domenica 10 luglio 2016

Telefilm addicted #10 - Orange is The New Black: il mondo in una stanza

Le serie tv sono come dei lunghi libri visivi che invece di svilupparsi in kilometri di pagine, si dischiudono lungo il tempo, avvolgendosi in mantelli di minuti. E come i libri, le serie tv, figlie di un Dio cinematografico minore, sono creature che si prendono il tempo di raccontare una storia in tutte le sue parti, senza correre, perché loro non hanno una vita di 120 minuti, ma di 10, 12 ore. Più che farfalle, sono gatti selvatici. E' forse per questo che le amo così tanto. E come i libri, le serie tv hanno un grande potere, quello di dire Qualcosa, e sì, qualcosa con la lettera maiuscola, che fuor di simbolo significa mandare un messaggio che non passi troppo per il cervello ma arrivi dritto allo stomaco, come una freccia scagliata direttamente nella cornea.
Un esempio mirabile è Orange is the New Black, una serie che ha fatto scalpore per essere un pout-pourrì di questioni sociali, politiche ed esistenziali da far girare la testa. Tratto dall'omonimo (e molto più insipido) libro di Piper Kerman, Orange is The New Black è quella che viene definita una serie corale, ovvero una serie a più voci, in cui non c'è un vero protagonista che traina la storia, ma piuttosto un personaggio/chaperon che ci introduce nella vicenda, diventandone poi parte integrante. E in Orange is The New Black di personaggi ce ne sono tanti, tanti quanti sono le etnie rinchiuse all'interno della prigione femminile di Litchfield, sezione di Minima Sicurezza. Una serie corale, quindi, e quasi interamente al femminile, in cui le donne vengono rappresentate nella loro interezza e complessità. Non c'è nessun appiattimento dei personaggi in facili stereotipi di genere, ma un attento studio del background culturale, etnico e individuale di ogni detenuta, che emerge prepotentemente nella sua psicologia e ne giustifica le azioni. Ne emerge quindi un'esaltazione del femminile in cui non trova spazio il modello iperfemminista moderno, ma che punta a dipingere un'immagine vera e differenziata della donna, che tenga conto delle radici individuali di ogni personaggio. Questo è un elemento che amplifica il divario tra la prigione e le sue detenute.
Laddove infatti la prigione tende a differenziare in modo grossolano le sue "ospiti", accalcandole per etnia, la serie mostra una realtà ben diversa, fatta di storie, di personalità definite e sensibilità uniche. Così ad esempio nel ghetto, sede delle detenute di colore, troviamo Poussey, che parla tre lingue ed è figlia di un rigido soldato americano, mentre nella sezione delle caucasiche convivono americane, russe, hawaiane e cinesi provenienti dalle più diverse estrazioni socio-economiche, comprese famiglie altolocate come quella di Piper. Come dire, l'abito non fa il monaco. Un altro elemento fortemente presente nella serie, e che all'epoca dell'uscita suscitò grande scalpore, è la presenza di temi legati al mondo LGBT, anche in questo caso mai polarizzato verso estremismi irrealistici. L'amore lesbico è descritto con grande onestà e sensibilità, considerandone i diversi aspetti e le sue più variegate sfumature: l'amore tra donne esplode per un bisogno di calore umano, per combattere la solitudine, per svago, ma anche per scelta, per affinità, per amore insomma. E come il rapporto tra donne è affrontato seriamente, allo stesso modo vengono descritte le donne lesbiche: mi ha particolarmente colpita la cura con cui hanno descritto le lesbiche più mascoline, che non sono ridotte a macchiette di uomini pettoruti e non ricalcano i modelli maschili, come troppo spesso siamo stati abituati a vedere, ma che piuttosto esprimono la libertà di essere loro stesse in quanto donne.
