sabato 10 gennaio 2015

Libertà senza geografie

Qualche giorno fa a tutta l'Europa è andata di traverso la brioches in simultanea, mentre la televisione annunciava la morte di 11 vignettisti del giornale satirico Charlie Hebdo, freddati da due terroristi islamici che avevano fatto irruzione nella sede parigina della rivista armati di kalashnikov. Il mondo occidentale si è fermato alla vista di queste immagini incomprensibili ed ho avuto l'impressione di vivere una replica in salsa europea dell'11 settembre: all'epoca avevo 13 anni e facevo la terza media. 
Non ho molti ricordi di quel giorno, ma solo delle immagini, come istantanee di un momento che ha sorpreso tutti, me compresa. Ricordo il tavolino basso su cui solevo fare i compiti, di legno chiaro e vetro temperato, che mi permetteva di osservare le mie gambe come se fossero tentacoli di polipo in un acquario. Ricordo la televisione accesa davanti a me che mostrava le immagini delle Torri Gemelle che esplodevano all'impatto degli aerei. Credo che allora non avessi davvero capito cosa stesse accadendo, ma penso che la sensazione interna che provai fosse quella che ho sentito adesso, in questa 11 settembre 2.0: un silenzio irreale. La mia mente non aveva proprio parole, niente da dire. Eravamo due bocche spalancate dalla sorpresa e dall'incredulità. L'unico momento in cui la mia testa smette di blaterare è quando succedono disastri di proporzioni bibliche a quanto pare. Oppure basta solo spiazzarla. In ogni caso credo di non essere l'unica ad avere questo genere di reazione quando succedono cose di questo tipo perché a giudicare dalla stasi generale di quel giorno direi che le cose erano due: o avevano tutti un principio di assideramento da tormenta di neve invisibile oppure erano sorpresi come lo ero io. Quando i cervelli hanno finalmente chiuso la bocca e hanno iniziato ad elaborare la mole di informazioni che ci intasavano i bulbi oculari e le orecchie, ci siamo finalmente resi conto della situazione. 11 persone erano morte. 11 giornalisti, per di più. Ed erano morti per aver pubblicato vignette satiriche. Adesso, a prescindere dalle proprie idee a riguardo, morire per aver fatto un disegno è una cosa terribile, inconcepibile ed inaccettabile. La Francia sicuramente l'ha pensata così, perché 66 milioni di persone si sono strette intorno ad un'unica lacrima e ad un ashtag, #jesuischarlie, che ha corso lungo la rete come una piccola luce elettrica. Il mondo si è indignato di fronte a queste matite spezzate, che sono diventate il simbolo di una libertà di stampa e di opinione a cui non si vuole e non si può fare a meno.

