domenica 14 giugno 2015

Il balletto del dentro e del fuori

I sogni hanno la straordinaria capacità di raccontare scomode verità vestendole di avventure mirabolanti, di incontri improbabili, facendo combaciare continenti, scontrando colori, persone e luoghi in un poutpourri di immagini che, anche quando sembrano non avere senso, ci parlano di noi. Insomma, tanto di cappello al buon vecchio Sigmund Freud, che dei sogni aveva capito tutto. Certo, poi la sua fissa per la libido l'ha portato a vedere riferimenti sessuali in ogni cavità, pertugio, caverna, vaso, serpente o spada che popolava i sogni del malcapitato paziente, diventato una sorta di ninfomane in frac o pannolino. 
Ma questo non toglie che il nostro barbuto signore con gli occhialini di corno avesse colto qualcosa che nessun altro aveva davvero compreso, men che meno la paladina delle massaie, lady Cenerentola. I sogni parlano di noi e la maggior parte delle volte non sono "desideri di felicità", ma fanno la parte del messaggero portatore di sfighe cosmiche, o di notizie davvero poco gradite. Potrebbe essere paragonato alla notifica da parte dell'agenzia delle entrate che ci chiama a fare i conti con noi stessi. E scampare la comunicazione è impossibile, perché i sogni sono ninja incrociati con segugi, sono detective che hanno preso lezioni di street climbing. Non esiste parete, cancello o depistaggio che possa fermarli. Arriveranno sempre a destinazione. L'unica gentilezza che ci usano è quella di non sbatterci in faccia la sconvolgente verità, ma di indorarla, distorcerla e renderla quasi attraente ai nostri occhi, così da produrre un graduale processo di consapevolezza che sfuma sorrisi e abbatte il morale come un fagiano in territorio di caccia.  I miei sogni di solito hanno questa cadenza discendente e l'analisi ha provocato la morte per crollo strutturale di numerosi sorrisi, lasciandomi sulla coscienza decine di decessi. L'ultimo sogno che ho fatto ha avuto proprio questo andamento parabolico. Si trattava di un sogno a tema zombie, molto in stile The Walking Dead, che inizialmente mi sembrava estremamente allegorico e con un finale di speranza che mi ha fatto svegliare gasata come l'acqua frizzante appena imbottigliata, salvo poi sfiatarmi completamente quando ho analizzato con la mia terapeuta il messaggio di fondo. E' emersa una babele di livelli interpretativi su cui si sarebbe potuto scrivere un saggio e che mi ha lasciata pensierosa e un po' frustrata, lì, con il mio sorriso defunto che penzolava sulle labbra come uno degli orologi di Dalì. Nonostante la faraonica mole di interpretazioni che suggeriva, credo che il sogno volesse parlarmi dei confini e della confusione nel percepirli. In effetti si tratta di uno dei grandi problemi dell'ansia sociale: una certa scarsa aderenza tra ciò che crediamo essere i nostri confini e la realtà delle cose. Gli ansiosi sociali infatti sono certi di una cosa: sanno riconoscere ciò che è dentro e ciò che è fuori. Non fanno confusione tra ciò che appartiene loro e ciò che appartiene all'altro.  E' una delle nostre maggiori preoccupazioni, il dentro e il fuori, e quindi, dopo una vita passata a studiare queste due parole, ci sentiamo un po' come dei fachiri esperti in materia, capaci, dopo anni di allenamenti e di morsi avvelenati, di tenere il serpente ben chiuso nella cesta. Per gli ansiosi sociali esiste quindi una netta distinzione tra il dentro e il fuori, tra l'interno e l'esterno, tra il pronome Io ed il pronome loro, ma in una proporzione di pericolosità inversa rispetto a quella del fachiro. Il pericolo non è dentro la cesta del serpente, ma fuori: fuori di casa e fuori della nostra mente, dove non esiste il controllo. Dentro, siamo al sicuro. E qui il sogno diventa abbastanza esplicativo. 

