sabato 30 luglio 2016

Amplificati

Qualche giorno fa mi sono ritrovata a guardare, per la milionesima volta, Ragazze Interrotte, un film del 1999 tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Susanna Kaysen. Non so perché mi piaccia tanto, ma spesso mi ritrovo a guardarlo. In effetti ci sono film che, senza un apparente motivo, ti si attaccano addosso come i piumini dei pioppi in primavera, inducendoti a cercarli in diversi momenti della vita. Bruno Bettelheim diceva, riferendosi alle fiabe, che ciò dipendeva dal fatto che queste sono portatrici di una verità, rispondono cioè a delle implicite domande di vitale importanza in quel dato momento. Quindi mi sono ritrovata a pensare che forse anche i film, come le serie tv o i romanzi, svolgano la stessa funzione negli adulti. Sussurrano cose, ci raccontano qualcosa di noi e le continuano a dire fino a quando siamo pronti ad udirle e lasciarle entrare. Io ho sentito qualcosa di nuovo riguardando ancora, per la milionesima volta appunto, questo film degli anni '90. E quello che mi ha detto è concentrato in un'unica, bellissima frase pronunciata dalla protagonista, Susanna, alla fine di questo viaggio di caduta negli inferi e di rinascita:

"Essere pazzi non vuol dire essere spezzati, o inghiottire un oscuro

segreto. Sono io, sei tu, amplificati."

Amplificati. La verità in una parola piccola come una noce, di sole cinque sillabe. Una parola che si irradia, che sconfina dalla curvatura delle sue lettere, che sembra proiettare fibre di luce, come dita lunghissime, verso luoghi sempre più lontani dal punto di partenza. Io mi sento amplificata in effetti, almeno quanto mi sento matta, soprattutto quando la paura mi paralizza senza motivo, di fronte ad un viso, ad una scelta o ad un'opportunità. 
E Susanna ha ragione, perché neanche io mi sento spezzata, difettosa, mancante o, peggio, rotta. Mi sento troppo. Mi sento amplificata. Una verità che, tra l'altro, avevo già sentito, anche se in un'altra veste. In psicologia statistica, infatti, la chiamano deviazione dalla norma, ovvero quando, su un bel grafico, la freccetta della nostra anima sfreccia verso l'alto o verso il basso, fuori dall'andamento standard. L'unico problema di questa verità scientifica è che ha sempre puzzato insopportabilmente di naftalina. E' asettica, fredda, sa di cloroformio. E' fin troppo pulita per parlare di qualcosa che dovrebbe essere terroso, sanguigno, pulsante. Mi sembra che ci riduca a quegli animali dentro i vasetti di alcool che si vedono nei musei di scienze naturali. Preferisco di gran lunga questa visione poetica della realtà, più sanguigna, ma anche aperta in più direzioni, come la parola da cui tutto ha avuto inizio. Siamo amplificati dunque. Sentiamo troppo e troppo di qualcosa soltanto. Troppa paura. Troppo dolore. Troppa rabbia. Troppo vuoto. Troppo nulla. Perché, anche quando si sente poco, in realtà si continua a sentire troppo, solo che si sente troppo niente. Se ci si pensa bene, siamo come dei supereroi al rovescio. La super forza di Jessica Jones, il super udito di Daredevil, la super velocità di Flash, la super elasticità di Mr. Fantastic, sono amplificazioni di abilità umane che già possediamo. Noi, invece, siamo amplificati in negativo, finendo con l'essere autodistruttivi, Meduse allo specchio, villain ed eroi di una storia drammaticamente tragicomica. Ma in fondo, in questa amplificazione non c'è anche qualcosa di maledettamente romantico? Questo nostro allungarci fino a sentire le note più acute sulle corde del violino, quelle che spaccano i vetri e che fanno abbaiare i cani, e le note più basse, che sembrano provenire dalle profondità della terra, questo sentire estremo non è in fondo dolorosamente struggente? Possiamo considerarlo solo un abbraccio mortale, un difetto, una deviazione dalla norma?
O dal fondo dell'abisso in cui ci troviamo possiamo imparare qualcosa? Imparare a sentire le gocce d'acqua sulla lingua quando piove, per esempio, ad ascoltare lo scricchiolio delle pietre intorno a noi o a godere della morbidezza della terra umida sotto le dita dei piedi. L'amplificazione si può addestrare come un drago, o un meta-lupo? Possiamo imparare ad amplificarci in ogni direzione, a toccare con la punta delle dita tutte le corde di quel violino? Possiamo espanderci come la parola, lanciando rami di luce oltre i confini della nostra pelle, diventando più di un corpo paralizzato? Riusciremmo ad imparare dal "troppo", trasformando il troppo dolore in troppa gioia, il troppo strazio in troppo amore e il troppo vuoto in troppa contemplazione? O ancora meglio, potremmo sostituire quel troppo con il tanto? Forse è questo il primo passo per scalare l'abisso: ascoltarlo, guardarlo in faccia e lasciarsi guardare da lui, come direbbe Nietzsche, lasciarsi osservare ma, per la prima volta, non distogliere lo sguardo e rubarne i segreti così come lui ci ruba il tempo e l'anima. Amplificarci, quindi, aprirci come stelle marine, come boccioli di margherite, per piangere fino ad arrossarci gli occhi e ridere fino alle lacrime, per sentire il cuore spezzettarsi come pane secco e cogliere la frizzantezza dei polpastrelli solleticati dal vento, fuori dal finestrino di una macchina in corsa. Se proprio dobbiamo essere amplificati, impariamo a sentire tutto, per essere finalmente pieni di molte cose, e non di una sola che non vorremmo. E allora, forse, non sarà più l'abisso ad inghiottirci, ma saremo noi a guardarlo, dall'orlo di una caduta che non ci spaventa più così tanto. Forse allora, ci accorgeremo di aver domato l'abisso e di essere ancora meravigliosamente amplificati.
Duille  


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