sabato 2 maggio 2015

Quando il veterinario è d'uopo...

Ci sono quei giorni in cui, nonostante tutte le procrastinazioni possibili ed immaginabili, non si può più evitare la gita dal veterinario. E nessun Bravo caritatevole verrà a minacciarti davanti al portico di casa per dirti che "questa gita non s'ha da fa'!". Non ci sarà nessun asteroide a minacciare di rendere il pianeta Terra un simpatico ammasso di coriandoli, nessuna inaspettata quanto gradita visita ufficiale del Capo di Stato di turno a mandarti deliziosamente all'aria i piani. Sei sola. Sola davanti all'epopea di dolori e distruzione di timpani che ti aspetta. Un'orda di orchetti in un karaoke bar al confronto è come fare una visita in un campo di fragole in compagnia di Bocelli. E chi ha animali, e soprattutto GATTI, sa bene di cosa parlo.
I gatti, infatti, sono noti per tre cose: testardaggine, tenerume e trasformazioni demoniache durante i viaggi in macchina in pieno stile Resident Evil. Sono come mogwais nutriti dopo la mezzanotte e diventati improvvisamente dei gremlins malefici e sbavanti, solo che qui la discriminante non è il cibo, ma l'automobile in movimento. I gatti soffrono la macchina e questo è un dato di fatto, ma ciò che non ci dicono è che purtroppo non hanno il dono dello stoicismo ("Come si soffre Kiwi? In silenziu in silenziu in silenziu!"): se a loro qualcosa non va, te lo dicono, e a pieni polmoni. Ed io lo so bene, dopo anni di felina contestazione che compare ad ogni viaggio, con tanto di striscioni e arrampicate sulle antenne della luce. Appena si sale in macchina, un'onda di lagne, di pianti, di urla e suppongo di imprecazioni invade l'abitacolo, le orecchie e l'anima (perché sì, ti entra anche dentro l'anima), producendo un effetto a catena isterica che si appiccica su ogni persona facendo prudere le mani e le corde vocali e rischiando il gatticidio come nelle migliori notti insonni delle neo mamme.  E se a questo aggiungiamo un cane particolarmente pauroso e con un odio viscerale verso ogni forma di barboncino bianco (giuramento di odio razziale che affonda le radici in ricordi di vessazione dal bullo vicino di casa), il quadro è completo. Potete capire il mio entusiasmo all'idea di caricarmi tutti in macchina e partire alla volta del veterinario. Sapevo già che sarebbe stato un viaggio breve ma sudato, che mi avrebbero fatto pagare ogni singolo secondo su quella vettura e che poi avrei dovuto sopportare ore e ore di fila per poter vaccinare tutte le mie bestiole ululanti e irritate con me e dalla vita. Ma, come dicevo all'inizio, s'ha da fa'.
E quindi facciamolo. 
La ricetta per un buon successo dal veterinario prevede: due persone che si immolino per la causa (in questo caso, io e mia madre), vestite con abiti caserecci e sacrificabili in caso di crisi fisiche delle bestie, due trasportini, rigorosamente imbottiti di asciugamani e perfettamente lavati, un cane imbrigliato nella sua pettorina e ancora inconsapevolmente felice della gita che si prospetta davanti a sé immaginando di andare nella Valle Incantata ("ti ho appena conosciuto e già ti voglio bene"), valanghe di fazzoletti da incastrare a forza nella borsa, sguardo da Rambo, strisce di guerra sulle guance, fascetta da militare sulla fronte e siringhe di pazienza da iniettarsi sulla coscia come diabetici della tolleranza. Ecco. Siamo pronti. Recuperare i gatti è un'altra impresa, soprattutto perché sono scaltri e, a differenza del cane, hanno già capito che il loro futuro prossimo è incerto. Inseguo i gatti per tutta la casa, chiudo tutte le porte e li placco in un angolo, prendendoli con dolce fermezza e ficcandoli a forza nel trasportino nonostante le scene alla Roger Rabbit. Entrambi cominciano a lagnarsi per motivi diversi: Felìx (mi raccomando, l'accento sulla i) frigna intristito per essere stato ingabbiato, incarnando alla perfezione l'anima di una vedova siciliana con tanto di abito nero peloso preso in prestito da una donna russa; Nicodemus s'incazza visibilmente e mi guarda ululante di protesta. Gli manca solo la tazza da sbattere contro le grate. Lo sguardo truce da "ti ammazzo nel sonno" però ce l'ha già. Carichiamo l'allegra fattoria in macchina. Nel complesso abbiamo un umore da bipolarismo: Bea, il cane, è felice e allegra, zompa nel bagagliaio con tutta la sua grazia da mammut di dieci anni; i gatti si lamentano come se stessero andando al patibolo. Noi ci facciamo la nostra prima dose di Insulinopazienza. Durante il viaggio in macchina, partono le urla disperata di Nicki. Urla che mettono in mostra tutta la potenza vocale del gatto, suscitandomi un momentaneo moto di stima per questa Maria Callas pelosa. Ma dura poco perché improvvisamente il micio viene posseduto da un demonio proveniente dall'Inferno e dalla voce acuta come quella di una bambina in grembiule e coltellaccio da macellaio in mano. Si produce uno sdoppiamento di voce che avvia la fase che io chiamo dell'"Esorcista": la bocca spalancata mostrante le fauci, gli occhi fuori dalle orbite, le urla da coro a cappella dei dannati, mostrano tutto il furibondo malessere del mio povero gatto, posseduto dalle creature infernali del mal d'auto associato ad una scarsissima capacità di sopportazione e ad una tendenza alla protesta da afroamericano di Houston. Seconda dose di Insulinapazienza per me. Dall'altro lato, Felìx piange sconsolato e già rassegnato al suo destino di reclusione, o forse tenta di indurre pietà con quei suoi occhioni supplicanti. Mi ritrovo affiancata da Dottor Jeckyll e Mr. Hyde sdoppiati nei due sedili della macchina. Bea, sempre empatica, frigna compassionevole unendosi al coretto di voci bianche. Terzo giro di Insulinopazienza offerto dalla casa. Con ghiaccio, grazie. E ci metta anche quel simpatico ombrellino che fa tanto villaggio al mare.


