sabato 4 giugno 2016

Storia di una ladra di libri: "è portato ma si impegna troppo".

Ci sono libri che non penseresti di leggere e che invece sembrano sceglierti. Tu pensi ad un segno del destino, ma forse anche i libri sono smossi dalla stessa curiosità che avvolge i tuoi occhi e che ti spinge ad aprirli, con religiosa reverenza. Forse, qualche volta, sono loro a voler leggere te. Se fosse così, posso ben dire di essere stata scelta da Storia di una ladra di libri. Un libro che non ho comprato, che non ho cercato, ma che mi sono ritrovata tra le mani e che mi sono portata a casa, le dita incollate alla copertina rigida, o forse era la copertina rigida ad essere saldamente determinata a non lasciarmi andare. 
La mia copia ha le pagine sottili come carta velina, leggermente ingiallite,  e sotto la sovracopertina di cartoncino lucido, riportante la locandina del film che gli ha dato la fama, si scopre una copertina di cartone su cui è crollata un'intera vita, con la superficie sbiadita decorata da macchie di muffa, concentrate soprattutto al bordo più esterno del volume, quello che si slancia a strapiombo sulle 562 pagine sottostanti. Un piccolo fiordo di carta, praticamente. Aprendolo, scopro che si tratta di un libro che, al pari della sua copertina, ha avuto una lunga storia punteggiata di tanti nomi. Fu prima "La bambina che salvava i libri" e poi "Storia di una ladra di libri", anche se il vero titolo, quello originale, è semplicemente "The Book Thief", la ladra di libri. Tra tutti i titoli, è quello che preferisco. Mi piacciono i titoli semplici, mi sembrano più autentici, non pretendono di dire più di quanto dicono. Lo dicono e basta, senza girarci troppo intorno. A me fanno venire in mente piume, foglie secche e conchiglie. Tremendamente poetiche, senza sapere di esserlo. Avrei voluto che l'autore abbracciasse questa filosofia, che trasformasse questa storia in una conchiglia in cui sentire il mare. Invece, purtroppo, ha voluto così tanto essere poetico che alla fine ha finito col passare dalla leggerezza delle piume alla vischiosità di una penna sintetica. Il suo stile è volutamente ricercato, a tratti forzatamente poetico. Ci sono interi momenti in cui si possono vedere le rotelle dell'autore girare alla ricerca della metafora più improbabile e d'effetto per descrivere una data scena, producendo così frasi all'odor di naftalina come "versò le sue parole nel lavandino", oppure "ciliegie di sangue filtravano attraverso le bende". Credo che l'autore l'abbia voluta troppo, questa poesia, ed è finito con il cercarla anche quando non voleva essere trovata e, forse, proprio quando non doveva essere trovata. Non è sempre così, ci sono momenti felici in cui la poesia è naturale, spontanea e dà al lettore quella soddisfazione della bella prosa da annotare in qualche angolo di mente e, magari da rileggere ad alta voce per rigirarsi le parole in bocca. Un peccato, questa forzatura nello stile, perché la storia è sicuramente interessante, ben studiata, con un punto di vista innovativo e delle belle trovate narrative, prima fra tutte la scelta del narratore esterno. Chi altro se non la Morte può raccontarci la storia di Liesel Meminger, che un giorno fu adottata dalla famiglia Hubermann un freddo inverno del 1939? 
In un periodo in cui la Morte era ovunque, mi è sembrata una scelta perfetta, di grande impatto per il lettore, un messaggio chiaro e diretto: non ti puoi dimenticare della morte in questo libro, perché la sua è un'onnipresenza che sconfina dalla storia e diventa voce narrante. E' la Morte quindi a raccontarci le giornate di una bambina nella Germania Nazista sull'orlo della guerra. Vedremo la vita di Liesel che si snocciola negli anni, toccheremo con mano la leggerezza di una vita ancora troppo piccola per capire davvero quale terribile storia le passi davanti a ritmo di marcia e assisteremo alla crescente consapevolezza che si scaverà nei suoi occhi, grazie agli incontri che la ragazzina farà nella piccola strada in cui vive. A volte la consapevolezza nascerà dolcemente, come una nota di violino che scorre lenta sull'archetto, altre volte sarà nascosta nelle pieghe dell'affetto in fondo ad una cantina, altre ancora sarà improvvisa, come un bagno nel freddo fiume Amper in un novembre qualsiasi. La scoperta della realtà sarà confinata interamente nella quotidianità della Himmelstrasse, fatta di Gioventù Hitleriana, di "Heil Hitler" all'ingresso del negozio della signora Dillon, di falò di libri proibiti nelle piazze, di strade delle stelle gialle desertificate dal fantasma della deportazione. E in mezzo a tutto, ci saranno loro, le parole. La grande metafora di questo libro. Sinceramente trovo questa metafora leggermente superflua, apparentemente molto voluta dall'autore e forse per questo, al pari della poesia nello stile, poco efficace. Le parole sono ovunque in questo libro, sono nella mente di Liesel che cerca di carpirne i segreti, sono nei libri che ruba, diventano addirittura oggetti fisici che piombano sui tavoli sotto gli occhi di tutti. Come dicevo, sono vere e proprie metafore, equiparate a semi che possono far sbocciare alberi o cadaveri. Se ne voleva sottolineare l'incredibile potenza, ma credo che il libro possa facilmente vivere e suggestionare anche senza questa metafora un po' troppo elaborata, che a me personalmente non è arrivata del tutto.  
In definitiva, è un libro che consiglio? Direi di sì, purché si accetti una certa macchinosità nello stile e non ci si aspettino grandi colpi di scena. E' un libro che propone una visione diversa del periodo nazista, a tratti troppo romanzato, ma comunque un interessante spaccato della vita di un bambino di quell'epoca, soprattutto dal punto di vista sociale. Non sarà un capolavoro, ma sicuramente è una dignitosissima lettura estiva.
Duille     


"Era lunedì, e camminavamo verso il sole su una corda tesa". (pagina 257)

2 commenti:

  1. Un libro che non ho mai letto e che non mi attira molto...però leggere il tuo post mi è piaciuto moltissimo (come sempre!).

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    1. Grazie cara! Sei davvero un tesoro! :D Il libro non attirava affatto neanche me, come dicevo mi è capitato tra le mani e io con i libri divento superstiziosa! Alla fine posso dire che si è rivelato meglio di quanto pensassi ma non il capolavoro che tutti acclamavano. Non credo che lo rileggerei.

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