sabato 6 giugno 2015

Telefilm addicted #6 - il Guilty Pleasure di Outlander

Quando si segue una serie TV la si guarda con due paia di occhi: quelli incastrati nell'orbita, le famose finestre della nostra anima, e quelli invisibili adagiati sonnacchiosi nel nostro motore spugnoso, per gli amici detto "cuore". Oppure, se siete neuropsicologi bacchettoni, potremmo precisare che in realtà più che nel cuore, quegli occhi invisibili sono localizzati nel sistema limbico, che poi è il nostro sistema emotivo con un nome più astruso. Dovunque vogliate piazzarli, il punto è che sono proprio questi secondi occhi a rendervi fan appassionati di serie che, in un altro momento, avreste criticato aspramente, e che ancora adesso, guardandole con occhio scettico, vi rendete conto avere più di un difetto. 
Ma al cuor non si comanda (o il sistema limbico rules, vedete voi) e quando hai messo gli occhiali dell'amore tutto è meraviglioso e interessante, anche se quel tutto è ambientato in un giardino comunale spacciato per un bosco incantato e il castello è niente di più che un ammasso di legni rubato ad un manipolo di poveri bambini in cambio di una fornitura a vita di gelato e un biglietto diretto per il diabete giovanile. Così, giusto per mantenere un briciolo di dignità, ci scofaniamo la tanto criticabile serie nascosto nel sottoscala di casa, nello sgabuzzino, nel bagno o avvolto nelle tenebre di una notte senza luna, circondato solo dal russare degli altri abitanti della casa. La vergogna è tale che finiamo anche con il chiudere il gatto in qualche altra stanza, pur di non incontrare il suo sguardo indagatore che questa sera sa fin troppo di riprovazione. Tutti abbiamo avuto, abbiamo e avremo i nostri guilty pleasures, è la nostra anima da procione rovistaspazzatura che ce lo impone e non possiamo fare molto altro che rassegnarci all'inevitabile. Quella serie, per quanto brutta, incoerente, irrealistica o semplicemente inadatta a noi, ci rapirà il cuore come il peggior artista problematico, "disagiato ma affascinante", e ci spingerà a lunghe impazienti attese per la prossima puntata, congetture sugli sviluppi, trepidanti batticuori in attesa di sapere se verrà rinnovata per una nuova stagione o se dovremo piangerne la perdita. Avremo sviluppato una sindrome di Stoccolma seriale! E' solo in questo modo che mi posso spiegare la mia viscerale passione per Outlander: una serie che mi ha fatto storcere un bel po' il naso inizialmente e che per la prima metà della stagione veste i panni di un Harmony scappato dallo scatolone delle occasioni di un mercatino delle pulci nascosto in uno scantinato. 
Eppure è amore tra me e Outlander. Certo, un amore clandestino, da amante nascosto nell'armadio al ritorno del marito, ma pur sempre amore. E la parte più razionale di me, che io immagino come una terapeuta in tailleur, occhiali e crocchia, mi e si domanda perché. In effetti Outlander è un prodotto ingannevole e mutevole che si ispira ad una serie di libri omonimi e che parte, come dicevo, da una trama molto Harmony che fa sollevare più di un sopracciglio: Claire, giovane infermiera inglese militante nella Seconda Guerra Mondiale, parte per un viaggio con il marito, anche lui reduce di guerra. I due giovani sposi accomunati dalla sindrome post-traumatica da stress se ne vanno a fare seconde nozze ad Inverness, nell'orgogliosa Scozia dalle gonne a tovaglia, dove contano di recuperare velocemente il tempo perso (you know what I mean) e, nel tempo libero, ricostruire la storia familiare degli antenati di Frank (il marito soldato). Ma dovete sapere che Claire nasce sfigata e questo sarà il leitmotiv di tutta la storia da qui in avanti. E' talmente sfigata che nella prima puntata, durante una passeggiata solitaria ad un cerchio di pietre, finisce coll'attivare accidentalmente una antica magia che la spedisce indietro nel tempo, nel 1743, in piena guerra punica tra Highlanders e Inglesi. E da allora saranno grane per chiunque avrà a che fare con lei. Perché è sfigata, appunto. Per tutta la prima stagione non farà altro che farsi rapire, essere salvata, rischiare la vita in ogni colorito modo disponibile nell'arsenale di quel periodo storico, e mettere nei guai un po' tutti a causa della sua incapacità di ficcanasare un po' ovunque. Ce n'è abbastanza per organizzare un viaggio a Lourdes o una gita da qualche sciamano per farsi togliere il malocchio! Fortunatamente per noi, Claire non è solo sfigata, ma anche un personaggio forte, litigioso, molto femminile (ma di un femminile buono) e pieno di risorse, che non si lascia scoraggiare dalla mastodontica mole di sfortuna che la sommerge quotidianamente peggio di un gatto nero sotto una scala fatta di specchi rotti, e questo la salva dalla riprovazione generale e dal mio astio. Se c'è una cosa sicura di Claire è che non si farà mai mettere i piedi in testa da nessuno e non terrà a freno la lingua in nessun modo possibile. E' testarda come un mulo e coraggiosa come Xena. Questo è parte del suo fascino e della sua conseguente sfiga! 
