la più bella storia mai inventata. La nostra.
Quindi, dopo tutto, sembra proprio che non abbiamo bisogno di un libretto d'istruzione per la felicità, perché ce l'abbiamo incollato addosso da sempre, solo che non ci siamo mai presi la briga di fermarci a leggerlo. Godere di ciò che si fa nel momento in cui lo si fa. Lasciarsi emozionare dalle cose. Essere nel momento. Ascoltarsi.
Tutte cose che, guarda caso, gli animali hanno sempre saputo.
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venerdì 13 giugno 2014
Da un'altra angolazione: piccoli momenti di felicità
Stavo riflettendo un po' in questi giorni, leggendo e rileggendo gli ultimi post, e mi sono accorta di aver parlato solo di un aspetto dell'ansia sociale, quello negativo. Certo, l'ansia è una gran seccatura, a volte addirittura un dolore fortissimo: una gabbia che schiaccia il cuore e lega le braccia. Però ho imparato che in tutte le cose esiste anche il rovescio della medaglia. Non crediate che non esista. Semplicemente, bisogna capire da quale angolazione guardare. E anche la nostra gabbietta mangia-respiri ci insegna qualcosa. Ma ce lo sussurra così sottovoce che spesso non lo sentiamo, soffocato dal battito furioso del nostro cuore che cerca di uscire da quelle grate troppo strette. Cosa mi ha insegnato l'ansia sociale? Tante cose, e non le ho ancora scoperte tutte. Sto ancora ascoltando, tra un battito e il successivo. Il primo grande insegnamento che ho ricevuto è stato quello di apprezzare le piccole bellezze della vita. Noi ansiosi sociali non ci concediamo tanto, ma sappiamo guardare bene e trovare tesori nascosti che ai più passano inosservati. Ci riempiamo gli occhi del bello del mondo, nella sua semplicità. Sappiamo far parlare i sensi, li facciamo cantare ed esplodere dentro di noi di mille colori. Per la maggior parte del tempo sopravviviamo, schivando i colpi, ma sappiamo trovare momenti in cui essere completamente vivi, totalmente presenti. Un esempio? Il breve tragitto dall'autobus a casa.
Ho imparato a vivere ogni istante intensamente, per quanto banale: ogni passo davanti all'altro, ogni ciottolo che sfiora il mio sguardo, ogni fruscio di foglia, ogni profumo speziato che proviene dalle case.
Ho imparato a vivere ogni istante intensamente, per quanto banale: ogni passo davanti all'altro, ogni ciottolo che sfiora il mio sguardo, ogni fruscio di foglia, ogni profumo speziato che proviene dalle case.
Adoro soprattutto quelle giornate ventose di primavera, in cui si formano mulinelli di petali, in cui c’è quel buonissimo odore di erba appena tagliata che ti stuzzica il naso, e il sole fa capolino tra le nuvole. E quanto è elettrizzante essere sorpresa da una raffica di vento, di quelle potenti, che ti scompigliano tutti i capelli, che ti attraversa come una scarica di energia vitale e ti fa venire voglia di volare via con quella forza invisibile ma fortissima? Quella elettricità mi corre dentro tutto il corpo, fino alle gambe, che chiedono di correre libere, di sentire ancora quella brezza, di essere genuinamente felici nel fare ciò per cui sono nate. Ogni volta le vorrei accontentare, ma il mio procione mi dice “No, sembreresti ridicola! Vuoi che tutti ti guardino?” E allora mi limito a scrollare le spalle, con accondiscendenza, come una madre con un bambino monello, e lascio che l’energia risalga dalle gambe fino al mio viso e mi illumini di spazi infiniti, ed esca attraverso il sorriso, grande radura della mia felicità, che neanche la mia gabbia può contenere. E mi dico: “un giorno volerete, mie care gambe, ma per ora camminate, sentite il peso del corpo sopra di voi e l’asfalto sotto di voi, e l’aria che vi accarezza accanto, facendovi venire la pelle d’oca, e il calore che vi bacia su ogni centimetro di pelle.” E in quei momenti, il mio corpo e la mia mente accettano di essere in armonia, si parlano come due vecchi amici seduti davanti ad un caffè, ed è allora che mi sento completa, intera, unita. Mi lascio trasportare dalla musica nelle cuffie e
mi godo il momento.