In onore di questi involontari martiri della libertà, migliaia di matite e quaderni sono state sollevate in silenzio nei cieli francesi, al rintocco delle campane di Notre-Dome.Io stessa mi sono trovata a commuovermi di fronte a quei silenzi carichi di dolore, a quei rintocchi funebri che facevano accapponare la pelle e soprattutto a quelle matite che volavano nell'aria come bandiere statiche. Per un attimo ho visto una parte del mondo sana, che protesta in difesa di un ideale senza calpestarne altri, che sceglie la marcia silenziosa alla violenza e i simboli alle percosse. Per una volta non si sentivano canti di guerra contro il nemico, ma gesti di amore indignato per la libertà ferita. Per una volta non c'erano voci di odio, ma silenzi carichi di dolore e di cura verso quell'ideale violato. Corpi raggomitolati intorno a quella parola bruciata, come a volerla proteggere maternamente, senza desiderio di vendetta, ma solo con il bisogno di far battere tutti i cuori all'unisono in un tamburo funebre. Mi sono commossa e quasi inorgoglita a vedere questo lato del mondo che credevo ormai non esistesse più, e anche io mi sono unita a quella culla di corpi e di anime. Ma, man mano che passavano i giorni, mi sono ritrovata a vergognarmi di me stessa. Mi sono indignata ed orrorizzata di fronte a questo gesto gravissimo, al punto da scriverne anche qui, ma non ho mai dedicato parola alle migliaia di persone che muoiono nelle guerre in cui spesso anche l'Europa combatte, non ho mai versato lacrime per i giovani che combattono per i propri diritti in Russia rischiando la vita, non ho mai osservato un minuto di silenzio per tutti gli innocenti che vengono spazzati via ancor prima di conoscerla, la parola libertà. Ho lasciato che la geografia decidesse per chi fosse giusto raccogliersi in preghiera.Mi sono indignata per la ingiusta morte di 11 persone che esprimevano la loro libertà di stampa, ma non ho donato un pezzo del mio cuore a tutti coloro che, nel mondo, combattono per la stessa libertà e di cui spesso non conosco neanche il nome. 
Ho reso la mia sofferenza un gesto discriminatorio. Si piange per i francesi, non per i palestinesi, per gli afghani, per i cinesi o i congolesi. Sono arrivata al punto di trovare quasi quotidiano la morte di queste persone, tanto da non concedergli più di qualche ruga sulla fronte, per poi dimenticarli e continuare la mia vita, senza ashtag e senza pensarci troppo. E' più facile accettare quelle morti piuttosto che queste? E che diritto ho di preferire queste vite a quelle? Che diritto ho di scegliere per chi piangere? Può una vita avere meno valore di un'altra, se ugualmente innocente? Quanta disparità, quanto egoismo possiamo creare mentre crediamo di slanciarci in un gesto di compassione? Ed è allora che mi sono arrabbiata, soprattutto con me stessa e poi con il mondo; anche quel gesto così nobile e così positivo che avevo visto in quelle matite ha cominciato a puzzarmi di bruciato. Quelle matite hanno cominciato a marcire e quei quaderni a sciogliersi di fronte alla rivelazione che l'indifferenza si interrompe solo quando l'orrore arriva sotto casa. Ed io sono stata la prima a cadere in questa trappola. Da qui la mia rabbia per me stessa. Da qui anche la paura di essermi ormai assuefatta ad una morte lontana, come se ormai alcune zone del mondo fossero associate alla morte come l'Italia alla pizza. E quindi, risvegliandomi da questo momento di idealismo adolescenziale, ho deciso di fare tesoro di questa esperienza e di riparare, almeno per oggi, al mio errore passato e, purtroppo, futuro. E non cercherò di fare la moralista né riversare in questo spazio parole di melensante tristezza. Credo che questo breve momento di lucidità sia adatto a ricordare tutte quelle persone troppo spesso dimenticate e passate sotto i miei occhi senza toccarmi davvero. Voglio dedicare questo momento di dolore a tutti coloro che sono morti cercando la libertà che a noi è data così scontata, ai morti di oggi e ai morti del passato, ad Ahmed, il giovane poliziotto che è stato ucciso insieme ai vignettisti, a tutti gli omosessuali che ancora oggi, nel mondo, non hanno diritto di amare, e a tutte le persone etichettate come "diverse", che non hanno diritto di essere, pur essendo le più speciali di tutte. Dedico le mie lacrime ai compagni di Nelson Mandela, a Martin Luther King e ai suoi seguaci, a Peppino Impastato e a tutte le vittime di mafia, che sono state uccise per aver chiesto giustizia ed uguaglianza, ai desaparecidos argentini e cileni, lanciati dagli aerei per aver voluto essere liberi di scegliere cosa pensare e da chi essere rappresentati. Dedico i miei nastri a lutto a tutti i bambini morti sotto le bombe, che non hanno mai conosciuto un giorno senza sirene, alle donne che muoiono sotto le mani dei loro compagni solo perché hanno deciso di voler essere libere, e agli immigrati senza nome che dormono sul letto del Mediterraneo, strappati da una terra che amavano e alla ricerca di un mondo migliore che, con tutta probabilità, non avrebbero mai trovato. E dono tutto il mio cuore agli immigrati che invece ce l'hanno fatta, a passare quel mostruoso piccolo mare, e che ora lavorano schiavi nei campi di qualche uomo italiano per 15 ore a 20 euro al giorno. Presto la mia voce a tutti coloro che, come Malala, lottano, hanno lottato o sono morte in nome del diritto all'istruzione, per una vita migliore, per una felicità che sentono di meritare. Dono una parte della mia memoria agli schiavi del passato, ai dissidenti politici delle dittature di tutto il mondo, ai partigiani che hanno sacrificato la vita per un ideale di libertà. 


Quelle campane a morto suonano anche per voi, quella voce rugginosa è anche la vostra, dimenticati numeri sul cartellone della Morte, ed in ognuna di quelle matite potrete riposare anche voi, anime sparse per il mondo, potrete scrivere una nuova storia, con un finale diverso, che inizi con quella parola calpestata e avoi tanto cara, Libertà. E potrete accoccolarvi in quei cuori che adesso piangono questi 11 morti, perché cureranno anche le vostre ferite e quelle voci sussurreranno anche i vostri nomi, e se non li conosceranno, inventeranno parole che vi rappresentino, suoni che vi richiamino e melodie che faranno sentire a casa anche là, in quelle terre straniere. Oggi voglio piangere tutte le vite spezzate, come quelle matite, in nome di un ideale di libertà, soprattutto quelle che ho inevitabilmente dimenticato, ma che hanno sacrificato tutto in nome di quella piccola parola così tanto importante.
Oggi voglio piangere per chi è caduto o combatte ancora, con coraggio, per la Libertà di Essere.

Duille



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