Vedete, noi ansiosi sociali tendiamo a vivere effettivamente in un mondo post apocalittico, circondati da zombie la cui unica aspirazione nella vita è papparci senza pietà, senza anestesia e senza sale né previa cottura. E la soluzione, in uno scenario del genere è solo quella di fare provviste di tutto ciò che ci è caro e chiuderci in casa a doppia mandata, barricando le finestre con vetro antiproiettile, rinforzando le porte con lastre di adamantio e indossando la maglia di mithril rubata a Frodo Baggings alla fine della sua avventura. L'esterno è pericoloso, famelico, pronto a fare di noi un gazpacho succoso, mentre l'interno (di una casa o della nostra mente) è un luogo sicuro, un nido di morbidi cuscini che possiamo accomodare come un cane che cerca di dare la forma corretta alla sua cuccia. Fuori il mondo dei non morti, dentro il nostro bunker pieno di ottimo cibo spazzatura, montagne di libri e una connessione internet senza limiti. Il nostro compito è cercare di proteggere l'interno, di mantenere i confini solidi, di ridurre all'osso gli incontri con il fuori per non diventare noi stessi ossa mangiate. Ma, come nel sogno, quanto più andiamo in profondità, quanto più analizziamo la questione, tanto più i confini sfumano, i pronomi si fondono e quelle che credevamo essere barricate da diga alpina si rivelano solo spugnette tenute insieme con un po' di scotch. Siamo ingannati dalla nostra stessa vista ed in duplice direzione, poiché non solo non siamo confinati come pensavamo, ma il dentro è straripato fuori e il fuori ha inondato il dentro molto tempo fa. Se prima sapevamo che il male era all'esterno e il bene era all'interno, ora sentiamo una puzza di cadavere arrivare a zaffate anche da dentro. Insomma, senza girarci troppo intorno, siamo gli artefici della nostra apocalisse. Siamo il paziente zero di questa invasione zombie, infettati dal nostro pipistrello che ha sempre abitato sul trespolo composto dalla ruga sulla coda del nostro occhio. Siamo noi che camminiamo giudicanti in mezzo a quegli zombie, siamo il nostro gemello cattivo, il nostro miglior nemico. Siamo noi l'acquolina di rimprovero a fior di labbra (cianotiche) degli zombie. Noi, che abbiamo spesso dato la colpa del nostro sentire ad un mondo ostile e giudicante, ci ritroviamo a guardare in faccia il piccolo Hitler dentro di noi intento ad ordire nuovi malefici piani per conquistare il mondo. E di fronte a questo crollo delle certezze che richiederebbe almeno un paio di bicchierini di tequila, iniziamo a guardare sotto una nuova luce anche l'interno che abbiamo costruito con tanta fatica e che si rivela portatore sano di asfissia. 
Il fuori dell'apocalisse è finito nel dentro, nel nostro bunker con sistema di accesso retinico, ed il serpente che credevamo abitasse là, all'esterno, ha fatto le uova nel nostro nido e si è rivelato essere un boa constrictor che abbiamo confuso per una morbida sciarpa cucita a maglia da una deliziosa nonnina. Ci rendiamo conto che l'interno rassicura perché è statico, ripetitivo, stagnante come una palude, prevedibile. Un pantano fangoso in cui adagiarsi, ma che risucchia lentamente nel suo abbraccio senza ossigeno. Senza movimento, l'interno ci uccide lentamente, incastrandoci in una falsa sicurezza che infragilisce la pelle continuamente a contatto con l'umidità del fango e che indebolisce le ossa ormai abituate a muoversi solo negli spazi angusti di una scatola di biscotti. Convinti di proteggerci, stiamo in realtà scegliendo il male minore. Sicuramente, stando rintanati in noi stessi - nelle solide mura di una casa, nei rigidi silenzi della nostra mente, all'interno della nostra bocca cucita - non moriremo di infarto, ma concederemo al boa di soffocarci lentamente fino all'ultimo sorso di ossigeno. Ci staremo trasformando in zombie, con tanto di pelle penzolante, colorito cadaverico, occhio spento e sorriso riciclato dalla piattaforma ecologica. Comparse perfette per una puntata di The Walking Dead, appunto. In definitiva quindi ci stiamo perdendo in un bicchiere d'acqua e più cerchiamo dei modi per restare all'asciutto, più in realtà ci stiamo infarcendo le scarpe con cemento a presa rapida. L'unica soluzione è guardare in faccia la realtà, mettere la nostra fascetta da rambo sulla fronte e pestare a sangue il nostro gemello zombie, il piccolo Hitler e legarli insieme con i resti del boa constrictor che avremo precedentemente cotto in padella con una spruzzatina di olio d'oliva, un paio di foglie di basilico e una grattuggiata di pecorino. Ci vuole un momento alla Topper, per intenderci. Ovviamente si tratterà di un percorso lungo, una guerra di posizione che avrà le sue trincee solo dentro di noi. Il campo di battaglia però si sposterà dall'esterno all'interno e questa volta si lotterà per davvero, senza scuse e senza soluzioni fin troppo facili che, proprio perché tali, sono false. Solo noi possiamo salvarci, perché dentro di noi è lo zombie più crudele. E anche se lotteremo tutta la vita, saremo comunque più vivi che dentro quel bunker. 

Duille





2 commenti:

  1. Ogni volta che ti leggo, cara Duille, resto senza parole. Magnifica. Come sempre. Oggi poi con le tue parole mi hai dato forza per combattere il piccolo zombie crudele che è dentro di me, che forse è diverso dallo zombie di cui parlavi tu, ma sempre di un qualcosa che frena e non permette di splendere si tratta. Bravissima! <3

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    1. Grazie tata, sei sempre tanto carina! <3 In fondo abbiamo tutti il nostro piccolo zombie che ci perseguita, ognuno ha un faccino diverso ed un nome proprio, ma sempre di zombie si tratta! ;) La cosa bella è sapere di non essere gli unici! ^_^

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