sabato 19 settembre 2015

Tentacoli di casa: routine

Molti di noi, quando erano piccoli, avevano un amico speciale, un giocattolo magico capace di regalarci il coraggio necessario a fare qualsiasi cosa, purché fosse con noi. Un pupazzetto di pezza, un camioncino, una copertina di stoffa alla Linus in cui rifugiarsi per combattere la paura. Era come se conservassimo dentro questi oggetti tutto il bene del mondo e ci sentivamo sicuri ad averli accanto a noi. 
Molti di noi conservano ancora quei magici Daimon da qualche parte. Molti di noi ne creano addirittura di nuovi: un libro che ha segnato un momento della nostra vita, un portachiavi morbido regalatoci alle medie, un quadernetto/scrigno in cui nascondere i nostri pensieri, l'Ipod con tutte le colonne sonore delle nostre emozioni, una sciarpa, un vecchio maglione sformato da indossare nei momenti di bisogno, una collana comprata per caso in un viaggio lontano. Sono tutti fratelli di quel pupazzetto che ormai siamo troppo grandi per portarci dietro nel nostro girovagare nel mondo. Potremmo dire che sono una versione in positivo degli Horcrux di Harry Potter. Solo che noi non abbiamo assassinato la nonna per crearli. In mezzo a tutte queste persone che si muovono in compagnia del loro protettore magico in miniatura, ci siamo noi, l'esercito degli ansiosi sociali, che di un portachiavi morbido, di una collana o di un quaderno non se ne fanno niente. O meglio, non bastano. L'ansioso sociale medio, come avrete capito, vive terrorizzato anche dai cestini della spazzatura. E' un fascio di nervi ambulante con gli occhi perennemente strabuzzanti come un gatto davanti ad una vasca da bagno piena. Praticamente, siamo dei lemuri in borghese. Tutto è minaccioso, pericoloso, da evitare. Ogni passo va calcolato meticolosamente, perché camminiamo sempre su un filo sospeso e senza neanche la cordicella di sicurezza sulla schiena, e questo non perché vogliamo fare gli impavidi. Semplicemente, nel circo dove lavoriamo noi vige la regola del massimo risparmio. Quindi, lemuri in borghese che camminano su fili sospesi, o ancora meglio, scalatori senza una gamba e con problemi di asma a cui dei bulli hanno rubato l'unico inalatore lasciandolo sulla cima del Kilimangiaro. Capite bene da questa metafora che noi non abbiamo nessun interesse a scalare quella montagna, né ci interessa fare cose che la nostra natura da primati ha snobbato per una vita, ma siamo costretti a farlo. E, come conseguenza, sentiamo il bisogno di corazzarci a dovere per evitare attacchi a sorpresa di aquile reali, stambecchi a cui abbiamo violato il territorio e marmotte a cui abbiamo pestato involontariamente la coda mentre confezionavano la cioccolata. 
Ma siccome indossare un armatura medioevale ci renderebbe un pelino appariscenti e andare in giro ricoperti di cuscini sarebbe piuttosto scomodo, ci tocca trovare alternative più "socialmente accettabili" per affrontare la nostra scalata quotidiana senza essere fatti a striscioline buone solo per un riso alla cantonese dal vento glaciale delle alte quote. E' così che ci ritroviamo a costruire infinite routine da rispettare alla lettera, che si stratificano negli anni aumentando le nostre difese immunitarie contro l'allergia alle persone, amuleti personali contro gli attacchi del pipistrello. Invece di avere quintali di ciondoli simboleggianti le religioni del mondo, noi abbiamo i talismani del coraggio, totem collezionabili come i fantasmini degli ovetti kinder, versioni delle zampe di coniglio in salsa ansia sociale rappresentate da rigide abitudini da non infrangere. Il che, attenzione, non ci rende dei soggetti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo. Noi non crediamo che uscire dal percorso prestabilito produca conseguenze terribili, o che un vaso di fiori caduto da un balcone ci manderà al Creatore se non seguiamo la traiettoria scavata dai nostri piedi in anni di routine. Semplicemente, quelle routine sono la nostra corazza contro il mondo, spazi in cui, lentamente, proiettiamo un pochino di casa, come dei bracci di piovra invisibili che si allungano nelle strade che percorriamo ogni giorno o piccole nuvolette di nebbia che si condensano in punti precisi dello spazio, con un grande cartellone sorridente che annuncia "Casa (quasi)". Sono proprio questo: estensioni di casa, protuberanze di camere, parti di arredamento galleggianti, mensole di cucina che svolazzano allegramente, scrivanie che galoppano al nostro fianco in pieno stile Spirit Cavallo Selvaggio. Pezzetti di casa volate insomma, un po' Alice nel Paese delle Meraviglie, un po' Castello errante di Howl dopo un'esplosione. In quei tentacoli invisibili sono irretiti, come su un nastro trasportarore da aeroporto, le nostre lampade, i piatti della cucina e sì, anche i nostri sanitari (perché, diciamocelo, non esiste cosa più intima al mondo della propria tazza del gabinetto). Le routine fanno le veci della "casa base" usata dai bambini quando giocano a rincorrersi. In quello spazio, non ci possono prendere, siamo parzialmente al sicuro. Quella è casa-base. Non proprio casa, ma comunque abbastanza familiari da permetterci di riprendere fiato e abbassare un pochino la guardia. Siamo un po' come dei treni che seguono dei binari immaginari tracciati in un campo pieno di mine. 


