domenica 17 gennaio 2016

Artificieri laureati alla CEPU

Gli eventi sociali sono la morte per un'ansiosa come me. La piaga che ci affligge la portiamo nel nome, d'altronde. E' la società che ci sfianca, la folla che ci incava gli occhi nelle orbite, le interazioni con il prossimo che ci trasformano in impersonificazioni dell'Urlo di Munch. In fondo, il problema non è tanto il mondo, quanto la gente che lo abita. Viviamo in una nostra personalissima versione di The Walking Dead, solo che in questo mondo gli zombie parlano e invece di mangiarti il cervello, ti corrodono il corpo e la mente sparando parole acide. 
 Così, ogni volta che riceviamo un invito per eventi di qualsiasi tipo, sia essa la comunione della cuginetta o l'appuntamento dal parrucchiere, iniziamo a sudare freddo e ci prepariamo a corazzarci almeno al pari di Robocop. Ogni evento sociale è come aprire le porte dell'Inferno e spingerci dentro. Se Alice cadeva nella tana del Bianconiglio finendo a Wonderland, noi finiamo in un girone creato apposta per noi da un qualche demoniaco aggiornamento di Windows, fatto di sentieri nebbiosi che non portano a null'altro che a banchi di nebbia più o meno fitti e costellati da un assillante presentimento di imminente morte violenta. Più o meno come se ci fossimo avventurati in un campo minato indossando un paio di infradito che ci vanno un po' larghe, oppure fossimo finiti a passeggiare con il cane in un cimitero indiano sconsacrato. Ciò che ci manda più in crisi sono le decisioni da prendere di volta in volta in una situazione, decisioni che si moltiplicano come i gremlins a contatto con l'acqua, comprese quelle che riguardano il cosa dire, il quando dirlo e il come dirlo, oltre che ad una valanga di decisioni inerenti il linguaggio del corpo. Tutte queste decisioni sono accomunate da un senso di definitività, al punto che, al momento di premere il pulsante decisionale, sentiamo riecheggiare nell'aria la celebre frase di Anche i cani vanno in paradiso: "Non potrai più tornare indietro, non potrai più tornare indietro". Una decisione, per un ansioso sociale, quindi, ha la stessa certezza di un diamante: è per sempre. Se prendiamo la decisione sbagliata, quella ci porterà inevitabilmente ad un futuro di sofferenza e dannazione eterna, in cui verremo sfiniti dagli insulti del Serraglio fino a ridurci ad uno stato larvale e ci corroderemo nei nostri succhi gastrici. Capite bene che di fronte ad una tale prospettiva, il peso della decisione si fa un tantinello gravoso. Ogni movimento diventa davvero una questione di vita o di morte, con tanto di colonna sonora presa in prestito da qualche film d'azione. Improvvisamente, di fronte ad una scelta, ci ritroviamo artificieri davanti ad una bomba piazzata all'interno di un orfanotrofio pieno di pargoli e cuccioli di cane. Il destino dell'umanità è affidato a noi. A noi, CHE CI SIAMO LAUREATI ALLA CEPU! Praticamente siamo spacciati, ma ormai siamo lì, davanti a quel congegno complicatissimo e tutti contano su di noi, sulle nostre manine tremolanti, sul nostro sudore che inonda magliette, fronti e schiene, e sul nostro cuore che sta per raggiungere livelli da beatboxing pompando sangue ad un cervello che, invece, si rifiuta di prendersi qualsiasi responsabilità e che ha già chiamato il suo avvocato. 
Quindi, vagliamo le opzioni. Filo rosso o filo blu? Regalo personale ma rischioso, perché potrebbe non piacergli affatto, oppure regalo standard che però ha il sapore del brodino a cui ci si è dimenticato di mettere il dado? Un saluto cortese con un ciao caricato di amicizia oppure un bell'abbraccio fraterno che spezza l'imbarazzo iniziale? In men che non si dica inizia un valzer di decisioni che vengono immediatamente rimangiate per il sopraggiungere di nuovi dubbi circa la fondatezza delle stesse. Filo rosso. No, filo blu. Anzi no, meglio il filo rosso. Ma il filo blu mi da' sensazioni più chiare. Però è anche vero che nei film si taglia sempre il filo rosso. Ma spesso all'ultimo secondo si opta per quello blu. Andiamo su e giù come uno yo-yo in questa danza tribale sfinente che di mistico non ha proprio nulla e che ci lascia più morti che vivi. In fondo, si tratta di una decisione impossibile perché, in realtà, nessuno sa cosa succederà se taglieremo il filo rosso o il filo blu. Eppure noi ci stiamo a ragionare per ore, fino a quando il tempo scade e ci ritroviamo trasformati comunque in spezzatini di carne da raccogliere con un cucchiaino (come fallire restando immobili). Ma perché ci comportiamo così? La logica vorrebbe che ad un certo punto, vista l'impossibilità di avere alcuna certezza, si prenda una decisione e si segua il mantra "sia quello che Dio vuole". Noi però sembriamo più affini ad un funzionamento ossessivo-compulsivo che ad un metodo di pensiero logico-razionale e sono giunta alla conclusione che una spiegazione ci sia a questo comportamento apparentemente insensato. Alla base di tutto questo rimuginare, secondo la mia esperienza, c'è un bisogno di perfezione che ci inchioda al muro dell'inettitudine e che si trasforma in un'ansia da prestazione che ci scaraventa nella notte di una bocca spalancata dalla paura, in quell'Urlo senza voce dipinto da Munch. La signora Perfettini, che nella mia mente è rappresentata da una donna degli anni '50 dei sobborghi americani, ci ricorda sempre che se le cose si fanno, le si fanno bene, il che significa che qualunque decisione prenderemo, dovrà non solo essere quella giusta, ma quella perfetta e, ovviamente, perfettamente eseguita. Il game over non è contemplato dalla nostra fata madrina sfornabiscotti e ancora meno sono accettate le cose approssimative. Tutto deve andare liscio come l'olio e se questo non accade, beh, la bomba esplode. Non esistono mezzi termini, non esistono i tentativi, esiste il fare e il non fare, come dice Yoda, non il provare. Solo che la nostra fatina dai capelli inamidati ha preso troppo alla lettera la teoria dello jedi alto quanto uno sgabello, rendendola dittatoriale. Il risultato è rimanere inchiodati all'incertezza, domandarsi fino all'ultimo quale maledetto filo tagliare, pur sapendo che non esiste risposta a questa domanda, fino quando, allo stremo delle forze, ne taglieremo uno, proprio ad un secondo dall'esplosione. 
3....2....1.....zac! 
E niente. 
Scopriremo che non succede assolutamente niente dopo quel taglio. La bomba, era solo un giocattolo. 
Duille 


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