sabato 16 maggio 2015

What does the fox say?

In quanto ansiosa sociale ho sempre dovuto lottare con desideri irraggiungibili, opportunità mancate e strade evitate per paura. Quando si rinuncia a qualcosa a cui si tiene molto, la frustrazione arriva a pacchi raccomandati e con ricevuta di ritorno e può diventare complicato portarsi questi sacchi di sabbia in giro per la vita quando il postino della tristezza si presenta due o tre volte a settimana. In poco tempo ci si ritrova con la casa inondata di sacchi di iuta di dimensioni variabili che fanno capolino da ogni angolo e che si cerca di camuffare come meglio si riesce: creando dei divani in stile "fabbrica del caffè del Mississipi", trasformandoli in morbide cucce per il cane, il gatto e il porcellino d'india e, quando si è davvero disperati, usandoli come mattoni per il fortino anti pirati che si è sempre desiderato fin dalla tenera età. Ad un certo punto però, di fronte a tutti questi mobili di sacchetti, ci si comincia a sentire un po' stanchi del monocromatismo e anche il sedere comincia a pizzicare un po' per tutta quella iuta che fodera divani, sedie, lenzuola, tavolette del water e asciugamani. Di fronte a questa situazione da sepolti in casa, con il rischio continuo di essere davvero schiacciati dalla montagna di borse impilate alla meglio in ogni angolino libero, ci si deve difendere come si può, soprattutto quando si ha l'ansia sociale. 

