domenica 30 agosto 2015

Bicchieri sbeccati su tappi di sughero.

Oggigiorno quando si parla di fragilità, lo si fa sempre con una punta di vergogna. Diciamoci la verità: parlare di fragilità non va di moda, probabilmente perché va fin troppo di moda. Potrà sembrare un controsenso, ma se ci pensate bene un senso ce l'ha. Qualche sapientone un giorno ha scoperto che parlare delle proprie disgrazie è fonte di big money, soldi facili che piovono dal cielo come le arance nel carnevale di Ivrea, ed ha deciso di costruirci sopra un impero, pronto a sfruttare i cuoricini più commossi dalla vita. E questo ha decretato la fine della nostra libertà di parola. Spettacolarizzare il dolore ha portato a considerare i discorsi sulla fragilità secondo due sole teorie: 

1- Il Paradigma della piccola fiammiferaia 


Definito anche "Il teorema di Barbara D'Urso", questo paradigma si fonda si tre capisaldi: si piange, si singhiozza, si lacrima copiosamente. Insomma, si piange al cubo. E se proprio si è dei fuoriclasse, si arricchisce la performance con una danza di fazzoletti che, si sa, ha sempre un forte impatto emotivo. In questo paradigma l'elemento discriminante non è la storia drammatica, ma l'attitudine. Se avrete il giusto atteggiamento, potrete parlare di qualsiasi cosa e spezzare cuori, attivare dotti lacrimali e addirittura ottenere sovvenzioni economiche. Il giusto atteggiamento renderà la morte della zanzara per vostra mano un caso mediatico di difesa personale, con tanto di "hai fatto quello che dovevi per sopravvivere" e magliette inneggianti il proprio nome. La giusta espressione addolorata potrà trasformare la perdita del calzino nella lavatrice come il nuovo caso di scomparsa di un familiare, con la triste storia di come si vive, giorno dopo giorno, nell'angosciante ignoranza delle sorti dell'amato calzino, perduto un giorno durante l'ultima centrifuga a 30° ("l'altro calzino è distrutto, si rifiuta di lavarsi, resta sempre chiuso nel suo cassetto, anche i suoi colori sono ormai sbiaditi. Non si è mai ripreso dalla perdita del fratello").

2- Il teorema del prode eroe


Questo secondo teorema vede invece la dominanza del dramma, ma di drammi veri, quindi non scomodatevi a presentarvi se non avete una gamba in meno, una sorellina malata e un padre che dieci anni fa è uscito a comprare le sigarette e si è ritrovato con una seconda famiglia in Vermont. In questo teorema i fazzoletti sono banditi, così come le lacrime, mentre è richiesto uno sguardo fiero, petti gonfi d'orgoglio e una tempra che spezzerebbe anche i diamanti. Si deve apparire invincibili, persone che, nonostante l'evidente sfiga che li ha colpito ripetutamente come un fulmine in spiaggia in una giornata di sole, non hanno perso il sorriso sulle labbra e continuano ad inseguire sogni che, guarda caso, riguarderanno proprio la disgrazia che li ha colpiti. Avete perso una gamba in un incidente stradale? Chissene, siete diventati degli atleti paraolimpici. Siete paralizzati dall'età di tre anni? Beh, ma che problema c'è, ormai fate street climbing su rotelle. Avete sofferto di un terribile cancro che vi ha lasciate senza neanche un capello? No problem, avete tirato su un negozio di parrucche biologiche. Il teorema del prode eroe, come spero abbiate capito, vuole che l'individuo portatore non solo non soffra per la sua evidente, lampante, mastodontica sfortuna, ma che finisca anche col combattere quotidianamente contro il corvaccio del malaugurio, magari facendo anche del bene. Si tratta del giovane che non sa nuotare, con una terribile allergia al pelo ed una fastidiosa ernia al disco che si ritrova a salvare un San Bernardo con la dermatite in un lago montano. Questo è il teorema dell'eroe. L'obiettivo però qui non è quello di fungere da modello, da insegnamento, ma indurre un'ammirazione superficiale nello spettatore, innalzarlo a supereroe kritponiano a cui non si potrà mai neanche aspirare, quindi tanto vale continuare a soffrire terribilmente per non poter comprare il divano massaggiante che spruzza aromi di azalea dai braccioli.

