domenica 31 maggio 2015

Etichette un po' troppo affezionate

La nostra è una società strana, fatta di etichette, di cartellini identificatori, di brevi slogan sulla superficie delle nostre confezioni di carne. Se guardate bene, dietro alla testa, alla fine del collo, troverete la vostra etichetta, il vostro codice a barre, il vostro biglietto da visita per il mondo o comunque lo preferiate chiamare. Tutti ne abbiamo uno, anche se può cambiare nel corso della vita. Sono delle sorte di apripista, dei banditori che anticipano il nostro arrivo con un tonante "udite udite", seguito dall'etichetta che ci rappresenta di più.:"Udite udite, ecco a voi il nerd!" oppure, "udite udite, si reca al vostro cospetto la sicura di sé". Si tratta ovviamente della versione 2.0 di questa figura, un upgrade silente che non annuncia più con il classico fiato alle trombe e aria ai polmoni, in pieno stile pescivendolo al mercato, ma che predilige forme più discrete e raffinate, fatte di passaparola, abbigliamento, modi di agire...etichette, insomma.
Penso che potremmo addirittura far risalire la nascita delle etichette al nostro periodo più primordiale, quando eravamo poco più che animali. In effetti, se ci pensate bene, le etichette sono il nuovo modo con cui ci annusiamo reciprocamente le chiappe senza scadere nelle molestie. A volte inflitte o autoinflitte, a volte attribuite, a volte vere e talvolta false, a volte esposte o addirittura ostentate, a volte rivelatrici o più spesso evidenzianti l'ovvio, le etichette ci parlano di noi ai nostri occhi e a quelli del mondo. Ma quei pezzettini di stoffa alla base del collo possono essere anche molto pericolosi, possono pizzicare, essere fastidiosi o addirittura produrre un doloroso eczema allergico, soprattutto quando diventano l'unica parola che ci rappresenta. E badate bene, in questi casi non possiamo sciacquarci la coscienza scaricando la colpa a qualcun altro, sia essa la società, la cultura ipermoderna, il compagno di scuola che sembra essersi insignito del ruolo di etichettatrice automatica o improvvisandoci vecchietti arrabbiati con i giovani maleducati di oggi, perché (e vi svelerò adesso un'ovvietà più evidente di un lama sulla scrivania) anche quando quell'etichetta ci è stata cucita addosso da altri, siamo noi a ricamarla con filo di acciaio, a bruciarla sulla nostra pelle per sempre, ad inciderla un po' ovunque lungo tutto il corpo, in arabeschi e ghirigori che scivolano sul decumano delle gambe, che attraversano i meridiani dei nostri fianchi e le longitudini delle nostre spalle.
Alla fine ci ritroviamo a guardarci allo specchio e vedere quella parola scavata nelle nostre occhiaie, schiacciata sulle sopracciglia o penzolante agli angoli delle labbra. Siamo un tatuaggio vivente che si ripete all'infinito, senza un inizio e senza una fine, identico a se stesso e dolorosamente piatto. E scegliamo di lasciarcelo. Lasciamo che quell'etichetta ci definisca al punto da annullarci e da farci dimenticare tutte le parole che arricchivano il nostro vocabolario, rendendoci pappagalli spiumati che urlano sempre lo stesso suono con voce gracchiante da autoradio rotta, nella speranza che tra le righe filtri anche il resto, se un resto esiste. L'unica differenza tra noi e i pappagalli è che loro sono comunque più interessanti, perché sanno dire qualcosa laddove il genere pennuto non è in grado di farlo; noi, che l'eloquenza l'abbiamo ormai sdoganata come razza, sembriamo soltanto noiosi, diventiamo induttori naturali di sbadiglio, roba che se mai un giorno inventassero una energia alternativa che si nutre di sbadigli, avremmo il lavoro assicurato per vent'anni. Mentre però aspettiamo la rivoluzione copernicana che ci salverà la vita permettendoci di adagiarci nel nostro giaciglio stigmatico, ci ritroviamo ad essere osteggiati dagli altri e da noi stessi, annoiati dalla nostra similitudine ad un cartellone pubblicitario di un dentifricio, che inizia e finisce lì, al primo colpo d'occhio. Ognuno di noi ha il suo marchio, più o meno voluto, più o meno cicatrizzato, più o meno familiare. Sta a noi non lasciare che quel segno ci oblii a noi stessi, facendoci vedere le nostre possibilità e la nostra identità solo filtrate attraverso le curve di quella parola incisa anche sulla retina. Uscire da quelle sillabe che ci calzano come un guanto è piuttosto difficile, anche quando siamo dolorosamente consapevoli, quindi inutile pensare che una predica ben assestata dia il colpo di grazia alla nostra confortevole permanenza nel sottoscala di Harry Potter, anzi!
