sabato 23 maggio 2015

Dentro i flutti di un'esistenza in tempesta: Di donne e altre onde

Parlare di vite è difficile, talvolta impossibile. Le vite sono lunghe, articolate, complesse, dispersive, solitarie anche nella folla. Seguire un filo solo sembra inevitabilmente riduttivo, soprattutto perché ogni vita è la somma di tante altre, passate o presenti, perdute nei ricordi o ben chiare davanti agli occhi. Raccontare una vita che soffre, poi, è ancora più difficile, ancora più pericoloso. Si rischia di cadere nella banalità, di essere superficiali oppure di andare troppo a fondo e di annoiare. Si può cedere al moralismo o alla freddezza documentaristica. Si può essere troppo emotivi diventando tutto cuore e poco sguardo. E allora, come raccontare una vita e, tra queste, una vita che soffre? Roberta Lagoteta ha trovato un modo tutto suo, originale quanto rischioso, funambolico oserei dire, di narrare l'esistenza di un'onda, come la chiama lei stessa, e delle altre creature marine che le passano vicino. 
Di donne e altre onde è, in effetti, un testo che parla di esistenze ed in particolare di quelle esistenze marchiate dalla dipendenza, dal dolore, dal sangue e dalle lacrime. L'autrice sceglie di raccontare questa storia affidando la parola all'unica persona che avrebbe diritto a detenere questo scettro vocale: la sua protagonista, Azzurra. Ma Azzurra non è una ragazza qualunque, non si limita a salire la scala della sua vita un gradino dopo l'altro, ma preferisce accompagnarci per mano nella sua mente, renderci fantasmi tra i suoi neuroni, spettatori di uno stream of consciousness che inizia con la prima pagina e si concluderà solo con l'ultima parola di questo romanzo. D'altronde raccontare una vita significa dare voce ad un pensiero, ad una coscienza che vaga, avanti e indietro, senza ordine e direzione, senza alcuno scopo se non quello di esistere, come un filo di cotone nel vento. Un linguaggio inusuale, difficile, che mette alla prova, che testa la nostra resistenza e la nostra caparbietà. Ci sfida a non desistere di fronte a questo flusso che salta i gradini, che ritorna sui suoi passi, che si ferma sul posto o corre a perdifiato la rampa di scale di questa esistenza addolorata, in fuga da delle vite che l'hanno resa sensibile al punto da scarnificarsi e che trova nella dipendenza l'unico filtro tra la propria pelle ustionata e il mondo radioattivo che la circonda. Il pensiero di Azzurra è il vero protagonista di questa storia, cresce con lei, con il suo corpo, con i suoi seni, con le sue gambe, i suoi capelli e con il suo cuore, e cambia con l'ammucchiarsi degli anni e delle esperienze sulle sue guance e sulla sua pelle. 
Inizialmente lineare e cosciente, il pensiero di Azzurra racconta l'evoluzione di un'esistenza al principio fatta di piccole routine e di ghirigori sui bordi di un foglio di carta, in un lucido susseguirsi di eventi fondamentali ma incredibilmente comuni: una gita al mare, un litigio tra i genitori, un pranzo davanti alla tv con nonna Rina, un amore sbocciato durante un concerto. Ma con l'arrivo della dipendenza che tutto spezza e tutto cancella, anche il pensiero di Azzurra si spezza e cancella, scivolando con noi al di fuori del tempo, oltre il ticchettio dell'orologio, giù nel pozzo del Bianconiglio, cadendo al rallentatore, suicidandosi lentamente, mentre si cerca di afferrare frammenti di ricordi che, stranamente, non combaciano mai tra loro. Intorno a quei ricordi spezzati, Azzurra cuce ghirigori di riflessioni che a volte risultano criptici, inafferrabili, gli stessi scarabocchi complicati con cui la ragazza dava senso ai propri quaderni di scuola, ma a cui nessuno, a parte lei, dava peso. E' il momento del buio silenzio della droga che confonde tutto e dei tentativi di dar loro un senso. Interi blocchi di tempo semplicemente sfuggono, ubriacando anche il lettore di quello stordimento che la protagonista ricerca disperatamente, per poi riapparire bruscamente, catapultandoci in un presente confuso, svaporato, fuori dal mondo e ancora un po' fuori dal tempo. Un tempo che fluisce indipendente dalla protagonista, che