venerdì 30 maggio 2014

Parole piccole per dipingere l'infinito: Ragazzo da Parete

Recentemente ho violato una delle mie regole più ferree riguardo ai libri: mai guardare il film prima di aver letto il libro. Ho un certo religioso rispetto nei confronti delle storie contenute in un testo: la potenza delle parole scritte su quelle pagine bianche non potrà, a mio avviso, essere mai davvero trasposta in un lungometraggio. Le tempistiche dei film sono imposte, i ritmi sono definiti, e tu non puoi fare altro che adeguarti a quella corsa, senza avere il tempo di fermarti a riflettere davvero su quello che hai davanti agli occhi. Il libro invece ti rispetta, lascia che sia tu a definire il tempo, concedendosi in tutto il suo essere eterno presente. Puoi divorarlo, oppure assaporarlo piano piano. Puoi rileggere dei passi che ti interessano più e più volte o abbandonarlo per intere settimane. Ma lui ti aspetterà sempre, esattamente come lo avevi lasciato, paziente, come un'incrollabile certezza di fedeltà. Però capita anche di trovarsi a leggere un libro proprio perchè un giorno, distrattamente, si è visto un film, e la curiosità ha spinto a lanciarsi nel labirintico mondo di quelle pagine. Ed è stato in questo modo che io, violando la mia regola, mi sono trovata a guardare Noi siamo infinito. Un film davvero bello, devo dire, per quanto io ci capisca pochissimo di film. Ma le scelte sceniche sono state così azzeccate, e le tempistiche così ben costruite, che ho pensato potesse essere una buona idea approfondire la conoscenza di Charlie, Sam e Patrick. Perciò, eccomi qui, a distanza di una settimana, a parlarvi di 

"Ragazzo da Parete". 



E' inutile che cerchi di raccontarvi la trama, perchè sarebbe impossibile. Vi basti sapere che si tratta di un romanzo epistolare, scritto in prima persona da Charlie, un ragazzino di 15 anni che, per la prima volta nella sua vita, si ritrova a far parte di qualcosa di più grande di lui, scoprendo cosa sia l'amicizia. Già vedo tanti di voi storcere il nasino di lettori di fronte alla parola "romanzo epistolare" (vi prego, ditemi che non li odio solo io!), ma, nonostante questo, vi garantisco che vale la pena darci un occhio, soprattutto se avete passato l'età adolescenziale da un pochino. No, non sono diventata pazza. Mi sono semplicemente resa conto, leggendo questo testo, quanto il tempo che passa ci faccia dimenticare il modo speciale con cui, da adolescenti, guardavamo il mondo e parlavamo di esso. Se dovessi consigliarvi "Ragazzo da parete", sarebbe proprio per il modo in cui è scritto. 

Leggere un libro per adolescenti quando si è ormai adulti è un'esperienza davvero singolare: ritrovi qualcosa di te che avevi dimenticato, un modo di riflettere diverso, più semplice e, allo stesso tempo, incredibilmente profondo. Gli adolescenti usano parole piccole, come "triste" o "grandioso", oppure parole grandi come se fossero minuscole, come "sono felice". E scrivono anche di cose piccole, eventi semplici che assumono ai loro occhi grande importanza. E, nella loro semplicità, sono così incredibilmente precise, così incredibilmente vere, che aprono mondi di significati. Usano parole piccole, e piccoli momenti, dilatandoli, fino a contenere oceani di emozioni. E noi, leggendo quelle semplici frasi, ritroviamo il tempo in cui usavamo parole piccole per dipingere l'infinito. Ritroviamo i momenti in cui guardavamo il mondo con una nuova curiosità, osservando le relazioni e le cose come se non ci appartenessero davvero, come se non fossero del tutto comprensibili, come se ci fosse dell'altro che ci era precluso. Entravamo nel mondo in punta di piedi, dalla porta di servizio, esplorando la realtà come se fossimo al bordo di un acquario. Diventando un po' anche noi, "ragazzi da parete". Insomma, non la tirerò troppo per le lunghe, ma consiglio questo libro a grandi e piccini: ai piccini insegnerà tante cose sui rapporti umani, su quanto tutto sia intrecciato, e come nulla possa essere distinto in giusto o sbagliato, in bianco e nero. I colori si mischiano sempre, e non ci si può fare nulla, se non comprenderlo, accettarlo e imparare a non giudicare. Ai grandi permetterà di riscoprirsi, di rimanere sorpresi da quanta poesia possa essere contenuta in un tramonto, in una bevuta con gli amici, in un pezzo musicale. E di come noi fossimo perfettamente in grado di coglierlo, con una naturalezza senza eguali. 

Duille



"C'è qualcosa in quel tunnel che porta in città. Di notte è stupendo. Semplicemente glorioso. Ti avvicini a un fianco della montagna, e fuori è buio, e la radio è a palla. Quando lo imbocchi, il vento viene risucchiato, e devi socchiudere gli occhi per le luci del soffitto. Quando inizi a farci l'abitudine, riesci a vedere l'uscita dalla parte opposta, in lontananza; e le note della radio si affievoliscono fino a svanire, perché le onde non arrivano. Poi, quando sei al centro della galleria, la realtà intorno a te diventa un sogno tranquillo. L'uscita si avvicina, e tu hai l'impressione di non riuscire ad accelerare abbastanza. E alla fine, proprio quando inizia  pensare che non la raggiungerai mai, la vedi esattamente lì, di fronte a te. E la musica della radio torna, e hai l'impressione che sia addirittura più alta di prima. E il vento è lì, che ti aspetta. E tu voli fuori dal tunnel, dritto sul ponte. Ed eccola. La città. Un milione di luci e di edifici, ed è tutto così eccitante che ti sembra di vederlo per la prima volta. E' davvero un'entrata grandiosa." 

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