domenica 26 febbraio 2017

L'imperfezione della perfezione (e viceversa)

Abbiamo già appurato che La La Land è un capolavoro. Lo abbiamo appurato dalla cascata di nomination ottenute ad ogni concorso esistente sulla faccia della Terra, sul fondale dei mari e sui diari segreti di ogni ragazzina e cinefilo. Lo abbiamo capito dall'ondata di recensioni, covers, pareri, foto, commenti e segnali di fumo che hanno invaso il web, i social, le linee telefoniche e i telegrafi.
Lo abbiamo capito dalla mastodontica mole di fazzoletti giustamente sacrificati per il decoro umano e per un finale che ha messo d'accordo 5 miliardi di esseri umani accomunati solo da un costitutivo gusto per il disaccordo. L'ho capito anche io che, martedì scorso, ne elogiavo la magnificenza sdraiata sul lettino della mia psicoterapeuta (sì, signori, Woody Allen mi fa un baffo). Alla fine della mia ovazione, la dottoressa mi ha fatto notare quello che potrebbe essere l'ovvio, ma che per un ansioso sociale tanto ovvio non è. La La Land, oltre che un'allegoria dell'amore, è anche l'elogio dell'imperfezione umana. Noi ansiosi questa verità l'abbiamo sentita molte volte ma non ci abbiamo mai creduto fino in fondo, un po' come non abbiamo mai creduto a Bigfoot, il mostro di Lochness o la gentilezza di Sgarbi. Eppure La La Land si prende la briga di dircelo di nuovo e con tanto di Power Point in sovraimpressione a motivare la sua affermazione. Non so voi, ma io, seduta in quella fin troppo minuscola poltroncina buia, ho visto un dito uscire dallo schermo e puntare al mio cuoricino da piccione cocciutamente prigioniero del mantra dell'Ideale. Perché l'ansioso sociale ha un grosso difetto, tra i tanti: ha preso troppo alla lettera la frase di Che Guevara che la Nike ripropone noiosamente ad ogni nuovo modello di scarpa: "Siate realisti, esigete l'impossibile". E questo noi richiediamo a noi stessi (e badate bene, solo a noi): la totale perfezione, l'asetticità dall'errore, la depurazione dallo sbaglio. Noi dobbiamo essere l'anello mancante tra l'uomo e il robot, ci imponiamo di diventare androidi organici che non sbagliano un colpo, che dicono sempre la cosa giusta al momento giusto, che sanno prevedere il discorso dell'altro e trovare la parola perfetta, detta con l'intonazione perfetta e accompagnata dall'espressione perfetta.
Da noi pretendiamo l'ineccepibilità di un baronetto inglese, la compassione di una santa, la sensibilità di Freud, la forza del leader rivoluzionario e la dolcezza di una succosa pesca matura. Nessuna sbavatura per noi, che sia quella del rossetto o di un'opinione mal calibrata, altrimenti ci aspetta la pubblica gogna, con ginocchia sui ceci, cappello d'asino e lettera scarlatta marcata a fuoco sulla fronte dal nostro peggior nemico (noi stessi). Questo perfezionismo ad ogni costo, neanche a dirlo, sfocia in una cautela da Kuzco nel covo delle pantere, nella trasformazione dei neuroni cerebrali in rotelle che si corrodono scricchiolanti a furia dell'uso e nella convocazione costante del gabinetto di governo ad ogni domanda a noi rivoltaci, che sia un "come stai" o una nostra opinione sul senso della vita. Per questo La La Land è così terapeutico: ci mostra, dati alla mano, cosa significhi essere spontanei e le conseguenze di questa spontaneità che, stranamente, non esita nella morte per annegamento. Sebastian è ruvido come un rotolone Regina fatto di carta vetrata, Mia è una che si vendica alla prima occasione, invece di chiudersi in un evitamento astioso e mortificato (che a noi, invece, piace tanto). Risultato: sono diventati una delle coppie più belle che si siano mai viste sullo schermo. Quindi dalla spontaneità e dall'errore è nato qualcosa di nuovo, proprio come dal letame nascono i fiori, per parafrasare De Andrè (o qualsiasi giardiniere). Eccola qui, la semplice verità di La La Land: la realtà supera sempre l'ideale e nessuna zuccherosa e perfetta storia romantica da film potrà mai battere la musica dell'imprevedibile effetto di un gesto autentico, anche se sbavato, macchiato e con pezzetti di origano tra i denti. La realtà può diventare un musical senza perdere un grammo di autenticità e sogno e realtà possono coincidere, a patto di lasciare la perfezione plasticosa dei romanzi rosa fuori dall'equazione. La perfezione ci rende imperfetti e relega nell'immobilismo del sogno, nella staticità della poltroncina di un cinema, al buio, da soli, a guardare come sempre le vite degli altri e ad impersonare uno dei meme più brutti della storia. Per essere perfetti basta solo (si fa per dire) essere autentici. E a quel punto forse non saremo perfetti per tutti, ma lo saremo per le uniche persone che contano davvero, quelle che amiamo. Di certo quindi La La Land non ha risolto i miei problemi di ansia sociale ma mi ha dato un briciolo di coraggio in più per credere che, forse, il resto del mondo ha ragione nel dire che ogni scarrafone è bello a mamma sua e che, forse, potrei accettare di essere lo scarrafone di qualcuno, invece dell'unicorno di pietra di troppi. Ecco, magari non subito, ma con calma la potrei anche tentare, questa trasformazione in coleottero. Purché non sia una cimice, va bene tutto.
Duille


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