scivola, imprendibile, sempre ad un passo oltre la vita di Azzurra, ridotta ormai ad un' esistenza ripetitiva, inconsapevole, attorcigliata su di sé, schiacciata sul proprio asse, in continuo movimento, ma solo destinata a soffocarsi tra le sue spire. Si ha la sensazione di una vita in apnea, fatta di sonni dimentichi e bruschi risvegli che confondono la protagonista e destabilizzano il lettore. Sta proprio in questo racconto frammentato, fatto di bolle di sapone afferrate e poi scoppiate, che troviamo la sfida dell'autrice a noi indirizzata. Il lettore, di fronte a questo movimento confuso e altalenante del racconto, che salta da un risveglio impastato all'altro e da un tempo a quello precedente o successivo, ha la sensazione di perdere egli stesso il filo del discorso. 
A volte si ha la sensazione di essere catapultati fuori dai binari del pensiero che la protagonista snocciola come semi di ciliege mangiate in fretta e ci si ritrova ad assemblare il puzzle della sua vita pezzo per pezzo, raccogliendo i tasselli sparsi nel romanzo con la pazienza di un collezionista, sopportando la frustrazione di non capire sempre e di non comprendere tutto. C'è una storia, ma nascosta in una vita di fughe dal dolore, come un filo rosso all'interno di uno scatolone pieno di ritagli di giornale. Sta al lettore farsi strada in quell'oceano di ritagli, in quelle pagine di diario strappate e buttate alla rinfusa, sconosciute anche al loro padrone, incatramate in un dolore senza speranza, mascherate dalla cinica ironia e dalla disillusa consapevolezza della caducità della vita percepita da Azzurra, che può solo sentire se stessa nei rintocchi di una campana funebre, ma che non si comprende fino in fondo, per quanto disperatamente bramosa di rivelarsi a se stessa. Non si tratta certo di un libro facile, né come tematica né come stile, che può risultare a tratti eccessivamente aulico. E' un esercizio di raffinatezza stilistica, la liberazione da ogni debito verso il lettore, a cui non si deve nulla. Il debito dell'autrice è infatti totalmente rivolto ad Azzurra, Azzurra a cui ha donato quelle pagine bianche affinché ne facesse ciò che desiderasse. Il lettore può solo scegliere se accettare di essere messo da parte, di non essere più il destinatario di quella storia ma solo spettatore accidentale di un pensiero che, come un filo di lana, cerca di riavvolgersi alla ricerca del suo gomitolo. Se accetterete questo, potrete capire - e non capire - questo racconto dalle tinte forti e poetiche, ironicamente sottile e pesantemente tragico, a tratti faticoso e disturbante, bucato nel fluire come è bucata la vita di Azzurra. Se tollererete di essere bucati, dimenticati e dimenticanti, incrostati, allora là, nel grumo di una lacrima, troverete anche lei. 
Duille 




"Vieni al riparo nel mio nido di dita, nessuno potrà più ferirti" 

8 commenti:

  1. Ciao! Questo libro non lo conoscevo, ma sembra interessante. Io non so come fai a scrivere così bene e in modo così personale...sei davvero bravissima!!!!

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    1. oooh, ma grazie! Sei davvero carinissima! Neanche io conoscevo questo titolo, me l'ha inviato l'autrice. Diciamo che metà del lavoro l'ha fatto il libro, perché mi ha suscitato un sacco di immagini e pensieri! :)

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  2. Grazie per le tue meravigliose parole. Ammirazione ammirazione, ammirazione! :)

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    1. Grazie mille tata! Sei sempre un tesoro!!! E grazie a te per passare sempre a trovarmi e lasciare una parola per me! mi riempi il cuore di gioia!

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  3. maria teresa cipri25 maggio 2015 14:15

    Bellissima e accattivante recensione. Veramente complimenti!

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    1. Grazie mille! Sono molto felice che ti sia piaciuta! ^_^

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  4. Risposte
    1. Grazie a te per l'opportunità datami!!! Ti auguro un grande successo!

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