sabato 4 ottobre 2014

Imparare a disimparare

MI piacerebbe avere un libretto di istruzione per la vita. Quando nasceremmo, ci metterebbero un piccolo libricino attorno al collo, con una corda, per quando finalmente sapremmo leggere. In quel libricino sarebbe spiegato tutto: come amare, come parlare, ma soprattutto, come essere felice. Sia chiaro, non felice in un modo stereotipato e seriale, ma in un modo personale e genuino. Un modo di essere felice che ti renda davvero felice. Perché le felicità plasticose non sono vere felicità, ti annullano dietro ad immagini patinate da pubblicità. Una cosa alla Mulino Bianco, con donne appagate di servire in tavola, bambini allegri ma composti e padri che leggono il giornale ma trovano il tempo per i figli. No, io parlo di un'autentica felicità, particolarissima, unica, una felicità che ha inciso sopra il nostro nome. Cose che non si trovano facilmente, soprattutto se davanti alla parola "felicità" aggiungiamo "essere umano" che, in un linguaggio arcaico e che mi sono inventata di sana pianta, è sinonimo di complicazione! Sì, noi esseri umani siamo complicati, impossibili, la dimostrazione che evoluzione non fa rima con autorealizzazione. Gli animali sono molto più all'avanguardia di noi, hanno capito fin da subito che la razionalità non era la chiave del successo nella vita. Bastavano gli istinti per sopravvivere e poi una bella vita godereccia. Dormire pancia all'aria al sole pomeridiano. Giocare alla lotta con i fratelli. Smangiucchiare della succosa frutta su un albero.Guardare le stelle in una notte senza luna.
Senza troppe domande complicate sul cosa siano, da dove vengano e perché siano qui. Perché, in fondo, a cosa serve sapere che le stelle sono soli lontani eoni che riusciamo a vedere solo come puntolini luminosi? E a cosa serve sapere che, probabilmente, quello che stiamo guardando non è neanche in diretta, ma già una replica? Sia chiaro, non sono contraria alla scienza, ma credo che a volte, in questa smania di conoscenza a tutti i costi, perdiamo un po' il centro della questione. E qual'è il centro, direte voi? Ecco, secondo il mio modesto parere di filosofa dei poveri, il succo di tutto è l'emozione. L'essere nell'attimo. Il carpe diem, insomma. Siamo così impegnati ad accumulare conoscenze, ad adeguarci al mondo sociale in cui siamo immersi, che ci scordiamo di essere. Ci dimentichiamo di perderci nelle cose solo per il gusto di provare qualcosa di vero e profondamente nostro. Ci affanniamo a limarci, a perfezionarci, a diventare identici al modello che abbiamo pensato per  noi, convinti che questo ci renderà felici, ma nel farlo, ci perdiamo il bello della vita, che è soprattutto flusso, è essere presenti nell'adesso, senza troppe costruzioni artificiose da film americano. E invece no. A noi piace la strada difficile. Continuiamo a correre dietro al tempo, alla ricerca di una felicità che non potremo mai raggiungere, perché semplicemente ci ostiniamo a viaggiare sul binario parallelo a quello della felicità. E lasciate che ve lo dica una infelice patologica, che sta ancora cercando di capire come saltarci, su quel binario. Se ci concentrassimo un attimo su quello che stiamo vivendo adesso, ci renderemmo conto che essere felici è più semplice di quanto non si pensi. Che la felicità eterna non esista, direi che ormai è più che appurato. Ci sono centinaia di film, libri, trattati e manuali che ce l'hanno indicato in modi diversi, e persino i sequel dei cartoni animati ci dimostrano che il "e vissero per sempre felici e contenti" non esiste. Ci saranno sempre delle complicanze che renderanno falsa questa conclusione. Infatti ciò che questi film e romanzi sembrano volerci ricordare è che la felicità è fatta di piccoli momenti, attimi che durano pochissimo.


