sabato 21 marzo 2015

Imbruttirsi fa bene all'anima

Quando si inizia un percorso terapeutico di solito ci si aspettano grandi stravolgimenti e grandi battaglie intestine. Ci si aspetta anche la propria quota di dolore e fatica, perché nessun cambiamento arriva senza il proverbiale accompagnamento di sudore, sangue e lacrime. Ma nessuno ti prepara veramente alle carrettate di sassi che ti piomberanno addosso durante le sedute. 


C'è un motivo per cui le persone si rifiutano di andare in terapia e non è solo per il timore di essere pazze. Una parte di noi, molto profonda, molto inconscia e molto saggia sa già che ci sarà da sudare decisamente più delle note sette camicie. Il trattamento terapeutico è paragonabile al viaggio di Ulisse per i mari del mediterraneo e sappiamo tutti che il nostro coraggioso eroe è partito carico di navi, cibarie e uomini ed è tornato solo, magro come uno stuzzicadenti e vestito all'ultima moda clochard. Io sono in terapia ormai da sei anni e ho visto rotolarmi addosso di tutto: balle di fieno, sacchetti di ghiaia, mucche da cento chili, cemento a presa rapida e a volte l'intera cordigliera delle Ande venuta in trasferta appositamente per me. Il risultato non è mai piacevole. Quando esco da sedute particolarmente pesanti, di solito sono una specie di fontana umana che ha sfruttato ogni poro del proprio corpo per espellere le lacrime: naso, occhi, ascelle (perché, sì, diciamocela questa sconvolgente verità: si può anche sudare freddo in questi casi), ogni pertugio è buono per spurgare dolore e il mio corpo sembra non avere interesse a mantenere quel minimo di dignità che mi serve per arrivare alla macchina o a casa. Preferisce esprimersi in tempo reale, lasciando a me il compito di camuffare il più possibile nasi gocciolanti, occhi arrossati, sguardo sconvolto e guance infiammate. Come sapere se ci si trova vicino allo studio di uno psicologo? Basta osservare le persone che bazzicano la zona. Se ne troverete parecchi che sembrano aver appena visto Hachico, allora avrete fatto bingo! Ma una volta usciti dalla propria infernale sessione di rimestamento emotivo, cosa succede? Come risollevarsi dopo la doppia pizza che ci ha cambiato i connotati del viso? Io, che ormai sono un'esperta, ho sviluppato un mio rituale personale, che mi aiuta molto in questi casi. Quando sono proprio uno straccio, neanche buono per pulire i pavimenti di un bagno pubblico, l'unica cosa da fare è assecondare il mio corpo. Lui si sta imbruttendo? Ed io mi imbruttirò di più. Mi concedo un attimo di autocontrollo fino all'arrivo all'auto, giusto per non spaventare i passanti e inizio il mio processo di abbruttimento. 

Prima tappa: IL SUPERMERCATO

Le teorie cinematografiche che sostengono che per recuperare da una brutta delusione o da un grande dolore emotivo si debba mangiare come se ci si volesse poi iscrivere ad una gara di sumo, sono maledettamente vere. Quando si soffre per qualunque motivo e soprattutto quando la sofferenza è terapeutica, un modo molto utile che ho trovato per riempire quel vuoto interiore che pesa come il facocero della pubblicità del digestivo è quello di MANGIARE! Ma attenzione. Non si deve mangiare qualsiasi cosa e soprattutto, non si deve mangiare sano. Lasciate perdere finocchi, zucchine o mele succose. Quando si scaccia il facocero cavo, si deve mangiare il cibo più spazzatura che si riesce a trovare, quello che il tuo corpo riconosce come rifiuto non appena lo metti in bocca, mandandolo poi diretto alla corsia di evacuazione, senza neanche analizzarlo più di tanto. Può essere qualsiasi cosa: biscotti confezionati, vaschette di gelato, cioccolato di infima qualità, tramezzini pieni di maionese industriale e improbabili gamberetti, panini del McDonald's al doppio ketchup o qualsivoglia altra sostanza che farebbe storcere il naso ad un dietologo e anche alla tua amica salutista. Il mio personalissimo junk food da sfondamento, capace di rabbonire anche i più ostili facoceri d'assalto è una versione meno commerciale del Saikebon, gli spaghetti di riso in brodo che vendono in confezioni monoporzione e pronti in cinque minuti. Non prendo quello ufficiale semplicemente perché mi fa stare male, e io voglio sfondarmi di cibo, non avere nausea per tre giorni. L'idea è stare meglio, non peggio. Comunque, a parte le mie intolleranze alimentari, gli spaghetti di riso riescono a calmarmi come se avessi preso quattro pasticche di antidepressivi o un paio di bicchieri di vodka. Fanno il miracolo. Il calore del brodino abbraccia corpo e anima come una coccola di pile mentre gli spaghetti danno la sensazione di star masticando qualcosa di più del cucchiaio, in un ponte culturale tra la nostra cucina pastereccia e il lontano oriente, patria dello zen, dello ying e dello yang. In quegli spaghetti in brodo c'è concentrato tutto il benessere piumoso dello spirito e tutta la consistenza della cucina italiana, conferendoti una panza piena e una mente alleggerita dal potere della meditazione alimentare.

