sabato 18 giugno 2016

Crisi e carote

Qualche tempo fa ho visto un documentario sul Polo Nord in cui veniva spiegata la tecnica del carotaggio. Il carotaggio, spiegava il documentario, è una tecnica che prevede la perforazione del suolo e l'estrazione di campioni di terreno di forma cilindrica, chiamate carote appunto, che rivelano importanti informazioni sulla composizione del suolo. Esistono due tipi di carotaggio: il carotaggio di fondo, che produce carote verticali, e il carotaggio di parete, che estrae carote dalle pareti del foro principale. 
Al momento della visione non avevo capito perché questa tecnica mi avesse così colpita, a parte forse il nome da cartone animato che mi aveva intenerita come davanti ad un bastoncino di zucchero filato (tanto belli quanto insopportabilmente dolci, non credete?). Oggi però, in preda alla più potente coprinuvola degli ultimi mesi, sono giunta ad una epifania: in ansia sociale, la stessa funzione delle carote è compiuta dalle crisi. La crisi emotiva, come ormai saprete, va a braccetto con l'ansia sociale, è un vero evergreen, ci piaga dall'alba dei tempi, come un vecchio B-movie che non riusciamo proprio a smettere di guardare. Ma, quindi, cosa centrano le carote? Come nel caso delle carote, sono convinta che anche le crisi ci rivelino delle cose sulla condizione del nostro suolo cerebrale, solo che sono molto più dolorose, molto più seccanti, e molto più stancanti. Decisamente più stancanti. Possiamo analizzare le Crisicarote sulla base di quantità e qualità. La prima categoria è di più immediata comprensione: se siamo bucati come groviera, con un bell'orto di carote di parete e di fondo, probabilmente significa che siamo ancora ben piantati nella condizione di ansiosi a basso potenziale, mentre se saranno più rade indicheranno un bradiposo e acciaccato miglioramento interiore. Di tutt'altra pasta è invece l'analisi di tipo qualitativo: se saremo grovierati di carote di parete, la situazione si risolverà in tempi più celeri perché le crisi che dovremo affrontare riguarderanno aspetti superficiali, situazioni di dolore determinate dall'esterno ed estremamente circoscritte, come la rinuncia ad una cena a causa di un attacco d'ansia. Con quelle, una bella mano di stucco e un quadro posizionato strategicamente risolve tutto. Se invece abbiamo la sfiga di beccarci una crisi di fondo, allora lì sono dolori. In quei casi ci si deve preparare a lacrime, angoscia, paura e, nel mio caso, a serate intere passate guardando film romantici di dubbia qualità con la faccia affondata nei fazzoletti (a ciascuno la sua discesa negli inferi). Le crisi di fondo sono cattivissime perché sono crisi esistenziali che ti impongono di dare uno sguardo a volo d'uccello sul futuro, sulle tue chance di essere felice e ti fanno fare i conti con questioni come il tempo che passa, la faccia che avvizzisce, le ambizioni che si spengono, le occasioni che si sprecano e con un'unica costante: non stai guarendo. Non stai guarendo. Sinceramente, una crisi di fondo non la auguro proprio a nessuno. E' una sensazione orribile, che ti corrode dentro come se avessi ingerito soda caustica: brucia l'esofago, polverizza le corde vocali, scioglie le pareti dell'intestino. 
La crisi di fondo ammutina corpo e mente, imprigiona nella carne e rende ostaggio del cervello: si diventa solo nuda anima in una terra nemica, papaveri sotto la grandine, soffioni in mezzo ad una folata di vento nordico. Se quotidianamente non ci sentiamo padroni in casa nostra, durante la crisi questa sensazione si accentua, perché corpo e mente si coalizzano per annientarci: il corpo si siede sul nostro petto mozzandoci il respiro e la mente ci tortura sciogliendo veleno di dubbio nelle orecchie e tintinnando le catene che ci legano all'ansia che ribolle nello stomaco fino a liquefarci. Un albero nel mezzo di un incendio boschivo, questa è la crisi. Ed in quei momenti, in mezzo a quel crepitare di legno che muore e allo sfrigolare della pelle che si accartoccia, ammettiamolo, abbiamo paura. Paura di non farcela a vivere in questo modo e in questo mondo, paura della tentazione di arrenderci, paura del futuro, di un'infelicità che non finirà mai, di essere per sempre l'hamburger che cuoce sulla griglia. E poi, improvvisamente, in quel culmine di paura, tutte le luci si spengono e restiamo soli, immersi nel buio ed in un silenzio innaturale e terrificante. Restiamo soli, con il respiro veloce a cui hanno mozzato l'estensione come ad una fisarmonica bucata. Restiamo soli e ci sentiamo soli, in mezzo a tutti quei demoni che lanciano stoccate di lingua ad un passo dalle guance e vorremmo disperatamente che qualcuno ci prendesse per mano e dicesse che va tutto bene, che ce la faremo e che saremo felici, felici davvero. Forse non ci crederemmo, ma sarebbe una bella cosa da sentire. Dalle crisi di fondo infatti si deve uscire da soli, anche se ammettiamolo, il balsamo aiuta parecchio, soprattutto visto che ci aspetta una scalata dal fondo del foro di carotaggio. E noi, ricordo, siamo papaveri, soffioni di anima alla base di quel tunnel verticale. Dovremo sradicarci e, con la sola forza delle nostre foglie (capite quanto siamo messi male?), uscire dal pozzo prima di diventare come Samara...vendicativi e con la pelle raggrinzita. Alla fine probabilmente saremo più forti, tipo dei papaveri culturisti e qualcuno, magari anche io, potrei dirvi che alla fine il gioco valeva la candela. Ma sapete una cosa? Sarà anche vero, ma questa nuova consapevolezza ci costa così tanto in termini di tempo, energia, lotta e felicità che alla fine, forse, non ne vale davvero la pena. 
Duille

 

2 commenti:

  1. Quando ho letto la parola 'carotaggio' ho iniziato a ripetere mentalmente tutta la teoria studiata per l'esame di geotecnica di domani... :D poi mi sono ripresa e mi sono detta che dovevo pensare al tuo post...beh, un paragone perfetto!!!!❤❤❤

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    1. Ahahahahah! Poverina! Hai la deformazione professionale da studentessa pre esame! Succedeva anche a me! :D Comunque mi hai fatta morire dal ridere con questo pensiero libero! ^_^

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