Ma facciamo un esempio, il mio, per la precisione: Io avevo un percorso molto preciso che mi permetteva di eseguire le attività quotidiane senza che mi cadessero i capelli ad ogni rumore forte: seguivo i binari invisibili dalla casa al pullman, passavo davanti allo stesso parco giochi tutti i giorni, prendevo sempre la stessa scorciatoia, attraversavo la strada sempre nello stesso punto e aspettavo alla fermata sempre ad una certa distanza dalla pensilina (non chiedetemi perché, sarebbe troppo lunga da spiegare). Entravo nell'autobus con il biglietto già in mano, obliteravo e mi sedevo nella quarta fila di sinistra, dal lato del finestrino, controllando sempre prima quanta gente ci fosse, per calcolare le probabilità che qualcuno si potesse sedere vicino a me. Quindi attaccavo il mio sgangherato mp3 e mi alienavo per i quaranta minuti che mi dividevano dall'arrivo. Giuro, per quaranta minuti io non guardavo nient'altro che il paesaggio fuori, ignorando completamente tutto quello che accadeva nell'autobus. Guardavo sfilare i paesi, facevo l'aggiornamento dei cambiamenti dettati da stagioni e intervento umano, salutavo le nutrie che mangiucchiavano nei campi. Avrei potuto ripetere il percorso del pullman ad occhi chiusi, con tanto di dettagli delle case o di coltura del periodo, ma non avrei saputo nemmeno indicare il genere della persona dietro di me. Pregate di non incontrare qualcuno come me se siete oggetto di un crimine. Non saprei identificare neanche un individuo vestito da clown tra dieci esattori delle tasse. Arrivata alla fermata, scendevo e mi settavo sui nuovi binari che mi avrebbero portato all'università: passavo davanti ad una pizzeria, un bar, quindi una via pedonale trafficata di studenti. Mi piaceva cercare le regolarità nella regolarità: il pendolare che comprava sempre la stessa mela dal fruttivendolo situato alla sinistra della strada, la ragazza nel cappotto giallo che risaliva la corrente come un salmone luccicante, portando a spasso il cane. Fantasticavo, mentre i binari mi portavano alla lezione del mattino. Avevo un posto preferito per ogni aula, sempre a metà stanza, in una posizione laterale, circa due o tre sedili oltre quello che dava al corridoio. Mangiavo sempre negli stessi posti, nelle stesse panchine o negli stessi scalini e andavo sempre negli stessi locali se ero in compagnia. 
Al ritorno, non mi fermavo a guardare le vetrine, non entravo nei negozi, perché non erano luoghi approvati dalla piovra e poi riprendevo l'autobus (sempre a certi orari) e mi sedevo nello stesso posto, quarta fila, lato finestrino e tornavo a casa, seguendo al contrario la stessa identica strada. Lo so, adesso vi sembrerà che forse dovrei rivedere la mia idea di non essere una ossessiva compulsiva, ma vi assicuro che non sto negando l'evidenza, anche perché, dopo quello che ho raccontato, ho mandato alle ortiche anche quell'ultima briciola di dignità che conservavo per i tempi difficili, quindi che senso avrebbe negare? Io avevo (e spesso ho ancora) bisogno di questi percorsi perché la paura era tanta, troppa. Noi ansiosi sociali viviamo costruendo continuamente corazze, all'infinito. E' la corazza che tiene a bada il pipistrello, facendolo volare più lontano. Finché siamo nel flusso invisibile del tentacolo, siamo un po' più al sicuro e riusciamo addirittura a concederci il lusso di una tintarella, noi, eterni lenzuoli sbiancati dalla paura, scambiati anche dai vampiri per gli avanzi di qualche spuntino altrui. Inutile tentare di mettere un piedino fuori dal percorso del tentacolo, perché il pipistrello non aspetta altro che svolazzarci vicino per mostrarci la valle di desolazione che è il nostro mondo. Mordor al confronto è un campo di fragoline di bosco popolato di orchetti con treccine bionde che saltellano felici con i loro cestini di vimini. Uno spettacolo forse di dubbio gusto estetico, ma di certo non pericoloso. Noi siamo come dei castori che costruiscono dighe. Costruiamo, costruiamo, per arginare il fiume che immancabilmente ci inonderà e, ricordo, noi non sappiamo nuotare e veniamo da un contesto psichico in cui il risparmio la fa da padrone! Siamo solo noi e il fiume. Quindi costruiamo in continuazione argini per continuare a muoverci, per fare quello che ci viene chiesto con insistenza di fare: essere normali. Creiamo protocolli neanche stessimo maneggiando particelle atomiche al Cern, ci mimetizziamo come insetti stecco tra il fogliame, ci improvvisiamo lampioni sperando che nessun cane ci faccia la pipì addosso. Le routine sono il nostro pupazzo di pezza, l'ennesima torre di guardia da cui controllare gli spostamenti del pipistrello e, dove necessario, assestargli un bel colpo di fionda. Quando si ha molta paura, si possono fare due cose: evitare la situazione oppure farsi abiti con carta bullonata in modo da attutire i colpi. La routine è la nostra carta bullonata. Non è tanto follia, quanto istinto di sopravvivenza. Forse allora più che lemuri in borghese, siamo Rambo in carta da pacchi.

Duille  


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