E la particolare natura di Claire è emblematica di tutta la serie e ci dimostra che non tutti i guilty pleasure vengono per nuocere. Outlander  infatti è una serie un po' atipica, che non si lascia intrappolare dai cliches del suo genere e finisce col diventare una creatura ibrida che può essere riassunta solo parafrasando le parole di Boris, l'oca amica di Balto: "Non è Harmony, non è serie storica, sa soltanto quello che non è". Nella prima metà della stagione infatti ci ritroviamo a gestire la mole antonelliana del romanticismo da casalinga disperata, che vuol dire solo una cosa: sesso, sesso e ancora sesso. Con dovizia di dettagli, in ogni posizione, modo e luogo possibile, il sesso è spalmato su ogni maledetta puntata, addirittura vi è un'intera puntata dedicata, 50 minuti di gemiti, primi piani di sederi di lui e tette di lei (se non altro un democratico bel vedere), inquadrature variegate per non perdere neanche un briciolo della notte di passione, ma che alla lunga annoiano e spingono lo spettatore a sfuggire al tedio facendosi domande del tipo: ma come fa lei ad avere la pelle così perfettamente liscia e depilata? E com'è che non si è ancora presa una malattia venerea? Ma poi, nel 1700 mica si lavavano poco? Ah, però, bello quel cuscino lì, magari potrei fare un salto all'IKEA e comprarmene uno simile, starebbe proprio bene sul mio letto, eccetera eccetera. 
Ma dalla seconda metà della stagione, quando abbiamo ormai capito che in Scozia si fa tanto sesso, si beve come spugne e si crede in ogni sorta di superstizione, finalmente la serie si sblocca dal pantano in cui si è arenata, esce dalla camera da letto e sfugge alle grinfie dell'Harmony, per entrare a gamba tesa nel mondo della ricostruzione storica. Ed è qui che vediamo davvero l'orrore di una guerra che vede gli inglesi vincitori come creature sanguinarie e senza pietà. 
La violenza si spreca, il sangue cola a fiotti e il sadismo è di casa ogni volta che incrociamo l'antagonista della nostra vicenda, Jack Randall, detto anche il bastardo più perverso che si possa incontrare, peggio anche di Hannibal e, temo, diretto antenato di Saw e Freddy Kruger. Uno psicopatico in una posizione di potere che perseguiterà la nostra coppia d'oro facendoci rabbrividire per la sua viscida cattiveria e che rappresenta l'emblema di un conflitto che ha fatto della brutalità uno dei suoi segni distintivi. Di fronte a questa rappresentazione della bruttura del conflitto anglo-scozzese, non si può rimanere indifferenti ed è impossibile non essere coinvolti e sconvolti. A conti fatti, la prima stagione di Outlander si dimostra capace di osare in ogni direzione, facendo crollare i veli del perbenismo e mostrando tutto: la carne denudata, le cicatrici sanguinanti, gli occhi spalancati dalla paura e quelli eccitati dal dolore, l'amore carnale e quello spirituale, la perversione e la purezza, la polvere mista al sangue incrostata sulla pelle, l'odio più cieco e l'amore più alto, lo sporco dell'anima di un'epoca che non conosceva pietà neanche tra chi se ne faceva portavoce. Outlander è perciò una serie che da' tanto, a volte troppo, che sconvolge per la sua limpidezza, per non conoscere filtri, per non proteggere il proprio spettatore con tagli di scena studiati al fine di non mostrare troppo, con sceneggiature costruite per non urtare le sensibilità o con inquadrature che lasciano intuire ma non palesano. Qui è tutto in piena luce: l'amore e la sofferenza, i colpi di martello sulle dita, i gemiti di passione e le urla di dolore, le frustate sulla schiena e le espressioni di chi subisce e chi si accanisce, la calma della quotidianità e la difficoltà dei rapporti umani. Una serie cruda che non fa sconti a nessuno, per stomaci forti e cuori d'acciaio. Se avete queste qualità allora potrete vedere questa serie (ed entrare nel fight club probabilmente). Come dessert per sciacquare l'amarezza della violenza e la noia di un eccesso di passione, Outlander vi promette tartan come se piovessero, uomini rudi (e talvolta nudi) dagli accenti pronunciati, canzoni scozzesi che scaldano il sangue, abiti donzelleschi che faranno sbavare le giovani fanciulle fanatiche come me e scenari delle Highlands che faranno venire nostalgia anche a chi, in Scozia, non c'è mai stato. Forse non desidererete essere Claire, ma di sicuro non sarete più tanto indifferenti al fascino di un barbuto scozzese in gonna e bagpipe! Scotland, here we come! 
Duille



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