domenica 21 giugno 2015

Se i gamberi sapessero ballare...

Avete presente quei detti da baci perugina, di quelli che raccontano ovvietà, e che solitamente sono anche piuttosto bruttini, ma che nella loro semplicità rimangono incollati alla mente delle persone diventando frasi salvavita da riproporre nelle conversazioni che languiscono? Una di queste è sicuramente la celebre frase "l'importante non è la meta, ma il viaggio". Molto vero, ma non per tutti il viaggio è una passeggiata. 
Per esempio ci sono i viaggi low cost, in cui le persone hanno la sensazione di essere stati tramutati in sgombri dentro una scatoletta di alluminio buona sola per essere conservata in un bunker antiatomico in attesa della fine del mondo. Oppure ci sono i viaggi a piedi inevitabilmente costellati da vesciche grandi come piattini da caffè gentilmente offerte dalle scarpe da ginnastica nuove fiammanti. Ci sono i mal di mare sulle navi da crociera, la claustrofobia dei viaggi in macchine stipate di bagagli, criceto e cane ululante e il freddo polare dei treni troppo generosi di aria condizionata. Ci sono le lunghe attese in autostrada a ferragosto (stavolta senza aria condizionata) e le camminate in mezzo alla neve che inzuppano scarpe, ossa e capelli. E ovviamente, ci sono improbabili compagni di viaggio che finiscono inevitabilmente per attaccare bottone con noi. Ma oltre a questi viaggi reali, c'è anche un secondo tipo di viaggio, il Viaggio dei Viaggi, il Pellegrinaggio al centro della terra, la traversata a cui ogni bravo psicoanalista invita, promettendo avventure degne di un libro fantasy: il viaggio interiore. "Conosci te stesso" è il motto stampato sulla maglietta fornita al momento della partenza, con tanto di avvertenze in piccolo riportate nel risvoltino sotto le cuciture. Lungi dall'essere una crociera alle Seichelles, questo secondo tipo di viaggio è tutt'altro che semplice. Il percorso di un ansioso sociale, per esempio, non è certo paragonabile ad un viaggio in un autostrada a cinque corsie, quanto piuttosto ad un sentiero di guerra sperduto nella fitta vegetazione del Vietnam. E questo non perché la sua vita sia particolarmente complicata o fitta di impegni, tutt'altro! Noi ansiosi sociali tendiamo a semplificare tutto fino a ridurlo ai minimi termini, in modo da ridurre la quantità di stress a cui siamo sottoposti e che, come saggiamente ci ricorda Cameron Diaz in "L'amore non va in vacanza", finirebbe per produrre un antiestetico invecchiamento precoce della pelle. Potremmo dire che la nostra è una vita crudista, confinata in quattro ingredienti cucinati solo con acqua fredda e una spruzzata di lime. Il vero problema risulta nel modo in cui affrontiamo la quotidianità. In effetti il paragone con il Vietnam è particolarmente calzante, perché la nostra strada nella giungla è costellata di vietcong pronti a farci le penne al primo segno di smarrimento, al primo momento di debolezza o alla prima pausa gabinetto. Un momento di stress, un impegno che spaventa un po' troppo, un imprevisto che scombina i piani può causare l'attacco del nostro serraglio di animali, con il Rimugiserpe in testa seguito dal procione rimproverante e dal lato impanicato che corre in tondo ululante. La nostra ansia non aspetta altro che un momento di fragilità della nostra corazza per fare breccia come un drappello di orchetti al Fosso di Helm. 
Il risultato è una regressione totale a forme di comportamento che si erano abbandonate o che si tenevano efficacemente sotto controllo: rimuginii, preoccupazioni, rimproveri, senso di inadeguatezza e la curiosa sensazione di essere un calzino usato a cui hanno attaccato un taser da cinquemila volt, oltre a quella che chiamo "la convinzione dell'elefante", la certezza cioè di distruggere tutto ciò che si tocca esattamente come un elefante nella sfortunata cristalleria. In una parola: RICADUTA. Durante questi momenti si ha il sentore di un colpo di stato definitivo e il ripristino dell'ancient regime costituito da apartheid e cause da Santa Inquisizione al suo massimo splendore. Siamo privati dei nostri scudi come un detenuto fresco di arresto e rimaniamo in balìa delle intemperie come un'aragosta senza corazza. Durante le ricadute l'umore cola a picco come il Titanic davanti all'iceberg della nostra ansia e il nostro cervello ci concede un'insalata mista di emozioni negative, in cui i sapori più decisi sono dati dalle foglioline novelle di paura e dalle rondelle di rabbia contro se stessi che pizzicano il palato peggio dei peperoncini di Scoobie Doo. Il pipistrello mette le protesi alle ali per ampliare il raggio di azione e diventiamo Edward mani di forbici in un mondo fatto di pelle di neonato. Di colpo siamo feriti e feriamo, siamo indifesi e pericolosi, siamo assaliti ed involontariamente assalitori, bruciati e brucianti, pelle viva che tocca pelle viva. Il mondo diventa estensione di ciò che sentiamo, della nostra fragilità e ciò che è precario dentro diventa precario anche fuori, ciò che è sadico nemico dentro lo diventa anche fuori. Riprendendo la metafora del viaggio, questo significa fare dieci passi indietro nel cammino verso la nostra meta. Ma d'altronde, questa è la vita dell'ansioso sociale, un continuo balletto avanti e indietro lungo una strada accidentata e piena di specchi ricolmi delle nostre ombre. Se un gambero sapesse danzare, probabilmente avrebbe le movenze dell'ansioso sociale. 
Ogni conquista non è mai definitiva, così come un gambero non va mai necessariamente in avanti. Ogni passetto in avanti è vinto con il sudore e con il sangue, proprio come in una puntata di Mila e Shiro, e la posizione va mantenuta inchiodando le suole al terreno come un carpentiere ossessivo. Siamo incastrati in una versione gigante del celebre gioco "scale e serpenti", in cui basta un attimo per scivolare lungo le squame viscide del nostro amico boa constrictor e ritrovarsi alla casella dello start. E non crediate che la terapia impedirà che questa altalena si verifichi, perché, ve lo dico subito, non accadrà. Un ansioso sociale lotterà tutta la vita con le sue paure, con il Rimugiserpe, il Procione, il pipistrello, il panico e la stanchezza. Ma la cosa rassicurante è che questi momenti passeranno, e noi gamberetti, dopo un momento di moonwalking poco ispirato, torneremo a muoverci in avanti, recuperando più velocemente la posizione sulla casella che avevamo perduto. Non potremo evitare il balletto, ma saremo capaci di assestare un paio di sei ben piazzati con i dadi che ci faranno riguadagnare il terreno perduto. Il nostro sarà sempre un viaggio con il coltello tra i denti e il medikit in borsa, ma con il passare del tempo saremo sempre più Lara Croft e sempre meno Edward Mani di forbici. Il detto "conosci te stesso", in fondo, si rivelerà non poi così sbagliato e alla lunga riusciremo anche a vedere le bellezze di questo straordinario, faticoso viaggio chiamata vita.  

Duille



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