sabato 3 ottobre 2015

Epifanie influenzali: il naso

Si dice che quando si è costretti a fermarsi dalla frenesia della vita si abbia il tempo per riflettere su grandi temi universali: il senso della vita, l'esistenza di Dio, la capacità dei bombi di sfidare le leggi della fisica continuando imperterriti a volare. Più il contesto è aulico, più i pensieri sono altisonanti e da massimi sistemi: non è un caso che i grandi poeti e scrittori siano stati ispirati da boschi, rive marine, soli abbaglianti e nevi zuccherofile. 
Nel mio caso, il momento di riflessione non ha avuto la fortuna di essere accompagnato da un background da grandi rivoluzioni copernicane. Sepolta da coperte, cuscini, fazzoletti e tachipirine, con la sola compagnia di un poster arboricolo a rappresentare il mondo silvano capace di far emergere l'estro creativo più alto, sono giunta alla mia personale verità, una epifania che con la befana ha ben poco a che fare. Una verità che ho avuto davanti agli occhi per anni, ma che ho sempre rifiutato di vedere, presa dal sollievo di aver terminato la simulazione di vecchina ultracentenaria e poter finalmente girovagare per la casa senza aver bisogno di pit stop divanosi anche per riprendermi da una pipì veloce al bagno. Ma questa verità finalmente si è palesata anche ai miei occhi miopi (letteralmente miopi, non metaforicamente) ed ora ne capisco l'importanza. Sappiamo tutti che avere l'influenza è un po' una perdita di pazienza, oltre che di tempo. Ci impone a letto quando meno ce lo possiamo permettere e ci rende attivi come un'alga appena pescata dallo stagno. Ma il raffreddore, quello è anche peggio. Non solo non ci consente il lusso di fonderci con il divano come una macchia di cioccolato fa con la nostra maglietta preferita, ma prende in ostaggio il naso senza avere neanche la decenza di richiedere un riscatto. Ed è proprio in questi momenti di privazione odorifera che capisco quanto sia fondamentale il naso nella vita quotidiana. Non il pollice opponibile, ma il naso! Il raffreddore ci ricorda di non maltrattare questa povera antiestetica escrescenza perché è più importante di quanto non si creda, indipendentemente dal fatto che sia a forma di tubero o un portatore sano di gobbe dromedarie. Non avere il naso è una grossa seccatura e comporta una marea di problemi che rendono la giornata una specie di corsa campestre nella fanghiglia. Da quando ho il raffreddore, ad esempio, ho sviluppato una certa empatia per i pesci rossi che, per qualche motivo, sono finiti fuori dall'acqua: boccheggio, proprio come un pesce, mentre mi muovo nel mondo diventato improvvisamente stitico di ossigeno. I polmoni protestano, minacciano di contattare il sindacato, usano l'arma della commiserazione mostrandomi le piccole celluline che dovrebbero nutrire con l'aria che il Governo ha deciso di tagliare a causa della guerra battericida. "Cosa devo dare da mangiare a questo figliolo? Lo guardi! E' tutto citoplasma e DNA!" mi dice un bronchiolo mostrandomi una cellula cardiaca tutta deperita. Ma io cosa ci posso fare? I confini sono stati attaccati e abbiamo appena salvato la gola da una possibile tonsillite. "Stiamo lavorando alacremente per il recupero delle funzioni respiratorie nasali", concludo, "Vogliate nel frattempo farvi bastare l'aria proveniente dal bocchettone di riserva aperto appositamente per arginare il disastro". Ma anche così, la situazione non è rosea. Si ansima, ogni movimento fuori dall'ordinario manda a zero i livelli di ossigenazione, si fanno grossi respiri nella speranza di dare un po' di sollievo ai polmoni intenti a dividere le razioni di aria. E fosse questo l'unico problema!  