Seconda tappa: LA SCALETTA CINEMATOGRAFICA

La mia seconda tappa mi vede sdraiata sul letto, impigiamata, con una copertina avvolgente che stende un velo compassionevole sulle mie stanche membra e affondata nei cuscini, con i miei spaghetti di riso pronti per essere mangiati - rigorosamente con le bacchette - e il computer davanti. A questo punto le scelte sono varie, dato che possiamo optare per una indigestione di telefilm, una scofanata di video di youtube oppure per una più classica abbuffata di film. Ma anche qui il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: l'abbruttimento. La seconda tappa prevede che all'abbruttimento fisico si accompagni un abbruttimento psico-emotivo, l'autoinduzione ad una condizione di torpore mentale, come se ci si fosse fumati due o tre canne tutte d'un fiato, senza gli effetti collaterali (e legali) dell'uso della nostra amica dal nome biblico. Per ottenere questo risultato si deve fare ricorso a tutti quei film che sono universalmente riconosciuti come film stupidi, brutti e infrequentabili ma che segretamente tutti abbiamo visto e che ancor più segretamente, tutti amiamo. Questa settimana, ad esempio, ero particolarmente depressa, mi sentivo un po' come se mi avessero schiacciata sotto un tir che trasportava polli con un quoziente intellettivo più alto del mio, quindi l'unico degno accompagnamento per i miei spaghetti di riso ricostituenti non poteva essere che lui: MEAN GIRLS. E non solo il primo film, quello con Lindsay Lohan, che è ancora vagamente guardabile, ma anche quello ancora più trash che nessuno ha visto e che scopiazza malamente il primo. Diciamocelo, Mean girls non è di sicuro una perla della cinematografia ed è anche vagamente sessista, con questi personaggi femminili meschini, stupidi e stereotipati, ma è il film ideale se ci si vuole imbruttire. L'obiettivo è spegnere il cervello e Mean girls riesce perfettamente nell'intento. Intrattiene, non fa riflettere e se ti perdi delle battute perché stai sorseggiando rumorosamente i tuoi spaghetti di riso seguendo pienamente il bon ton giapponese, riesci comunque ad arrivare alla fine del film comprendendone il senso. Guardare Mean Girls è come dormire stando svegli. Ma la funzione terapeutica di un film come questo, e per cui gli saremo sempre grati, non è solo quello di spegnere il cervello dolorante, ma anche di acutizzare i miei sensi di ragno: quando l'encefalogramma è piatto, i sensi la fanno da padrone ed è così che riesco ad uscire dal mio pozzo di depressione. Mi concentro sul gusto degli spaghetti in bocca, sul calore della copertina, sulla morbidezza dei cuscini, Insomma, riesco a percepire la coccola che ho faticosamente costruito e a trovarne giovamento. Lascio che la mia faccia vada alla deriva assumendo le espressioni più disperate e luttuose che potrà mai sperimentare e mi godo il mio momento di rinascita, che si concluderà poi con una lunga dormita notturna. Come Lazzaro, dopo il mio momento di imbruttimento, mi rialzerò più forte di prima, riaccenderò il cervello e sarò pronta ad iniziare una nuova battaglia. Con qualche etto in più di spaghettosa serenità nella pancia.
Duille



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