Di solito questi discorsi da coach motivazionale hanno il solo effetto di far venire istinti omicidari anche al più tenue agnellino o, nel mio caso, fanno uscire il mio lato bronx, tutto orecchini a cerchione, ditino alzato e linguaggio da scaricatore di porto. No, lo sappiamo tutti che le etichette sono come le sanguisughe: una volta che si attaccano diventa abbastanza difficile scrostarle via. Il problema è che se ci facciamo l'abitudine ci convinciamo che tutto ciò che ci sia da dire di noi sia inscritto in quel minuscolo inci che costeggia il nostro collo e tutto il corpo ne risente. Anche la nostra postura finisce col riprendere le curve delle lettere che la compongono, rendendoci molto simili a dei cactus cresciuti in un sifone o a quelle curiose angurie che vivono la loro vita dentro contenitori dalle forme quadrate. Sì, in sostanza diventiamo angurie quadrate. Solo che noi, a differenza delle angurie, abbiamo il vantaggio del libero arbitrio e la ridicola tendenza a non usarlo. E perché fare una cosa del genere? Perché trasformarci in Quasimodi del XXI secolo? Perché essere angurie quando si può essere mongolfiere? Io, che parlo dall'alto della mia saggezza ansiogena, penso che sia perché è più facile. Non è un caso che esista il famoso detto "meglio un male conosciuto che un bene sconosciuto": in effetti riassume perfettamente la scarsa attitudine al rischio di tanti di noi, che hanno preso un po' troppo alla lettera gli insegnamenti di Benit Gabor ne La mummia e che invece hanno snobbato completamente le massime dell'Indiana Jones dei tempi d'oro. Dovremmo essere più Indiana Jones e meno Benit, anche perché il povero Benit è finito sbranato dai coleotteri, mentre Indiana Jones si becca sempre tutte le ragazze e ha reso di moda quel cappello da sfigato alla texana e la frusta da sadomaso. Ma non c'è solo la scarsa intraprendenza a bloccarci in uno stato di crisalide eterna. Esiste anche un motivo meno nobile (se possibile) della pigrizia ma che tutti, se ci mettiamo una mano sul cuore, riconosceremo come nostra: mantenendo le etichette, ci si può crogiolare nell'autocommiserazione di un destino già segnato in partenza e in buona parte definito da altri. E' quanto accade ad esempio a Sophie, la protagonista del libro Il Castello Errante di Howl, che si lascia marchiare dallo stigma della primogenitura, che nel suo mondo sancisce il destino di una vita triste e anonima. Sophie è così impegnata a vedersi sotto le frange di quella parola, che non si arrischia a sfidare la sorte, a cercare un futuro migliore per sé, che le calzi meglio, ma preferisce continuare a lamentarsi dietro al bancone della sua cappelleria, incastrata in abiti che non le appartengono e in una vita che non desidera. In fondo, essere primogenita le dà la sicurezza di non avere chances e quindi di non doversi rimproverare nulla nel non provarci. Nessuna sliding door per lei, nessuna scelta la porterà verso un futuro diverso da quello a lei già confezionato addosso.
La stessa cosa accade a noi ansiosi sociali, che sappiamo già che il nostro destino è quello di essere una sedia vuota che brilla per la nostra assenza. Noi siamo il vuoto. Siamo il vuoto di quella sedia, il vuoto di una bocca parlante, il vuoto di uno spazio accanto a qualcuno. Non siamo vuoti, ma siamo il vuoto. Siamo un vuoto spaziale, che ci viene dato ma che rifiutiamo per poi soffrire per non averlo occupato. E siamo così certi di essere quel vuoto che ad un certo punto smettiamo di lottare e ci rassegniamo al nostro destino. Vediamo tutto sotto la lente di quella parola, e nulla di quanto ci accade può essere interpretato sotto altra veste, esattamente come accade a Sophie. La ragazza, pur vivendo incredibili avventure, incontrando Maghi, cani-uomo, castelli erranti e demoni di fuoco, continua a sentirsi la stessa primogenita destinata al piattume di una vita senza scossoni. Allo stesso modo, noi ansiosi sociali possiamo fare qualsiasi cosa, essere scrittori dotatissimi, pittori dal gusto più raffinato o brillanti piloti di tappeti volanti, ma quando ci chiederanno cosa stiamo facendo in questo periodo, finiremo come sempre con il sentirci dei poveri inetti che non combinano mai nulla nella loro vita. Il punto è quindi prendere coraggio e iniziare a darci altri nomi, oltre a quello principale. Prendere un pennarello e aggiungere un'altra definizione alla nostra etichetta, lì, proprio accanto al nostro marchio di fabbrica. E non fraintendetemi, non sto cercando di fare una paternale da saggia eremita dall'altro lato del computer. Non ho di certo ambizioni da mago di Oz, io. Prendetelo più come un promemoria che faccio a me stessa, come una di quelle fastidiose sveglie mattutine che vorresti sbattere contro il muro con tutta la forza iraconda che possiedi. Le sveglie sono fastidiose, ma pur sempre utili. E io ogni tanto ho bisogno di darmi uno scossone per uscire dal mio torpore da lumaca spiaggiata su una saliera. Quindi, coraggio Duille, arraffa quel pennarello e inizia il tuo mantra. Sii più di ciò che credi, sforzati di trovare nuove parole per te stessa. Scovale come i più pregiati e puzzolenti tartufi di bosco e scrivile su tutto il corpo, intorno a quella che già ti ammanta come una tuta da sub. E col tempo, vedrai che piano piano le vecchie parole svaporeranno lentamente, come meduse sul lido, per citare Thomas Mann.
E allora, pulizie di primavera, arrivo! 

Duille



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