Non solo mi sembra di essere all'interno di un gigantesco simulatore di sub, ma c'è anche il fastidioso problema del concentrato di albume d'uovo che non si sa come sia finito nel naso, ma che è deciso a non restarci a lungo. Passo le mie giornate a soffiarmi il naso, al punto che a momenti mi sembra di star eliminando anche etti di massa cerebrale. Lo sento proprio strizzarsi nella testa, scivolare velocemente e sparire nel fazzoletto. E questo mi pone un altro quesito, già destinato a fare la figura dello straccione di fronte alle grandi domande dell'universo (compresa quella dei bombi): mi chiedo, si diventa più stupidi quando si ha il raffreddore? E' per questo che tendiamo a ridurre all'osso le nostre attività di pensiero? Per camuffare delle inevitabili quanto irreparabili perdite? Qualunque sia il motivo, rimane il fatto che questo naso continua a svuotarsi come se non ci fosse un domani, ma rimane perennemente, ostinatamente chiuso. E mi ritrovo ancora una volta con la bocca aperta come un adolescente davanti al primo paio di tette. Il problema però è che la bocca, per sua natura, non è fatta per rimanere aperta tanto a lungo e difatti si secca come un'estate italiana particolarmente calda. Il deserto dei tartari, lì dentro, la lingua rinsecchita come una lumaca annegata nella saliera, le labbra screpolate come se fossero battute dal vento glaciale del Polo Nord e la consapevolezza che ogni reidratazione dovrà essere fatta velocemente e a piccole dosi, pena lo svenimento per ipo-ossigenazione. Senza il naso, tutto si liofilizza, compreso il lembo di pelle che separa il suddetto fondamentale organo dalla nostra ormai moribonda bocca. A furia di soffiare e passarci sopra il fazzoletto, la pelle sottonasale è diventata così ruvida da poterci grattare sopra il formaggio e così secca da riprodurre i movimenti tettonici della Pangea. Abbiamo la cute a zolle, in piena carestia, mancano solo una manciata di irlandesi che tentano di coltivarci due o tre patate e abbiamo finito la rappresentazione vivente della grande carestia del 1845!
 Mi secco lentamente come una fetta di arancia sul calorifero, pericolosamente vicina a diventare una futura imitazione di una mummia preistorica. A nulla valgono creme, oli, burri applicati con sapienza e generosità in quelle zone che assomigliano sempre più pericolosamente a delle prugne secche: le creme bruciano, gli oli scivolano, il burro unge. E comunque, tutto verrà spazzato via dalla inevitabile soffiata di naso che arriverà come un tornado che si abbatte sul paesino già piegato dalla lunga siccità. Di fronte a questa situazione da allerta meteo, il Governo centrale (che poi sarei io) viene lasciato solo, piagato dalla carestia, la siccità, le rivolte proletarie e le proteste delle papille gustative, che di colpo sembrano incapaci di distinguere un pomodoro da una torta al cioccolato. E' stato a questo punto, mentre la mia faccia spariva per la milionesima volta nel fazzoletto, che è sopraggiunta l'epifania: il naso è fondamentale per la sopravvivenza. Non i pollici opponibili, non i piedi, non le orecchie. Il NASO. Senza naso va tutto in malora: i raccolti si seccano, la popolazione si affama, la resistenza si abbassa a quella di un pirata ultracentenario con un lungo passato di alcolismo e tutti i piaceri della vita diventano l'ennesima sfida alla sopravvivenza. Più che un raffreddore, direi che siamo in una pagina della Divina Commedia versione 2.0, girone Chirurgia Estetica. Ti sei lamentato del tuo naso con la gobba o per il tuo aspetto fisico poco soddisfacente? Sei arrivato ad intervenire chirurgicamente per diventare una persona di plastica? E allora, per la legge del contrappasso, eccoti sparito il naso. E vi assicuro, è una punizione che farebbe riflettere anche la più accanita antagonista del nostro apripista facciale. Con il naso la vita ti sorride e, oltre a mantenere efficienti le funzioni vitali, puoi anche godere dei piccoli piaceri quotidiani: annusare una tazza di té alla cannella, respirare a pieni polmoni la frizzante aria invernale, masticare una pietanza senza dover aggiornare i commensali in tempo reale (leggi, mangiare con la bocca aperta), arricciare il naso di fronte alla lettiera fresca di ricordino felino e addirittura imitare la celebre mossa di Samantha la strega. Il naso migliora la vita, il naso dà colore all'esistenza, alza la qualità delle nostre giornate e ci mostra un mondo migliore. Il naso, insomma, andrebbe eletto Presidente della Repubblica. 
Duille


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