domenica 19 marzo 2017

Non aprite quella porta ovvero l'ansia del parrucchiere

Esistono diversi modi di vedere le cose, questo è indubbio: punti di vista, impressioni, storia personale e daltonismo possono filtrare la realtà dando colorazioni ed interpretazioni uniche, al punto da rendere assolutamente necessario il detto "il mondo è bello perché vario". Il problema umano è che, in mezzo a tutto questo bouquet di filtri alla Instagram, è difficile immaginare il punto di vista di un'altra persona, soprattutto se questa usa i filtri di un'applicazione diversa, ad esempio quelli dell'ansia sociale. E' in questo modo che ciò che è universalmente riconosciuto come soffocante potrebbe diventare per noi rassicurante e ciò che dovrebbe produrre entusiasmo potrebbe causare in noi il terrore infantile di una siringa. Niente è come è, perché tutto è come non è, e viceversa. Ciò che è non è, e ciò che non è, è, per parafrasare Alice. 
Un esempio pescato non troppo a caso è quello del parrucchiere, professionista generalmente associato a nuovi inizi, a cambi di look e coccole personali che per noi ansiosi assume i tratti di una creatura mitologica dalle mani da arpia, è il vaso di Pandora aperto, il male assoluto, la convergenza cosmica di quanto di più spaventoso ci sia in circolazione, l'allineamento dei pianeti che avrebbe liberato i Titani e permesso ad Ade di governare il mondo. Nessuna Samara che esca grondante da un televisore potrebbe competere con un tale livello di angoscia. Il motivo per cui il parrucchiere assume ai nostri occhi le fattezze dell'Anticristo è semplice (per noi) quanto non intuibile (per voi) e assurdo (per entrambi): il parrucchiere infatti implica l'incrocio tra alcune delle nostre più ancestrali paure, ovvero quello della socializzazione forzata, dell'invasione dello spazio personale e del cambiamento, che assume anche il tratto jolly di essere un cambiamento che interviene sulla nostra sottostimata estetica. Giusto per non farci mancare niente. Ma lasciate che mi spieghi meglio. Andare dal parrucchiere significa innanzitutto dover intrattenere una conversazione con un perfetto estraneo senza alcuna possibilità di fuga né aiuto dal pubblico. Agguantati per i capelli come fossero un guinzaglio, saremo costretti ad un tête-à-tête fatto di chiacchiere faticosissime, sorrisi forzati e disinvolture autentiche quanto l'oro delle monete di cioccolato. Se a questo aggiungiamo una innata incapacità per le chiacchiere da salotto, la tortura è completa. Cosa dire ad una perfetta sconosciuta, quando qualsiasi cosa esca dalla propria bocca suona come il raglio di un asino? Quanto parlare per non smascherare l'evidenza di essere sull'orlo della crisi di nervi? Quali argomenti affrontare quando manca completamente il repertorio di chiacchiericcio leggero ma non banale? Come sembrare brillante senza entrare in discussioni sui massimi sistemi, risultando perciò saccente? Esiste un bignami in merito alla questione? E soprattutto, solo io me ne faccio una questione da sudori freddi davanti alla porta del negozio? Domande insolubili come una goccia d'olio nell'acqua, che alla fine ci riducono all'unica soluzione possibile, a quel silenzio panico che viene tradotto in granitica introversione, in statuaria meditazione, a volte addirittura in snobismo da quattro soldi. 
Secondariamente, mentre stiamo sedute su quelle poltroncine come piccoli bonzi, dobbiamo affrontare la necessità di veder invadere il nostro spazio personale, quello spazio psicologico inviolabile da eremita che nel nostro caso si aggira intorno al kilometro quadrato. In queste situazioni un estraneo si trova ad un centimetro dal nostro naso, ad una spanna dal nostro occhio e ad un tiro di schioppo dalla nostra calotta cranica, ignorando imperdonabilmente il nostro spazio vitale e facendoci riscoprire gelosissimi dell'aria che circonda il nostro corpo (aria nostra, solo nostra, non contaminabile!) e