lunedì 7 dicembre 2015

Gomitoli e corse sul ghiaccio: Dicembre

Quando andavo al liceo, l'arrivo di Dicembre era un momento eccitato e magico. Voleva dire Natale, certo, ma era anche il primo mese che mi prometteva un po' di vacanza e riposo dalla frenesia scolastica. Ho sempre creduto che Dicembre fosse il mese patrono degli studenti, pieno di promesse vellutate impacchettate in perfetti sacchettini rossi. Ad aprirli, quei sacchetti, potevi quasi sentire i sussurri delle cioccolate calde in capienti tazze di ceramica dal manico avvolgente, potevi avere un assaggio del calore delle coperte di pile sulla pelle e sentire le pile di libri che ridacchiavano facendosi scappare sillabe dalle pagine fitte. Dicembre ha sempre avuto la consistenza dei gomitoli di lana, il sapore del ritorno a casa, il suono del respiro assonnato. 


E' un mese che offre un ritorno alla calma dei flutti e al silenzio di una strada ricoperta di neve, trafficata solo da qualche passante occasionale. Ti da la curiosa sensazione di avere la testa immersa nell'acqua, ascoltando il canto del mare, fuori da tutto eppure, paradossalmente, nel centro del mondo. Dicembre promette e mantiene sempre. Per qualche giorno ti garantisce la serenità della tana, la tranquillità del silenzio, la contemplazione senza tempo del pigro movimento delle maree invernali, il contatto con le ginocchia in un raggomitolo del corpo. Ma Dicembre è anche un paradosso, un mese a contrasti. E' un mese freddo, dalle tonalità polari, un'infinita sfumatura di grigi, azzurri, neri, blu che brillano sui lampioni illuminati, sull'erba brinata, sui bruni rami nudi di alberi letargici.
Su questa tela nordica, pallida come la Luna, zampettano i colori caldi delle feste: i gialli lattiginosi lampeggiano nelle sfere delle luminarie, come falene in orbite di vetro o lucciole in un frammento di fiaba trapuntato nella realtà; i rossi scivolano lungo i nastri che pendono dalle buste o fanno il giro del mondo in una pallina di Natale, i verdi si protendono eleganti nei loro vestiti di aghi di pino, nelle puntute forme del pungitopo, nel materno sguardo del vischio, saggi muschiati che guardano le esistenze mutevoli dall'alba dei tempi, prima ancora che il rosso si legasse ad un filo di lana, quando il giallo era ancora il riflesso della Luna in un lago ghiacciato e l'oro si nascondeva timido nelle profondità della terra. Il caldo e il freddo, a Dicembre, si fondono in una corrente temporalesca che fa girare la testa, che ubriaca e rende gli occhi affamati. Vogliono di più, quelle iridi inebriate, più contrasti, più colori, più vita che cresce sotto quei cieli grigi, vogliono vedere ancora il miracolo dei bucaneve spuntare sotto la monotonia dell'inverno. Perché Dicembre ha il dono di invitare al grande sonno invernale ma anche, allo stesso tempo, di concederci una seconda primavera fatta di questo caleidoscopio di colori che strizzano gli occhi da vetrine, marciapiedi e cancellate. E così, coperti da cappotti pesanti, i piedi inguantati in calzettoni colorati, le persone si riversano nelle strade per godere di questi fiori elettrici, per diventare un attore di questo sogno collettivo, arrossando le guance, aprendo i sorrisi di bianchi denti che spuntano da sotto le sciarpe, trasformando i capelli in rami nudi infiocchettati da nastri color cannella. A Dicembre si corre sul ghiaccio, ci si ubriaca di colore, ci si inebria di profumi di zenzero e pino, di mela e vin brulé, di cioccolato e chiacchiere, di baci rosso fuoco e di abbracci morbidi come un letto di muschio in una foresta estiva. Dicembre è tempo per respirare forte, per vagare senza meta, per tirare un sospiro di sollievo, per vivere di piccoli momenti, perché anche se si tornerà a casa a mani vuote, si avrà pur sempre il cuore pieno. 
Duille


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