Ognuno trova il suo modo: alcuni ignorano il problema, altri evitano situazioni che possano offrire l'occasione all'ansia di fornire i simpatici gadget di consolazione succitati, altri ancora scavano una fossa aperta, ci buttano dentro i sacchi e poi si tuffano in quella piscina di frustrazione e tristezza affogandoci lentamente dentro, dopo aver dato un drammatico addio alla vita con tanto di lacrimuccia e teatrale mano sulla fronte. Io posso dire di averle provate un po' tutte, compreso il tuffo carpiato da melodramma siculo nella sconsolazione. Recentemente però ho trovato un nuovo modo per difendermi dal dolore dei fallimenti e dalla delusione. Non so se si possa definire una tecnica salutare e sana come potrebbe essere una mela succosa lanciatami tra le mani direttamente dal campo in cui è stata coltivata ("Marleeeeneeee") oppure se si tratti di una nuova forma di intossicazione simile a quelle droghe dai nomi pittoreschi che ti infilano in tasca il biglietto da visita della morte. Solo il tempo potrà rendere conto della bontà di questo nuovo metodo. Sicuramente però è efficace e mi toglie dall'impiccio di dover riciclare e reinventare ogni volta i miei sacchi di frustrazione, che nessuno vuole neanche regalati. Per questo metodo mi sono ispirata alla celebre favola di Esopo "La volpe e l'uva", un racconto noto a tutti e diventato allegoria di coloro che, di fronte alla sconfitta od impossibilitati ad ottenere qualcosa, sottolineano i difetti veri o presunti dell'oggetto conteso finendo con il disprezzarlo e negarne il desiderio. Sappiamo tutti che si tratta di una favola che porta con sé un alone di rimprovero nei confronti di questa volpe golosa che però appare del tutto incapace di accettare la sconfitta. Si può quasi sentire la puzzetta di ipocrisia aleggiare dietro la coda della nostra amica pelosa. Io credo però che, se si gira un po' la testa di lato, si arriccia il naso e si aguzza la vista, si possa ribaltarne la morale, rendendola addirittura un modello di virtù. 
In effetti, se ci si pensa bene, la volpe ci insegna come essere felici. Lo so, sembra che l'abbia sparata grossa o, più volgarmente, che l'abbia fatta fuori dal vaso, ma suvvia, in fondo, se vi ascoltate bene, non sentite una parte di voi che annuisce dicendo con la sua vocina da vecchia nonna "Io l'ho sciempre pensciato"? No? Allora lasciatemi argomentare e convincere il vostro scettico sopracciglio aggrottato lassù, sopra l'occhio. La volpe che non può raggiungere l'uva, invece di struggersi per ciò che non ha potuto ottenere, decide semplicemente di ricordarsi che nulla è perfetto e non lo è neanche quella succulenta, luccicante uva baciata dal sole di settembre.  E attenzione, questo non significa denigrarla o disprezzarla, ma vagliare tutte le possibilità che fino a quel momento, colpa lo stomaco gorgogliante o il cuore palpitante, non si erano considerate. Infatti la nostra saggia volpe si ricorda che non vale la pena struggersi per dell'uva che probabilmente è anche acida. Non si tratta di ipocrisia, ma di semplice matematica, calcolo delle probabilità, lista dei pro e contro, esame di realtà o comunque la vogliate chiamare. Non viviamo in un mondo bianco e nero, ma in una stampa in scala di grigi, oppure potremmo dire che in ogni cosa esiste lo ying e lo yang, il dolce e il salato, la vasca delle palline e quella delle sabbie mobili. La nostra volpe si fa portavoce di questo pensiero e io semplicemente faccio la stessa cosa per non essere seppellita dalle sabbie del Sahara o peggio, per non ridurmi a collezionare i miei sacchetti di tristezza annotandone data e ora come il miglior nostalgico pieno di rimpianti. Ma come applicare alla vita di tutti i giorni questa massima? In realtà è molto semplice e sorprendentemente liberatorio. Facciamo un esempio. In quanto ansiosa sociale le mie possibilità di avere un ragazzo sono pari a quelle di essere colpita da una cicogna sulle cui ali si è incastrato un meteorite cosmico sviluppando così la capacità di volare? Beh, pazienza. Significa che sarò risparmiata dalla depilazione infinita, dalle paranoie dettate dall'insicurezza, dalla biancheria di pizzo elegante ma comoda come il letto di un fachiro, dall'incontro con i suoi genitori con inevitabile inizio della guerra fredda con sua madre, dalla terrifica presentazione ai suoi amici a cui dovrò fare di tutto per piacere, anche se ciò dovesse significare funambolare su un filo interdentale con una tazzina sul naso recitando a memoria il Macbeth di Shakespeare, dal discutere di religione, politica, società, valori rischiando di rimanere terribilmente delusa quando scoprirò che lui è a favore del disboscamento selvaggio o è un simpatizzante di Scientology, dall'essere inevitabilmente condizionata dai suoi umori, dai suoi gusti e dalla paura, patologicamente mia, di essere abbandonata perché poco interessante o a causa del mio comportamento, sapendo già che, ai miei occhi, sarò 
un disastro su tutta la linea e che finirò col rimproverarmi per essere troppo spaventata, troppo timida, troppo insicura, troppo ansiosa, troppo inibita, troppo pigra, troppo carente. E questo nonostante tutta la fatica e le oceaniche distese di stress che dovrei affrontare semplicemente per convincermi ad accettare di andare con lui a prendere un caffè, con buona pace delle mie rughe. Tutto sommato, non avere un ragazzo mi concede una certa libertà, un cuore tutto mio che è condizionato solo da me stessa e che non devo condividere con nessuno, oltre che a ritmi personali che non devo adattare e a cui nessuno si deve adattare. Come vedete non si tratta di denigrare l'altro, ma di vedere il lato positivo della questione, il classico bicchiere mezzo pieno, per intenderci. Certo, un bicchiere di plastica con una bel taglio laterale, ma pur sempre un bicchiere. Il bicchiere che mi è stato concesso e che per ora mi devo far bastare. L'unica cosa che posso scegliere al momento, aspettando i saldi dell'IKEA, è la prospettiva da cui guardare le cose. E posso scegliere se crogiolarmi nell'arsura di una gola secca, di labbra screpolate di fronte a quell'aria che riempie il mezzo bicchiere prosciugandomi, oppure se bere a grandi sorsate l'acqua fresca proveniente da quella metà allegramente liquida e sciabordante di vita che è il mio bicchiere. La volpe ha scelto il bicchiere mezzo pieno. Io scelgo di seguire la volpe. 

Duille
 


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