sabato 7 maggio 2016

Telefilm addicted #9 - The A word ovvero l'autismo, davvero.

Una cosa che ho sempre apprezzato dei mezzi di intrattenimento moderni è che possono essere un utilissimo strumento per aprire la mente a nuove realtà. E' quanto succede con The A word. 
The A word è una serie inglese, reboot dell'omonima serie israeliana Yellow Peppers, che racconta le vicende di una famiglia inglese dopo la scoperta che il piccolo di casa, Joe, è affetto da un disturbo dello spettro autistico. 

Quella di Alison e Paul è presentata come una famiglia apparentemente normale, con piccoli drammi quotidiani che però sono ben bilanciati da un solido rapporto di coppia e dall'amore nei confronti dei due figli, Joe, di cinque anni, e Rebecca, adolescentissima (e se posso aggiungere, inglesissima) figlia del primo matrimonio di Alison, ma amata da Paul come se fosse sua. Una famiglia normale, appunto, le cui radici sembrano essere ben affondate in un terreno di amore e rispetto reciproco. Niente a che vedere con la famiglia che si trasferisce nella porta accanto e formata da Eddie, fratello di Alison, e sua moglie Nicola (con l'accento sulla i, prego), che sta cercando di ricostruire un rapporto di fiducia inevitabilmente minato dal tradimento di lei ancora fresco di bucato e che tutta la famiglia di Eddie, e il paese intero, non fa che ricordare con il suo atteggiamento astioso verso Nicola, colpevole del misfatto, e Eddie, colpevole di debolezza. Ad aggiungere l'ultimo tassello a questa colorita famiglia, troviamo Maurice, padre dei due fratelli, uomo dal carattere intransigente, dal sarcasmo caustico e dal cuore buono. 
Questo precario equilibrio inizierà a traballare quando, durante una festa di compleanno, Nicola noterà dei comportamenti inusuali in Joe e ventilerà l'ipotesi di autismo. La diagnosi di Joe ha infatti la più prevedibile ed umana delle conseguenze, quella di sconvolgere gli equilibri e produrre una crepa sullo specchio familiare che si farà largo tagliando volti e deformando sorrisi. Quello a cui assistiamo nelle sei puntate che ci vengono proposte (e scritto divinamente) è lo schizofrenico balletto della disperazione, gli stadi del lutto, le azioni paniche per mantenere il controllo, la corsa contro il tempo, l'impotenza, la frustrazione, le parole diventate tabù, come quella parola che inizia per A e che deve essere tenuta nascosta a tutti, anche a se stessi, al fine di ritardare il momento in cui Joe diventerà per tutti ciò che è già: diverso. Il fulcro della vicenda, a mio avviso, ruota intorno alla negazione di Alison, più che al disturbo di Joe. Quest'ultimo infatti, pur essendo l'oggetto delle attenzioni di tutti, di fatto resta ritirato nel suo autismo, diventando uno specchio riflettente che mette a nudo il disagio familiare, che costringe i suoi membri a fare i conti con una realtà che non riguarda solo l'autismo, ma anche le dinamiche interne, amplificate dalla situazione che si ritrovano tra le mani. Alison cerca disperata una normalità che le sfugge di mano e la vuole così tanto, questa normalità, da diventare egoista, talvolta brutale, danneggiando il figlio e la famiglia che le sta intorno con decisioni prese da sola, con le sue mancanze, imponendo un silenzio omertoso al proprio sentire e condannando quello degli altri. Là dove la famiglia cerca, ognuno a suo modo, di fare i conti con la realtà, Alison la rifiuta, e prova di tutto per dimostrare a se stessa che Joe è "normale".
Finisce così in una serie di comportamenti a matrioska, in cui tutto il suo altruismo cela un egoismo di fondo non condannabile il quale, a sua volta, nasconde una paura estrema di ciò che aspetta lei, come madre, e Joe. Alla fine, guardando quella crepa nel vetro, scopriamo che non è stata creata da Joe, ma da Alison e dalla sua famiglia, perché, come dice Rebecca, "Joe è sempre Joe". Ciò che è cambiato è il modo in cui gli altri lo guardano. The A word si rivela quindi non tanto la storia dell'autismo, ma della reazione all'autismo, dipinto con il tipico piglio inglese, che bilancia con perfetta maestria la difficoltà di avere a che fare con questa etichetta così difficile da portare con momenti di ironia che alleggeriscono i toni, senza quindi mai drammatizzare il disturbo, ma tenendolo ben piantato sul piano del reale. L'obiettivo è raccontare l'autismo attraverso le sue caratteristiche, positive e negative (stereotipie, ripetizioni di frasi, comportamenti agitati, intelligenza, interessi settoriali, quel modo unico e speciale di comunicare) e spiegare cosa vi si cela dietro (la difficoltà di prevedere e capire il comportamento altrui), senza ingigantirlo e, allo stesso tempo, alzare lo sguardo da quello scricciolino di cinque anni con le cuffie azzurre e guardare come la famiglia vive questa metamorfosi, senza mai condannare (e questo è importante) ma rendendo evidente la più grande verità: è il mondo che risulta eternamente impreparato alla diversità, non viceversa. Di cosa ha paura Alison in fondo, se non dell'emarginazione di suo figlio, della stigmate sociale, della solitudine relazionale? Possiamo quindi dire che la sua paura sia davvero solo l'autismo? O forse teme il mondo in cui Joe dovrà vivere? E' la storia più vecchia del mondo, ma in fondo è sempre stata la madre di tutte le storie.

Duille


Stuzzicherie

  • La stereotipia di Joe è messa in risalto dalla struttura delle puntate, che iniziano sempre allo stesso modo (una gioia per gli occhi), ma sempre caratterizzate da piccoli dettagli diversi. Una sola parola: GE-NIA-LE!!!!
  • La serie è ambientata nel District Lake, il che significa, montagne, neve, paesaggi mozzafiato e gente che zompa sulle colline manco fossero caprioli!
  • Tutta la prima stagione è infarcita di brani musicali indie rock che sono perfettamente implementati nella storia e che lo rendono un gioiellino sonoro niente male.   

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