desiderosi di mettere più distanza possibile (preferibilmente un oceano e svariati continenti) tra noi e quella Edward mani di forbici, magari optando per un'uscita di scena alla Bip Bip, con tanto di nuvoletta di fumo. Dato che in questo caso volere non è potere, optiamo per un irrigidimento completo da spasmo muscolare e la metamorfosi in ciocco di legno pronto per il camino. Credo che questa sia la nostra versione del fingersi morto utilizzato dagli animali per non farsi divorare dal predatore. Alla fine comunque il parrucchiere si ritroverà a tagliare i capelli ad un Pinocchio pre-comparsa della Fata Turchina, con buona pace dei nostri tentativi di essere "social". Terzo problema da non sottovalutare è poi la nostra patologica avversione per il cambiamento, che qui si palesa in tutta la sua zarina magnificenza. Dover cambiare il taglio di capelli significa modificare radicalmente la nostra immagine, il che comporterà domande, complimenti imbarazzanti, occhiate indesiderate oppure, peggio, silenzi inquietanti che interpreteremo sempre come la condanna per l'errore irreparabile (il taglio di capelli) che solo il tatto vieta di palesare. Non importa se ci saremo solo fatte dare una spuntatina alle doppie punte o se ci saremo lanciate in un taglio alla ultimo dei Mohicani, il risultato sarà lo stesso: la successiva messa alla prova sociale, che uscirà inevitabilmente perdente dalla nostra costitutiva ambivalenza. Perché se da un lato desideriamo passare inosservate, dall'altro non accetteremo con disinvoltura di essere ignorate, non dopo tanta fatica e di certo non dopo aver affrontato la nostra insicurezza da scorfano. 
Quei complimenti ci servono come l'ossigeno, santo cielo, se non per alimentare il nostro fragile ego, almeno per contrastare la convinzione di essere riuscite nell'impossibile impresa di renderci ancora più brutte di quanto già non fossimo. Infatti l'ultimo tassello di questo mosaico di traumi causati dal parrucchiere è quello di fare i conti con il cambiamento della nostra immagine. Si deve tenere conto infatti che la nostra autostima, in quanto ad aspetto fisico, di solito si aggira sulla parte negativa della linea numerica, collocandoci tra la mandragola di Harry Potter e il blobfish e facendo schizzare automaticamente il Gobbo di Notre Dome nella top 3 dei nostri film Disney preferiti solo per il fatto di sospettare una parentela con il povero Quasimodo. Date queste premesse, è raro che un cambiamento al nostro aspetto fisico possa avere effetti benefici sulla nostra tuberosa bellezza. Parlando in prima persona, è mia prassi passare le successive due settimane al taglio dei capelli attraversando tutte le fasi del lutto: rifiuto (per il taglio che non mi sta bene), rabbia (per non trovare un parrucchiere che sappia fare il suo lavoro decentemente), negoziazione (in cui cerco -invano- di trovarmi carina con il casco di banane che mi ritrovo), depressione (in cui valuto la possibilità di utilizzare il classico sacchetto di carta per nascondere le mie vergogne) e accettazione (anche detta rassegnazione all'evidenza). A questa si deve aggiungere la pervasiva "imbarazzo" che mi porta solitamente a sfrantumare l'esistenza di tutte le persone che mi stanno vicino con domande a raffica del tipo "ma ti sembra che mi stia bene questo taglio?", "quanto è grave la situazione?", e con lamentele da gatto con il mal d'auto che fanno spesso aprire petizioni a favore di un mio abbattimento terapeutico. Alla fine quindi, lungi dall'essere un'esperienza estatica e rilassante, la gita dal parrucchiere diventa per noi una battaglia epica che lascia settimanali postumi fatti di insicurezza, di specchi consumati, di morti mancate per mano delle persone a noi care e di stanca felicità per il fatto che sia tutto finito. Almeno per il momento. Perché come in tutti i film horror, il finale è sempre aperto.
Duille 


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