domenica 12 marzo 2017

Capitolo 18: Il Grande Gatsby

Per avvicinarsi ad un classico si deve essere pronti per farlo, ho sempre pensato. E per prendere in mano la mia vecchissima e orrida copia del Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald, ci ho messo anni: anni di preparazione, di buoni propositi, di timidi avvicinamenti mai concretizzatisi e in faticosi evitamenti di tutte le trasposizioni cinematografiche di quello che è considerato uno dei capolavori della letteratura americana del primo Novecento. Alla fine è stata, come sempre, una serie tv a darmi il coraggio. Ed insieme a Z:the beginning of everything, che racconta la vita di Zelda Fitzgerald e del suo famoso marito, è arrivata anche la tanto attesa acquolina mentale da lettrice golosa.
Il Grande Gatsby
Devo ammettere di essere rimasta perplessa davanti alla modestia volumetrica del romanzo, che conterà sì e no un centinaio di pagine, 136 nella mia edizione molto tascabile (ho fatto le prove con le mie, di tasche) e troppo camuffata da Harmony da mercatino dell'usato (vedere per credere). Ma non fatevi ingannare dalla magrezza prepuberale del libro, perché al suo interno tutto è denso come uno di quei concentrati di pomodoro che ti vendono nei tubetti di dentifrici. Fitzgerald ha strizzato in 136 pagine tutta la sua inventiva, lanciandosi in frasi sottili come spilli ma con livelli alcolici da capogiro! L'autore sceglie con cura ogni parola, ogni immagine, ogni congiunzione, affinché sia il più evocativa ed originale possibile, al punto da distrarre spesso il lettore (ovvero la sottoscritta) dalla trama. Si tratta quindi di un libro impegnativo dal punto di vista stilistico, estremamente ricercato che però non perde il tratto distintivo della letteratura americana, ovvero l'essenzialità. Fitzgerald s'ingegna quindi per trovare idee originali, sfruttando le sinestesie, trasformando donne in orchidee e belle risate in monete sonanti, e tutto con lo scopo di trasmettere l'affettata pomposità dei ruggenti anni '20. Una scrittura che spumeggia come lo champagne che i personaggi, anch'essi istericamente spumeggianti, bevono in continuazione, incuranti della raffinatezza, del costume e, soprattutto, del loro fegato. Eppure l'autore non sembra ammirato da questo mondo, poiché affida la parola e la testimonianza della storia ad un outsider, Nick Carraway, che tenta, senza troppa convinzione, di integrarsi. Il quadro che ne emerge è quello di un mondo decadente e fittizio, fatto di festini pieni di gente che si parla senza ascoltarsi e di amicizie con persone di cui non si ricorda neppure il nome, in cui l'alcool è l'unico modo per divertirsi ed in cui la raffinatezza tanto ostentata dagli abiti, dai menti sollevati, dagli sguardi seducenti e dai "vecchio mio", è sostituita dalla perdita di inibizione, dall'ubriacatura selvaggia e ricercata, che causa cadute in piscina e abbandoni scomposti su spalle sconosciute per riprendersi dalla sbornia. Tutto è ostentazione, tanto la gioia quanto il dolore, tanto il focolare domestico come il tradimento, a cui ci si approccia con la superficialità di un presente che non considera il futuro.
Questo è il mondo descritto da Fitzgerald: bello e terribile, triste e plastificato nei suoi lustrini e nelle sue ciprie bianche, luccicante e vuoto come uno specchio per allodole, egocentrico e superficiale, in cui l'apparenza e l'immagine contano più della verità. Nelle sue descrizioni ricercate, elaborate, ostentante, sembra palesarsi un sottinteso scetticismo verso questo mondo effimero e artificiale, la critica ad una società che sembra aver dimenticato il suo scopo e che si è persa in un divertimento forzato e mortifero, forse per combattere la noia di una vita che stenta a trovare un senso. E la ricerca di senso è, a mio parere, l'elemento centrale della trama, semplicissima, del romanzo e che s'incarna nella figura di Gatsby, un uomo annegato nel suo castello di bugie e mezze verità, costruite al solo scopo di rendersi affascinante, un uomo che cerca in un amore passato il punto d'inizio di quella matassa che è diventato. Gatsby, svegliato dall'ipnosi alcolica del suo tempo, sembra cercare disperatamente un senso di ordine, un'identità, uno spessore che gli ridia fisicità e lo sottragga alla mitologia di pettegolezzi che è diventato e individuando la salvezza nell'unica persona che l'abbia fatto sentire vivo. Così, in questo bagno di parole che colano sugli occhi come catrame, scopriamo il dramma di un'esistenza evaporata che tenta di ritrovarsi in mezzo ad un carnevale di fuochi fatui. Alla fine, quindi, il Grande Gatsby si rivela un romanzo semplice nella trama ma di un'attualità spaventosa, che rispecchia il vuoto di senso dei nostri giorni, la perdita di obiettivi personali e sociali, la sordità davanti all'esigenza di un ascolto intimo di se stessi, l'egocentrismo radicale, la solitudine tra la gente. Oggi e allora, vediamo l'omologazione per forza, il culto dell'immagine e della personalità per nascondere l'assenza di ideali e la caduta delle sfumature nel trambusto della spumeggiante caoticità di un mondo che gira a vuoto, senza più musica. Fitzgerald ci rivela che siamo di nuovo, nei ruggenti anni '20. Resta da chiedersi quanto siamo vicini a diventare Gastby noi stessi.

Duille

" - Forse conoscete quella signora - disse Gatsby indicando una sgargiante orchidea di donna a malapena umana che sedeva in gran pompa sotto un susino bianco" (pag. 124).


2 commenti:

  1. Uno dei romanzi più famosi che io non ho amato particolarmente...non ne serbo un gran ricordo...
    Ho preferito di gran lunga "Gorskij", un po' parodia un po' russian-style :D

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    Risposte
    1. Devo dire che anche io non sono rimasta particolarmente folgorata dal romanzo. I temi sono davvero interessanti, ma la ricercatezza stilistica dell'autore mi ha distratta parecchio dalla trama e ha reso difficile immedesimarmi nei personaggi. Temo che, per quanto sappia scrivere davvero bene, non sia l'autore che fa per me. Magari provo a leggere il romanzo che hai citato tu, chissà che non cambi idea! ;)

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