Anche nel peggiore dei momenti, quindi, ci sarà sempre spazio per un attimo di felicità, da custodire gelosamente, come un piccolo cerchio di luce tra le mani. Cercarlo è ciò che ci permette di vivere, anche quando non ce lo consentiamo. Trovarlo, ci permette di essere liberi, anche se solo per un attimo. E questo è l'insegnamento più grande che ci può dare l'ansia sociale: la felicità è in ogni cosa, basta solo avere occhi per guardarla.
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venerdì 14 marzo 2014
100 giorni di felicità
Il bello di internet è che puoi trovarci il meglio e il peggio del mondo umano. Quando trovi il marciume, il colpo è forse più potente che non di persona. Come può gente che neanche ti conosce essere così maligna? Perché si accaniscono su dei completi sconosciuti? E la soluzione più immediata è scappare da tutto quel dolore, chiudere il pc e non aprirlo mai più. Ma questo ci impedirebbe di vedere il rovescio della medaglia, la poesia che possiamo trovare negli occhi e nelle parole di tanti sognatori, che semplicemente, trovano in questo mondo virtuale il luogo in cui far esplodere la propria fantasia. Ed è così che nascono piccole perle di luce, come il progetto 100 happy days. La questione è semplice: siamo in grado di essere felici per 100 giorni di fila? O meglio, siamo capaci di trovare ogni giorno un momento di felicità, qualcosa che ci faccia sorridere e ci alleggerisca il cuore, almeno per qualche minuto? L'idea è non solo bella, ma anche molto educativa, perchè ci insegna a fare attenzione ai piccoli piaceri che ci passano sotto gli occhi e di cui, di solito, ci dimentichiamo, persi nei mille impegni che ci sommergono quotidianamente. Ho sempre creduto nel potere delle piccole cose, nel guardarsi intorno con occhio curioso, "riempiendosi gli occhi", come dice mia nonna, e lasciare che tutto possa essere trasformato dalla fantasia. E credo ancora di più nelle gioie che il mondo di ogni giorno riesce a darci, che sia un campo di fiori appena sbocciati, un passante per la strada che sorride trasognato o il russare chiassoso del tuo cane. Perchè, è vero, la felicità non esiste. Non siamo nati per essere felici, come ci mostra implicitamente il buon Albus Silente nel primo volume di Harry Potter: "l'uomo più felice della terra riuscirebbe ad usare lo Specchio delle Brame come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com'è". Ma l'uomo desidera, e nel desiderio risiede la sua forza e la sua condanna. In quello specchio vedrà sempre ciò che non ha. E questo lo renderà eternamente infelice. Ma, in fondo, se ci è preclusa la felicità eterna, siamo nati per avere tanti minuscoli momenti di felicità, piccole perle che si raccolgono intorno al nostro cuore rendendoci più sopportabili i momenti difficili. Istanti di perfetta serenità, attimi di squisita gioia che invade tutto e che si irradia nel nostro sorriso come la luce di un faro.
Solo che troppo spesso, queste perle ci sfuggono, vengono dimenticate presto, e ci ricordiamo solo tutte le preoccupazioni, le difficoltà del quotidiano. Sono come piccole gocce di rugiada che evaporano troppo in fretta. Per questo 100 happy days è un'iniziativa così importante, perchè ci vuole insegnare la cosa più grande: la felicità è a portata di mano, ma bisogna saper guardare. E bisogna saper ricordare. Io mi sono buttata a capofitto in questa avventura,mi sono fatta questo regalo, come questo blog che nessuno legge, ma che io scrivo per me stessa. Voglio ricordarmi che ogni giorno è prezioso e vale la pena viverlo, perchè ci può dare più di quanto immaginiamo. Basta solo imparare a vederlo.
Duille
Per chi lo volesse visitare, vi lascio il link della sfida: www.100happydays.com/it/
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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