Capite bene che, di fronte a questo particolare modo di concepire la fragilità, sia essa fisica o psichica, parlarne nel quotidiano diventa piuttosto ostico. Proprio perché va tanto di moda nel mondo dello spettacolo, la fragilità è fuori moda nel mondo reale. La nostra società ci impone il principio del Superuomo, sia esso Spiderman o Batman. Indipendentemente dal fatto che preferiate un eroe con poteri sovrannaturali prodotti da un ragno transgenico o un ricco uomo d'affari traumatizzato dalla vita, il risultato è l'immagine di blocchi granitici, pugili che prendono a calci le proprie fragilità fino mandarle al tappeto. Non c'è bisogno di parlarne, di mostrare le proprie ferite, bisogna rispondere al dolore combattendo il crimine, irrigidendosi fino a far scomparire le tumefazioni sotto strati di corazza. Dobbiamo essere uomini e donne d'azione, prestazionali, capaci di fare tutto e di farlo al meglio. In quest'ottica dominata dal principio del Superuomo, la fragilità è quindi l'opposto della forza, ci mostra deboli, ci rallenta, ci rende meno pettoruti adoni dai tratti perfetti e più gracili adolescenti in cerca di identità. Se si deve proprio avere una fragilità, la società raccomanda di sceglierla nel cesto dei disturbi da lei approvati: una bella anoressia che ci rende regine delle nevi dagli zigomi scavati, oppure, perché no, una dipendenza da cocaina, che ci renda prestanti come atleti congolesi pronti per una staffetta olimpionica. Parlare di ciò che sta sotto a questa perfezione, della carta velina di cui siamo costruiti sotto questa apparente corazza di adeguatezza, è però vietato, pena l'onta pubblica, il discredito generale, l'esilio sociale. Nessuno quando parla delle proprie debolezze vuole essere tacciato per un cercatore di compassione con tanto di retino e ancora meno vuole essere schiacciato sotto la finta immagine dell'eroe che, proprio in quanto tale, non soffre per il proprio disturbo, ma lo combatte a suon di positività, neanche fosse un personaggio dei My Little Pony.
Piuttosto, preferiamo tacere e continuare a covare la nostra fatica nel silenzio della nostra mente, annaspando nel tentativo di apparire normali, belli, perfettamente naturali, completamente a nostro agio nei nostri panni. Quello che la società non vuole proprio capire è che il dolore esiste, che la gente è fatta anche di carta velina e che esiste almeno un altro modo di parlare delle proprie fragilità. Attenzione società, non implodere mentre ti porgo in mano il Santo Graal dell'ovvio: la terza via è il Racconto. Bisogna RACCONTARSI, con il solo scopo di essere compreso dagli altri e non di ottenere fazzolettini extra o una pacca compassionevole sulla spalla, si tratta di rendersi più trasparente e non di trasformarsi in un Action Man che ha capito tutto della vita. Quello che dobbiamo fare è mostrare i confini peculiari del nostro essere, che, udite udite, probabilmente avrà una forma diversa rispetto al noioso quadrato supereroistico a cui ci hanno abituati. Non siamo tutti personaggi di Minecraft, alcuni di noi sono rotondi, altri sono dei ricci pieni di punte, altri ancora hanno la forma di orsi bruni, altri potrebbero apparire come dei cuscini, o dei pennelli. Ognuno ha la sua forma e capire cosa siamo e perché siamo non ci rende cercatori di fama spicciola, né Capitan America dal sorriso plastificato. Ci rende semplicemente umani. Parlare delle proprie fragilità ci permette di sentirci meno soli, di capirci davvero profondamente, scoprirci diversi eppure simili, conoscere modi di pensare ed essere unici e sì, anche di renderci conto di quanto siamo fortunati a non avere paura di un hamburger, di una relazione o solo di andare a comprare un biglietto dell'autobus. Certo, sarebbe la fine della maggior parte dei talk show che spettacolarizzano il dolore se si scoprisse che non siamo l'eccezione alla regola, ma SIAMO la regola. Siamo la prassi, stiamo tutti così. Non siamo originali protagonisti di drammi alla Promessi Sposi, né sfortunati oggetti dello stalking innamorato di Madama Sfiga. Siamo tutti nella stessa barca, sia essa un gommone, una ciambella, uno yacht, una zattera o un tappo di sughero. Cambia solo il mezzo con cui ci muoviamo, ma sempre di oggetti galleggianti si tratta. Se invece di preoccuparci di fingere costantemente di avere i piedi ben piantati per terra ammettessimo di essere in mare aperto ed in più con il mal di mare, scommetto che troveremmo molte mani alzate attaccate a facce verdi dalla nausea. Parlare di fragilità in questo modo è sano, è bello e secondo me è anche giusto, perché in fondo siamo tutti dei bicchieri sbeccati. Quante volte, quando qualcuno ha ammesso di sentirsi a disagio in una situazione, ci siamo sentiti stranamente sollevati e più in pace? E' questo senso di sollievo che cerchiamo di dare parlando della fragilità: accorciare le distanze, sentirsi meno alieni, incontrare il simile anche negli opposti, vedere i graffi sui vetri altrui e capire di essere per la prima volta normali.
Per riconoscere che il detto "Tutto il mondo è paese" non è mai stato così vero.
Duille


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