E' un po' questa la chiave di lettura con cui Orange is The New Black analizza la dimensione femminile, ovvero quella di considerare il femminile come una questione mentale più che fisica, rendendo in questo modo ovvio tanto il delicato e frivolo temperamento di Lorna, come la grezza femminilità di Boo o l'incredibile eleganza di Sophia, transgender in continua lotta per il riconoscimento della sua identità. Orange is The New Black si rivela quindi un vero manifesto del mondo femminile, che non si lascia ammaliare da facili rappresentazioni della donna e che invece ne sottolinea ogni piega, compreso lo straordinario potere dell'amicizia e della solidarietà, capace di superare ogni differenza ideologica. Accanto a questo tema, se ne sviluppa uno parallelo, che trova massima espressione soprattutto durante la quarta stagione, ovvero quello del carcere e del potere nel carcere. Come ci insegna il celebre esperimento di Zimbardo (vedi qui), l'estremizzazione dei poteri, senza alcun controllo, porta inevitabilmente ad una deumanizzazione collettiva, in cui le guardie diventano sadici dei a cui tutto è concesso e le detenute schiave costrette a sottostare in silenzio ad ogni forma di vessazione, consapevoli dell'assenza di ogni loro libertà umana. Se nelle prime due stagione questa deumanizzazione si esprimeva soprattutto nell'annullamento delle libertà personali e della privacy, con perquisizioni corporali costanti, spesso ad opera di uomini, molestie verbali, sfruttamento lavorativo delle detenute e insopportabili giorni in cella di isolamento, nella quarta stagione la situazione precipita in modo vistoso, complice anche l'acquisizione del carcere da parte di una compagnia privata che considera la struttura come un qualsiasi altro investimento di cui massimizzare i benefici. Questo produce scelte superficiali che non considerano gli interessi delle detenute e che rende la prigione solo un luogo in cui sopravvivere, annullandone quindi lo scopo rieducativo e rendendone tutti i frequentatori meno di animali. Quello a cui assistiamo è la caduta di ogni valore positivo della detenzione, l'evaporazione delle regole civili e della sensibilità così tanto acclamatamente attribuita all'essere umano.
Le guardie si rivelano aguzzini senza cuore, che torturano in vari modi le carcerate, e spesso si sentirà la parola Guantanamo, come a sottolineare con più enfasi la direzione della denuncia verso cui la serie protende. Tutto ciò pone lo spettatore di fronte alla domanda delle domande: qual'è lo scopo del carcere? E' solo una scatola in cui chiudere persone che hanno commesso un delitto oppure è un'opportunità per creare, in un ambiente protetto, un cittadino migliore laddove la società non è stata in grado di farlo? E chi è il buono in questa storia di continui ribaltamenti, in cui chi dovrebbe rappresentare la legge finisce coll'abusare così selvaggiamente del suo potere dimenticando le stesse regole di cui dovrebbe farsi propulsore? E se ancora non bastasse, qual'è il ruolo dell'istituzione di fronte al disagio psichico? E' quello di abbandonare a se stesso il detenuto disturbato, nella speranza di trovare qualcuno, come nel caso di Suzanne, che lo accolga e lo protegga da sè, dagli altri e dall'istituzione stessa, per poi chiuderlo nella sezione psichiatrica, fantasma dal sapore di incubo, quando la situazione sfugge al controllo? Guardando la storia dall'interno, dal punto di vista delle carcerate, Orange is The New Black annulla la distanza tra lo spettatore e il carcerato, costringe ad entrare in contatto emotivo con loro ponendolo di fronte ad un vero dilemma morale, che poco ha da spartire con quei giudizi morali dati dalle persone comuni nei bar, lontani dalla trincea, o sedute nelle poltrone della MCC, la ditta acquisitrice del carcere. La serie non si risparmia quindi, proponendo tanti temi di grande spessore e mettendo le mani in pasta con consapevolezza e cura, al fine di smuovere le coscienze e fare ciò che una serie dovrebbe far fare: riflettere.
Duille

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