sabato 16 luglio 2016

Conigli e coccodrilli in tangenziale

Ci sono dettagli nell'essere ansiosa sociale che a volte mi fanno sentire un personaggio uscito da un libro di Lewis Carroll. Uno di questi dettagli è il mio rapporto con il tempo. Non posso garantire che questa sia una caratteristica comune a tutti gli ansiosi sociali perché, come si potrà facilmente intuire, non siamo esattamente persone dalla favella facile e ciò rende il confrontarsi arduo quanto scalare l'Everest con i lacci delle scarpe annodati insieme. Quello di cui vi parlerò, quindi, è il mio personalissimo rapporto con il tempo, un rapporto che definire complicato è riduttivo. Io e il tempo infatti ci siamo stati antipatici fin dall'inizio, forse c'era qualcosa a pelle che non funzionava, non saprei. Il fatto è che dal fatidico momento in cui ci siamo messi gli occhi addosso, è stato subito odio, e da allora ho passato la vita a correre dietro al tempo, ad arrivare in ritardo, a mancarlo sempre per un pelo, neanche fossi il bambino della pubblicità della cremeria che non trova mai Gigi a casa. 
In poco tempo sono diventata il Bianconiglio di Carroll che passa le giornate a correre dietro ad appuntamenti urlando "è tardi, è tardi assai, io son già in mezzo ai guai" e dopo tanti anni sono giunta alla conclusione che il problema, nel mio caso, sia di duplice natura: da un lato c'è la mia tendenza costitutiva alla lentezza, la mia pelosa anima da bradipo, il mio orologio biologico sempre impostato su slow-motion (non so se per un desiderio di epicità o se per perdita del telecomando). Dall'altro lato c'è l'ansia sociale, che mi paralizza grazie a corpose iniezioni di paura, facendomi diventare ancora più Bianconiglio di quanto non vorrei, ma di quelli  veri, che ti si piazzano davanti alla macchina in movimento, con l'occhio sbarrato dal terrore mentre tu li insulti in aramaico dicendo loro di muoversi, di scostarsi, stupida bestia, non vedi che ti sto lasciando passare? Dai, che ho dietro il camionista che mi sta già clacsonando! Spostati, santo Cielo, MUOVI QUELLE CHIAPPE PELOSE! E davanti, niente,  lo stesso occhio sbarrato e, suppongo, un principio d'infarto in atto. Ecco. Io sono quel genere di roditore. La bestia che sta per essere investita e che, nonostante questo, non riesce proprio a muoversi. Il risultato è la continua sensazione di muovermi nell'acqua, così lenta da produrre la promozione di compassionevoli campagne per la mia soppressione terapeutica, o di essere sempre in un fuso orario diverso rispetto agli altri. Ciò significa che mentre tutti pranzano io sto ancora facendo colazione, mentre gli altri partecipano a rave party vestiti di colori fluo che si illuminano alla luce UV, io sono ancora in pigiama a scegliere cosa indossare, e quando gli altri sono sposati e con figli, io sono appena arrivata alla festa. Non è solo una questione di tempi fisici, ma anche biologici. La paura di fare, di osare, di buttarmi nel flusso, mi rallenta al punto da farmi perdere un'intera era evolutiva, da sfasarmi tutte le tappe della crescita, per cui finisco con il sentirmi pronta a partecipare al ballo studentesco quando ormai la palestra è vuota, i coriandoli simulano la geografia planetaria sul pavimento e i palloncini interpretano per immagini ciò che probabilmente accadrà alla prossima rimpatriata scolastica. Il punto è che perdo tempo, o meglio, spreco tempo prezioso nel combattere con me stessa per muovere quelle dannate gambe paralizzate dal terrore, per poi ripetere tutto al passo successivo e a quello dopo ancora. Ai piedi l'ansia mi mette dei bei blocchi di cemento ed io non sono esattamente The Rock in quanto a forza e non sono Michael J. Fox in quanto a determinazione. Il mio riflettere, convincermi, litigare con me stessa, per poi rinunciare perché la stanchezza prende il sopravvento mi fa perdere occasioni che vorrei agguantare a mani tese. 
Il problema diventa sempre lo stesso: vorrei farlo, ma non ce la faccio. E mentre io non ce la faccio e mi fermo a pensare, a struggermi, a domandarmi, a sgridarmi, compiangermi, annegare in fazzoletti e pigiami di pile di due taglie più grandi (mbeh? Quando soffro, amo stare comoda), il tempo continua la sua corsa, sfuggendomi dalle mani come un mucchietto di sabbia raccolta sulla spiaggia. E la cosa peggiore è che il tempo va così veloce che ad un certo punto me lo ritrovo di nuovo alle spalle, dopo essere passato già due volte dal via che io ho appena lasciato, e mi incalza con un particolarissimo suono, spaventoso quanto il jingle che accompagna Jason o che annuncia la comparsata della tripla fila di denti dello Squalo: il ticchettio dell'orologio. E' in quel momento che scopro perché io e il tempo siamo costitutivamente in rotta. Lui è il coccodrillo di Peter Pan, quello che ha ingoiato orologio e mano di Capitan Uncino ed io, ricordo, sono ancora quel coniglio bianco nel mezzo della tangenziale con gli occhi sbarrati dal terrore. Siamo biologicamente incompatibili, cacciatore e preda che, come ci insegna Red e Toby, non potranno mai essere amici fino in fondo. Lui è destinato a mangiarmi ed io ad essere digerita nel suo stomaco giurassico. La mia reazione a quel ticchettio in effetti riflette questa consapevolezza biologica, avvicinandosi drammaticamente a quella di Capitan Uncino: baffi che si muovono a tempo di orologio, zompi dal letto nel cuore della notte indossando imbarazzanti camicie di flanella, pupilla dilatata che interpreta gli effetti dell'LSD e la consapevolezza che la fine è vicina, che l'inverno sta arrivando, che siamo alla frutta, che è arrivato il momento di fare testamento, insomma. E se Capitan Uncino sentiva l'acquolina del coccodrillo colargli lungo la schiena, io sento avvicinarsi i titoli di coda del mio film personale senza che abbia neanche avuto il tempo di leggere la prima battuta della sceneggiatura. Il che produce un incremento dell'effetto tangenziale. Solo, con più tachicardia. 
Alla fine quindi il mio rapporto con il tempo si riduce a questo: un coccodrillo e un coniglio che corrono una maratona ferma in tangenziale davanti ad una macchina con i fari accesi. Praticamente l'inizio di una barzelletta! 

Duille


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