sabato 1 novembre 2014

Molto forte incredibilmente vicino: una melanconia disperatamente dolce

Che Jonathan Safran Foer fosse un genio, ormai era chiaro. Pochi sanno maneggiare il dolore con la poesia di questo autore, facendo serpeggiare la speranza tra le righe della pagina, per poi, di quando in quando, ricordare, con una dolorosa stretta allo stomaco, l'orrore di cui si sta parlando, il buco nero da cui i personaggi cercano costantemente di uscire con tutta la forza che hanno. Lo abbiamo visto con Ogni cosa è illuminata e lo ritroviamo anche nel suo secondo romanzo, Molto forte incredibilmente vicino.

Un libro che vuole spogliare un evento drammatico come l'11 settembre di ogni connotazione politica, economica o etnica, per mostrarne la sua vera, nuda natura: il dramma umano. Quel giorno morirono molte persone e Foer sceglie la voce di un bambino, Oskar Schell, per narrare la vita dopo quella mattina terribile, in cui molti persero qualcuno e lui perse il suo papà. Il suo straordinario papà, che amava raccontargli meravigliose storie e fare lunghi indovinelli che stimolavano la mente di Oskar. Quel padre che, morendo, ha lasciato in sospeso l'ultimo enigma, che non troverà mai risposta, e un figlio, che non sa più vivere nel mondo senza di lui. Oskar è esempio di una tragedia che ha spezzato vite, quelle di chi è morto e quelle di chi è rimasto. Maglioni con un buco in mezzo che si sfilacciano mentre cercano disperatamente una toppa, un orlo che renda sicuro un vuoto inguardabile e che continua ad allargare le maglie di lana, mostrandosi anche agli occhi chiusi. Oskar è un bambino bucato, che cerca di orlarsi con le invenzioni, le lettere inviate a personaggi famosi e da lui stimati e  i racconti con la nonna e la mamma, sue raison d'etre. Ma che inevitabilmente finisce sempre con lo spingersi di nuovo vicino a quel buco incolmabile. E allora decide di iniziare ad esplorarlo quel buco, camminando intorno al bordo, rinunciando a dimenticare. Parte da un filo, una chiave, per iniziare la sua discesa, nella speranza che quel piccolo oggetto lo aiuti a sentire ancora, per un attimo, il respiro vitale emergere dal ricordo del padre. Fame di parole nuove, ancora non udite, e di gesti non visti, come se in quelle frasi e in quei movimenti ci fosse ancora un briciolo della vita ormai spezzata, per farlo resuscitarlo, solo per un altro po'. Sperando che questo basti, anche se non basterà mai.E contemporaneamente, Foer ci proietta
dall'altro lato della strada e dall'altro lato del mondo, nella storia che affonda le radici in un passato lontano, tutto europeo, fil rouge della storia dell'autore e dei suoi romanzi. Affonda le mani nella terra di Dresda e nella vita di una donna e di un uomo, che vivono un eterno lutto che tenta, invano, di essere un cercare di vivere. Una coppia che si ama ma che è inseguita dai fantasmi degli amori passati e spariti e che si aggira tra luoghi di Niente che finiscono col diventare più importanti dei Luoghi di Qualcosa. Foer non perde il piacere ad intrecciare storie diverse, eppur collegate, legandole dallo stesso dolore insolubile, dalla stessa difficoltà a vivere, e saltando da una storia all'altra mantenendo queste note malinconiche e addolorate, vero unico comune denominatore. Un velo di tristezza che sembra sgorgare spontaneamente dalla penna dell'autore, tristezza a volte poetica, a volte quasi divertita. Malinconia che ci avvolge come una pigra risacca sulla riva del mare invernale, mentre si guardano nuvole grigie in fondo all'orizzonte e dentro il cuore, e mentre i gabbiani, volando, tentano di bucare quelle coltri di cotone. Leggendo queste pagine e guardando quel paesaggio, ci si ritrova a pensare che sia dannatamente bello, tristemente meraviglioso, meraviglioso quel sospiro di acqua che parla sui piedi, meraviglioso quel vento salino che fa rabbrividire, meravigliosa l'umidità sulla pelle fusa nella sabbia bagnata. Malinconicamente bello, al punto che si vorrebbe sciogliersi in una lacrima e diventare parte di quel mare dalle note così familiari. Molto forte, incredibilmente vicino è la storia di una ricerca impossibile, la ricerca del pezzo di puzzle caduto nel caminetto acceso, un libro sulle parole mai dette e su quelle mai concluse, su lettere scritte ma mai inviate, su suoni che si è dimenticati e su voci che non si vogliono dimenticare. La storia della vita dopo la tragedia che, crudelmente, va avanti, e di persone che, nella vita, non ricordano più come ci si sta. Persone che si inventano inquilini misteriosi, lettere battute con inchiostro invisibile, voci inudibili scritte sui muri e tatuate sulle mani. Personaggi in fuga nella ricerca, che si circondano di immagini per fissare un punto fermo in un mondo che cade a pezzi dolcemente, come una marea che lentamente scioglie una statua di creta. Immagini che Foer descrive, scrive e fotografa, dando un impatto ancora maggiore alla sua narrazione e rendendoci parte attiva della vita di Oskar, di Thomas, della nonna e della mamma. E saranno proprio le immagini a concludere questo romanzo, come ultimo potente messaggio che le parole non sono in grado di esprimere davvero. Molto forte, incredibilmente vicino è straziante, poetico, divertente, malinconico. Un omaggio a tutte le morti, in ogni luogo e in ogni tempo. Un saluto, un abbraccio colmo di compassione a tutti coloro che hanno avuto la maledizione di continuare a vivere dopo la tragedia. 

Duille


"Le piaceva saltare sul letto. Aveva saltato sul letto per tanti anni che un pomeriggio, mentre la guardavo saltare, il materasso si sfasciò. La cameretta si riempì di piume. Le nostre risate le tenevano in aria. Pensai agli uccelli. Avrebbero volato se, da qualche parte, non ci fosse stato qualcuno che rideva?"


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