sabato 10 settembre 2016

Capitolo XV: Un giorno questo dolore ti sarà utile

A leggere questo libro eravamo in due: io (ovviamente) e un'orma di memoria di un precedente lettore che ha deciso di sottolineare le frasi a lui più care. Ciò ha reso molto più interessante l'approccio a questo volumetto che ha tagliato per un pelo il traguardo delle duecento pagine, portando a tre i partecipanti di questo discorso virtuale. Da un lato infatti c'eravamo io e il mio lettore fantasma, dall'altro c'era James, il protagonista indiscusso di questo romanzo.
Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron,  infatti è un libro concentrato: l'attenzione è focalizzata su un solo personaggio, il punto di vista è estremamente ristretto, la narrazione è totalmente in prima persona, il tempo è strizzato nel lasso di pochi mesi, iniziando dall'estate precedente la partenza del ragazzo per la grande avventura universitaria, un'avventura di cui James è decisamente poco entusiasta. James è infatti un personaggio atipico, con una filosofia di vita che rasenta l'insopportabile e che distorce tutto ciò che vediamo in quanto lettori. Come dicevo infatti James è il protagonista assoluto dell'intera narrazione, di cui seguiremo ogni passo, ogni pensiero, ogni giudizio, comprese le descrizioni dei personaggi secondari che ruotano intorno a lui, talvolta distorti dalla sua cinica visione e comunque mai abbastanza sotto i riflettori da poter essere messi a fuoco. Ma d'altronde questo è un libro che sembra voler dimostrare che l'abito non fa il monaco e che l'apparenza molte volte è solo una patina illusoria, come la crema gommosa che copre la superficie del latte caldo. James è proprio questo: una crema fatta di cinismo, saccenza, intellettuale superiorità e una fastidiosa tendenza alla risposta pronta che impregna ogni singola sillaba del suo pensiero e che trova suoi massimi esempi nel rifiuto dell'inutile università, nell'evitamento degli stupidi e vuoti coetanei che parlano senza avere niente di profondo da dire e nell'uso maniacale della corretta forma linguistica. Egocentrato come solo un adolescente può essere, James si sente incompreso, inadatto a quel mondo vuoto fatto di interventi estetici mirati e di pigiama palazzo, e sogna la solitudine di una casa in cui leggere Trollope ed intagliare il legno. Ma, come dicevo, l'apparenza inganna ed il libro ci fa presto capire che questa torre d'avorio da cui James osserva tutti è in realtà l'unica arma di difesa che lo protegge dal contatto con gli altri, rivelatore massimo della sua lampante fragilità. Infatti James, dietro quell'atteggiamento superiore e cinico cela una profonda sensibilità che lo taglia continuamente, rendendolo delicato come lo scheletro di una foglia e straziantemente ripiegato nel suo dolore. Usa quindi il suo sarcasmo e la sua altezzosità da poeta maledetto per mettere distanza dalle persone, dalle sue responsabilità, dalle verità che gli punzecchiano la nuca. 
Controlla tutto, il suo linguaggio, i suoi interessi, la sua personalità, per non creare una crepa nel muro delle sue difese, per non farsi scavare dalla sua sensibilità che lo porta a turbarsi profondamente alla vista di un orsacchiotto abbandonato sul ciglio di una strada o davanti all'alienazione di una casalinga in visita nella Grande Mela per lo shopping. James però rifiuta di guardarsi dentro e scappa da se stesso, finendo con lo scegliere quella stessa solitudine che lo divora, rendendosi incapace di qualsiasi apertura emotiva e costringendosi ad ergere sempre nuovi strati di supponenza per mettere distanza tra sé e gli altri in quanto rappresentanti della sua fragilità. James, insomma, vaga nel mondo in cerca della risposta ad una domanda che non riesce a porsi. Lo stile del racconto riflette questo vuoto denso intorno a cui ruota James, lanciandosi in discorsi di rabbiosa ironia alternati a momenti di profondo dolore, saltando tra il passato e il presente, ripercorrendo i momenti in cui tutto ha iniziato a crollare davvero. Alla fine della lettura resta però l'incognita, l'irrisolta domanda di una vicenda psichica appena sfiorata: un giorno questo dolore gli sarà utile? Temo sia proprio questo il punto debole della narrazione: una certa leggerezza nella gestione delle tematiche, appena avvicinate e poi abbandonate senza addentrarcisi sufficientemente, lasciando il lettore pieno di dubbi sulla natura delle sofferenze di James e sul suo futuro, al punto da chiederci se in effetti riuscirà a stare bene, a rendere il dolore attuale fonte di crescita personale. Il romanzo secondo me fallisce proprio a causa del suo titolo, dato che di fatto ci mostra l'inizio di un percorso incerto e tutt'altro che scontato, piuttosto che un momento di crescita e di risoluzione positiva del dramma. Alla fine quindi questo è un romanzo che consiglio di leggere ignorando il suo affascinante quanto, ahimè, fuorviante titolo, poiché non assisteremo ad alcuna maturazione, quanto ad una discesa nel dolore del protagonista e nel potenziale di una crescita che, se avverrà, si svilupperà oltre quella pagina 206 che conclude il romanzo.  

Duille
"Al nostro tavolo c'è posto. Vuoi venire da noi?
Allora ho capito che la sua era davvero gentilezza sincera, anche se non sapeva quello che diceva, diceva vieni a sederti al nostro tavolo come sio potessi farlo, come se potessi alzarmi e divatere una persona seduta insieme a lei. Così, semplicemente, spostandomi da un tavolo all'altro". (P.109)


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