domenica 13 dicembre 2015

Incroci di strade e viaggi di carta

Qualche giorno fa gironzolavo per Milano, improvvisandomi abitante di una città che è sempre stata troppo grande per i miei piedi e troppo veloce per il mio respiro gelato dall'inverno. Avevo camminato in lungo e in largo, girovagando tra le stradine ed i viali, sempre in bilico tra il viaggiatore di passaggio e il veterano con la testa immersa nei ricordi che spuntano ad ogni angolo. Un po' topo di città e un po' topo di campagna, mi sono ritrovata alla ricerca di un tram che mi riportasse a casa. E' stato allora che mi sono imbattuta in lei. 

Una busta rossa, abbandonata in mezzo ad una strada, a fare da ponte tra due strisce pedonali. Sembrava proprio una passerella giapponese, lì appoggiata tra quelle due righe bianche, adagiata sopra un rigagnolo di asfalto grigio. Curiosamente intonsa, quella busta di carta vermiglia, pulitissima, splendente, come un fiore caduto da qualche albero scosso dalla brezza. Bloccata tra due rive, navigava sull'asfalto improvvisandosi laccio di due palloncini bianchi stampati sulla terra. Galleggiava, in attesa, ma invece di una scarpa, ha trovato uno sguardo. Lo sguardo di un curioso viaggiatore di passaggio, un po' troppo topo di campagna per una città grande come quella. Quello sguardo, di fronte a quella curiosa barchetta di carta che dondolava inerme, non ha avuto il cuore di usare la punta del suo stivale per traghettare la busta rossa fino al marciapiede di fronte. Probabilmente mossa dal suo pensiero animistico, convinta che, in fondo, ci sia un po' di vita in tutto ciò che ci circonda, forse solo perché sapeva che quella busta era stata di qualche mano che l'aveva scelta, a suo tempo, per chissà cosa. Sentiva però, quello sguardo, che c'era troppa violenza in un colpo di tacco, troppa noncuranza nella suola di una scarpa. Il mondo era già fin troppo pieno di indifferenza e quella grande città ne era la prova. Quante vite erano passate per quelle strisce pedonali ignorando quel pacchettino di carta rossa? Quanti pensieri avevano volato ad un metro da lei come nuvole di passaggio? Quante gambe avevano solcato quella strada come giganteschi archi mobili sopra la sua testolina? Quanti occhi avevano fissato un punto troppo in alto per lei, non vedendola affatto? C'era troppo freddo in quella grande città per lasciare che tutto si risolvesse in un calcio, seppur tenue. No, ci voleva proprio una mano, cinque dita, le linee della vita sul palmo, il calore della pelle, per entrare in contatto con la ruvida cellulosa di quella busta rossa. 
E così, forse ancora troppo pazza, troppo idealista o forse solo troppo romantica per non lasciarmi intenerire da quella lettera, l'ho raccolta. Era una busta perfettamente pulita, scampata chissà come al passaggio degli pneumatici e delle suole di frettolosi piedi con un traguardo da raggiungere. Forse era lì da poco o forse era solo una busta dannatamente fortunata. Di certo un tempo era stata agganciata a qualcosa, forse un pacco regalo, di quelli incartati accuratamente, con una bella carta brillante, decorata con un bel nastro dorato arricciato da qualche mano maldestra che però ce l'aveva messa proprio tutta per rendere quel pacchetto il più bello possibile. Purtroppo neanche quel pezzo di nastro adesivo che avvolgeva un angolo della busta quadrata, facendo risaltare il color melograno della carta, era riuscito a salvarla dalla caduta, così come non vi era riuscita la graffetta che mi guardava arcigna e seria sotto l'adesivo trasparente. Sembrava quasi l'inizio di una storia avventurosa alla Soldatino di Piombo. Forse la busta sarebbe tornata a casa, passando di mano in mano, di storia in storia, di sconosciuto in sconosciuto. O forse era destino che venisse smarrita. Ora però era tra le mie mani e sotto i miei occhi che la fissavano curiosi. Se avesse potuto arrossire, credo non me ne sarei accorta, tanto era rossa quella carta, come le mele mature in alberi di campagna e credo che neanche lei avrebbe potuto vedere segni del mio arrossire, se lo avessi fatto, perché anche io avevo mele rosse sulle guance infreddolite. Rigirandola tra le mani, mi sono accorta di una dedica, scritta a mano dal suo precedente proprietario: Per Maddalena e Davide, con una bella sottolineatura decisa. Allora era proprio un regalo, quella a cui