Ma se quegli attimi li passiamo a pensare al domani, a sistemarci il trucco per essere perfetti, o (come faccio sempre io) a domandarci perché siamo come siamo, allora è ovvio che non riusciremo mai a vedere quei battiti d'ali. Ci sgusceranno sotto i nostri occhi, intenti a ripassare mentalmente i passi falsi, sotto la guida solerte del Rimugiserpe. Con questo discorso non voglio dire che dobbiamo ignorare tutto ciò che riguarda il sapere su noi stessi o sul mondo. Siamo ciò che siamo proprio perché ci facciamo domande e cerchiamo di migliorarci. Ma dobbiamo imparare anche ad ascoltare un po' la pancia, oltre che il cuore.  E come cavolo facciamo? Bella domanda! No, davvero, bella domanda. In fondo, noi non siamo più animali da molto tempo ormai. Siamo un groviglio di pensieri chiusi dentro una teca di riflessioni dentro una stanza di idee all'interno di un edificio di opinioni. Un bel casino, come dicevo all'inizio. Ma non scoraggiamoci. In fondo, fa parte di noi, abbiamo solo disimparato a spegnere il cervello per qualche minuto. Ma ci sono persone che sono in grado di farlo, anche se per pochi attimi alla volta: poeti, musicisti, romanzieri, pittori e scultori, che riescono ad immortalare in un suono, in un'immagine o in un idea le emozioni. E cosa possiamo imparare da loro, che hanno carpito il santo Graal che noi non riusciamo neanche a vedere? Sembra proprio che loro, per poter dare voce alle emozioni, debbano forzatamente fermarsi. Quindi, tutto inizia da uno stop.
 Da due piedi che interrompono la loro corsa. E da occhi che si aprono al mondo. Una cosa semplice, banale quasi, ma che non siamo più abituati a fare e che, perciò, dobbiamo imparare di nuovo. Dobbiamo imparare a disimparare. E probabilmente lo faremo per tutta la vita: Fermarci. Ascoltare. Respirare. Saremo eterni studenti di noi stessi. E quindi emozioniamoci di fronte ad una lumaca che scivola per la strada, lasciamo che le sue forme pulite ed affusolate ci solletichino la vista. Dimentichiamo il tempo, chi siamo e quanto ridicoli appariremo nel rimanere appollaiati come galline in cova ad un centimetro dal suolo. Per una volta, urliamo un mentale chissenefrega al Rimugiserpe e lanciamoci nel mondo dell'ora, cristallizziamo i secondi, fermiamo il tempo e rompiamo gli orologi, in un degno omaggio a Capitano Uncino. Apriamo la scatoletta delle emozioni e lasciamole uscire, giusto per prendere un po' d'aria e ricordarci che ci si può perdere, giusto per un po'. E quando ci ritroveremo, scopriremo di aver trovato qualcosa che avevamo dimenticato di aver perso: una voce, che non sarà la copia di quelle udite dagli altri e non sarà neanche la voce che usiamo per comunicare nel mondo. Sarà la nostra vera voce, probabilmente un po' polverosa e arrochita dal poco uso. Potrebbe anche non piacerci il suono che ha. In fondo, è sempre stata rinchiusa, non vi aspettate che sappia di velluto. Se siete fortunati, sarà più simile a quella di Gandalf il grigio. Ma è una voce autentica, non costruita per cullare le orecchie del mondo, ma per parlare. Non è finta. E' più vera del vero, come le spine delle rose. E ha da dirci molto. Diamole una mentina per togliere le ultime ragnatele dalla gola e lasciamo che ci racconti la più bella storia mai inventata. La nostra.
Quindi, dopo tutto, sembra proprio che non abbiamo bisogno di un libretto d'istruzione per la felicità, perché ce l'abbiamo incollato addosso da sempre, solo che non ci siamo mai presi la briga di fermarci a leggerlo. Godere di ciò che si fa nel momento in cui lo si fa. Lasciarsi emozionare dalle cose. Essere nel momento. Ascoltarsi.
Tutte cose che, guarda caso, gli animali hanno sempre saputo.

Duille


2 commenti:

  1. Sai quante volte ho pensato le stesse cose che hai riportato così magnificamente in questo post, i tuoi stessi ragionamenti, i tuoi stessi pensieri? Che sintonia! Quando sono in giro mi perdo spesso ad osservare il volo di una farfalla e, se mi gira intorno, incomincio a credere che sia lì per me e che mi porti "fortuna". Osservo le più piccole sfumature, le nuvole, il cielo, il suono degli uccelli... certo. Però è molto difficile in una società che ti "impone" di essere una persona all'opposto, ovvero fredda, cinica e razionale. Chiaramente, io ascolto me. Grazie per aver ricordato queste cose, da te si impara molto. Ti abbraccio piccola!

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  2. Ahahahaha! Ma sai che faccio la stessa cosa? E ti dirò di più: quando ero piccola, camminavo per strada e fingevo che i rami degli alberi che sporgevano verso di me volessero tendermi la mano. Così, passeggiando, stringevo quei rami nelle mie manine per un attimo ed ero davvero felice di questo sogno ad occhi aperti. Mi sentivo parte di qualcosa. E ancora adesso, quando ne sento il bisogno, accarezzo quei rami che sembrano salutarmi e mi sento bene. Come dici tu, la nostra società ci impone la razionalità, la prestazione, ci chiede di correre sempre e comunque. Ma guarda caso, tra i nostri ricordi più belli non ci sono le corse pazze, le ore piccole per finire un lavoro o i ragionamenti cinici. Ci sono i rami sfiorati e le farfalle portafortuna. Ed è stupendo che esistano persone come te che sanno ancora fermarsi un attimo e guardare le cose bellissime che ci sono intorno a noi. Grazie per aver riacceso un ricordo importante, anche se forse un po' folle...ma sento che tu possa capirmi perfettamente! ;) E grazie anche per la tua riflessione, è davvero bello trovare qualcuno così pieno di sogni da riuscire a coglierli anche nel mondo! ^_^

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