sabato 24 gennaio 2015

Quando l'influenza arriva senza appuntamento

Ci sono dei momenti in cui non si ha tempo da perdere. Tutto è incastrato al minuto, compresi i pasti e la doccia, ed ogni nuovo impegno implica lunghi meeting notturni con l'agenda che di solito si concludono con la testa dentro un sacchetto di carta per un attacco di iperventilazione da stress. In quei momenti diventiamo maratoneti con l'occhio fisso sulla meta, la determinazione è l'unica bevanda energetica che ci tiene in vita, l'ira sotterranea crea un'aura di elettricità intorno al nostro corpo che sposta le persone in strada così come Mosè aprì le acque e scacciamo la crisi di nervi con la paletta delle mosche (perché non abbiamo tempo per le crisi adesso). 
Beh, è in questi momenti in cui diventiamo supermen e wonderwomen del quotidiano che arriva l'influenza. Veniamo abbattuti da quei maledetti virus come se fossimo un qualunque alieno della Guerra dei Mondi, siamo mandati k.o. da creaturine invisibili come Maga Magò dopo il duello con Merlino. Ed è dura, durissima accettare che, per i prossimi quattro giorni, sarà il nostro corpo a prendere in mano la gestione dei locali. Ed è ancora più dura sentirlo gongolare con sguardo di disapprovazione e il ditino puntato mentre dice "Te la sei cercata". Anche il mio corpo ha deciso che era ora di prendersi una pausa. Ha mandato l'avviso di confisca dei beni già ieri pomeriggio, con una strana tosse che non preannunciava niente di buono, ma che ho scelto deliberatamente di ignorare. Non solo l'ho ignorata, ma la sera mi sono anche concessa un momento di stress costruttivo andando a cena fuori con degli amici. La serata è andata bene, ho mangiato come un tacchino ripieno di mele al forno con cuore di crema alla panna e gocce di cioccolato, ho chiacchierato e riso con i miei amici, ho superato i piccoli momenti di difficoltà legati al contatto con commensali e camerieri (le persone servizievoli mi spaventano quasi quanto i maleducati giudicanti) e mi sono complimentata con me stessa per aver combattuto con onore e successo la mia ansia sociale. Durante la serata però ho iniziato a sentirmi strana, affaticata, ma nel turbinio degli eventi  (e davanti a tutto quel ben di Dio edibile) non mi sono accorta che la televisione del mio salotto interiore era sparita e che stavano cambiando le serrature alle porte dell'appartamento mentale. Lo sfratto era imminente ed io ero distratta dal mio stomaco, chiaramente complice del grande dittatore che di lì a poco avrebbe preso possesso del trono. La tremenda verità si è palesata ai miei occhi una volta tolta l'armatura sociale e infilato il mio pigiama grigio con il cane sugli sci (e no, non è una battuta per far ridere, ho un pigiama con un brutto cane che scia): mal di testa, brividi di freddo e la curiosa sensazione di avere un grosso pollice sulle spalle intenzionato a fare di me un hamburger di plastilina. 


Adesso, non so se per fare il colpo di stato il mio corpo si sia alleato con i virus a discapito delle forze dell'ordine o se la corruzione sia dilagata fino ad includere anche i globuli bianchi che hanno chiuso un occhio quando i virus hanno passato la dogana. Il fatto è che ora sono infebbrata, bloccata a letto e con una guerra intestina che sta lasciando vittime da entrambe le parti. La battaglia dentro di me si fa accanita, i fagociti fagocitano il fagocitabile, i virus prendono in ostaggio piastrine e cellule epiteliali, qualcuno tenta anche l'assalto alle tonsille, già ridotte a groviera da anni di influenze infantili e adulte. Il caos regna sovrano, e i bulli maltrattano anche il mio povero ipotalamo, facendo schizzare sopra e sotto il mio termometro interiore. Stanotte ci sono state scene da spazio profondo, con momenti in cui pensavo mi scorresse ghiaccio nelle vene alternati a deliziosi minuti di autocombustione che mi facevano pensare con brama a quei buchi nei laghi ghiacciati della Lapponia dove i pescatori pescano pesci già congelati e pronti per essere confezionati. Ed in tutto questo parapiglia fatto di strategie difensive, trincee tonsilliche e assalti delle tachipirine in dotazione temporanea, la mia mente razionale, da brava scassapalle, continua a recalcitrare e a lagnarsi come un marmocchio a cui hanno negato il lecca lecca. Si lamenta, da dentro la cella in cui è stata rinchiusa, della gestione poco solerte, dal lassismo delle truppe, dalla lentezza nella riconquista dei territori occupati, il tutto intervallato dalla frase che è stata quella che ha portato alla caduta del suo impero: "Io c'ho da fare!". E nel mezzo ci sono io, che sono entrambe queste parti e nessuna delle due e che, sinceramente, comincio a rompermi di queste liti tra fratelli. Io sto male, sono stanca e affaticata, voglio silenzio, pace e un mezzo centinaio di telefilm in cui affondare i miei dispiaceri. E magari anche una bella fetta di torta non mi farebbe poi tanto schifo! E invece mi tocca beccarmi gente che si lagna del Governo locale, altra gente che minaccia di lasciare ai virus il dominio delle tonsille ("e poi vediamo quanto ti lamenterai ancora con 40 di febbre") e sguardi di odio che non lasciano speranza di una riconciliazione pacifica. L'unica cosa che mi resta è intervenire personalmente, con una lavata di capo come non se ne vedevano dai tempi del 2012, quando ho avuto l'ultima tonsillite di proporzioni bibliche. Solo allora, dopo che le urla hanno riecheggiato per le stanze facendo rabbrividire anche i virus in assetto da guerra, cala il silenzio, la mente razionale si rannicchia nel suo giaciglio di paglia e il corpo ritorna in tutta fretta alle carte anatomiche che segnano l'andamento della battaglia. Finalmente, si può riposare. E questa volta, per davvero! 

Duille



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