La gita dal veterinario di questa settimana è culminata con le nostre facce incollate alle sbarre del portone chiuso della clinica e la riproduzione fedele di una delle scene più disgustose e famose dell'esorcista, interpretata con passione (e dovizia di dettagli) da Nicodemus, che in quel momento ha deciso di portare la sua protesta al livello successivo e sganciare le armi batteriologiche, espellendo qualsivoglia cosa fosse possibile espellere dai suoi sfinteri. L'intero interno del suo corpo ora tappezza la gabbietta, in un tripudio di profumi in tonalità corteccia. Sono giunte le notizie dall'interno fresche fresche di stampa, inviate da qualche solerte e fastidioso inviato che ci teneva a raccontare la sua storia direttamente da Apocalipse Now. In effetti assistiamo a scene da apocalisse! Il panico spopola tra le truppe umane: Chiamate un prete! Adesso! E una ditta di pulizie con tanto di container di candeggina al seguito! E un digestivo per noi, perché si sa, gli stomaci sono solidali gli uni con gli altri, e se si ribella uno di loro, anche gli altri sentono il bisogno di dire la loro riguardo alla situazione alimentare dal dopoguerra ad oggi. Mi munisco dei miei fazzolettini di carta, che adesso sembrano incredibilmente fragili e per niente fiduciosi nel loro potere assorbente, non dopo aver visto cosa è rimasto dal passaggio di Slimer nei suoi momenti di massima viscosità. Tappandomi il naso e ripetendo come un mantra la frase che, spero, riappacifichi il mio corpo ("E' cioccolada...è cioccolada...è cioccolada") ripulisco lo scempio e poi mi concedo un attimo per concludere le trattative con i sindacati intestinali e riportare i fiumi di schifo sotto i livelli di guardia. Una volta che il pericolo esondazione è stato placato, ripiombiamo tutti in macchina e ci fiondiamo a casa, sempre tra gli urli disperati di Nicodemus ormai svuotato di ogni suo avere alimentare e la lagna di Felìx ancora in versione carcerato triste. La giornata si conclude con Nicodemus nella vasca da bagno, io e mia sorella che lo placchiamo tentando di evitare che concretizzi la sua minaccia da inizio gita e generosi dosi di acqua e aceto su un panno umido per tentare di rimuovere gli ultimi rimasugli di orrore satanico rimasti sul suo pelo. 
Tutto questo ci insegna una cosa: i film dell'orrore non sono poi così lontani dalla realtà. Forse è per questo che ci fanno tanta paura. 
Duille 





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