questa busta pendeva prima di essere liberata dal suo destino di messaggera e prima di diventare l'ultima foglia d'autunno in una città di asfalto. Probabilmente la mano che l'aveva scritta era quella di un uomo, a giudicare dalle linee brusche e appuntite che formavano le lettere. Mi ricordavano aspre cime montuose di qualche località nordica. Le vette "Maddalena e Davide", difficili da affrontare se non da esperti scalatori. O magari quella ruvidezza dei tratti indicava un regalo poco sentito, un atto dovuto, il rispetto dell'etichetta natalizia che impone il regalo anche a coloro che non sopportiamo. Chissà cosa avrebbe detto uno studioso di calligrafia, di quella mano. Nella mia testa zampettava sicuramente altro, in quel momento, di fronte a quella nuova ipotesi. Pensavo che la busta forse aveva deciso di non soggiacere a delle convenzioni sociali che non la riguardavano e che probabilmente non capiva. In fondo, era fatta di carta ed un tempo era stata un albero. Allora, in un atto di ribellione, aveva preso la grande decisione e aveva saltato, abbandonando un destino certo per uno a dir poco infausto, soprattutto visto dove si trovava. O magari mi stavo inventando tutto. Perché in fondo una busta è una busta e non ha pensieri. Ma cosa penserebbe se ne avesse? Io cercavo di immaginarlo, mentre mi rigiravo tra le mani quella busta dedicata da mani nervose e che un tempo forse fu legata ad un pacchetto.
Era rigida, leggermente pesante. Probabilmente conteneva un bigliettino di cartoncino, di quelli che si aprono a libro e al cui interno si scrivono frasi di circostanza del tipo "Buon Natale da Giulia e Antonio". Forse chi l'aveva scritta aveva addirittura segnato la data. Forse la mano che aveva scritto il biglietto non era la stessa di chi aveva fatto nascere quelle vette ripide sulla busta. Forse dentro la busta sarebbero sbocciati tratti di donna, come minuscoli fiori di ciliegio sulla carta bianca oppure più simili a rose consce della loro importanza. E se ci fosse stata dentro una lettera? Una bella lettera scritta a mano, su una vecchia carta da lettere, in cui si dicevano cose importanti e si esprimevano affetti sinceri. C'era un mondo intero di possibilità in quella lettera scarlatta, infiniti fili che avrebbero portato ad infiniti finali di quella storia inconsistente come lo sbuffo di una teiera. Era come avere un cielo stellato tra le mani e sapere di poterlo scartare in qualunque momento per scoprirne tutti i segreti. Ma non l'ho fatto. Qualcosa dentro di me ha fermato la curiosità. Una sorta di rispetto per quella busta rossa. Rispetto per qualcuno che non conoscevo neanche, che era solo una calligrafia nervosa sul dorso di un pezzo di carta, in fondo. Ma che diritto avevo io per appropriarmi di parole, immagini, suoni che non erano a me destinati? Qualunque fosse il contenuto di quella busta, non era previsto che fossi io a leggerla. Davanti a quel cielo stellato tra le mani, non ho avuto il coraggio di andare oltre. Ho scelto di non violarne i segreti, di lasciare che il suo messaggio restasse intonso come la carta in cui era avvolto. Ho scelto che non fossero i miei occhi i primi a posarsi al suo interno. Probabilmente non sarebbero stati neanche quelli di Maddalena e Davide, forse sarebbero stati quelli di qualche Marco in uscita dalla scuola, o di qualche Mohamed di ritorno dalla pausa pranzo. Magari sarebbe stata una Francesca a leggere quelle parole, magari sarebbe stato proprio quello di cui aveva bisogno per illuminare una giornata andata decisamente storta. In fondo, perché mai dovremmo pensare di essere sempre il centro dell'universo? Forse la storia di quella lettera non era la mia storia, io ero solo una comparsa di passaggio, uno di quei personaggi secondari di cui ci si dimentica presto. Magari quella lettera era davvero destinata a qualcun altro, magari aspettava un'anima gemella che avrebbe dato un senso a quel curioso fiocco di neve rosso che era caduto dal cielo plumbeo di Milano. Io ho sentito che non era per me che quella busta aveva iniziato il suo viaggio. Così, l'ho appoggiata su un panettone, al bordo di quella strada dove tutto era iniziato. E' stata una piccola storia di pochi secondi, ma pur sempre una storia. E una storia, vale sempre la pena di raccontarla. 
Duille 


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