domenica 2 aprile 2017

Personali epifanie sull'ansia sociale

Finora, quando pensavo all'ansia sociale, la prima parola che mi veniva in mente era guerra: non una guerra qualsiasi però, non il conflitto di Waterloo, non una battaglia di cuscini, una singolar tenzone in difesa dell'onore, una lotta a pesci in faccia o una battaglia di insulti alla Monkey Island. Quello a cui pensavo era più una guerra d'invasione, in stile Vietcong VS Nordamericani, Resistenza VS fascismo, Compagnia dell'anello VS Sauron, procione che tenta di entrare in casa VS umano con il fucile a piombini di gomma.
Una guerra strisciante quindi, fatta di assalti lampo e sguardi truci, in cui partivo svantaggiata sotto ogni fronte (tecnologie d'avanguardia contro zappe, lauree in strategie militari contro diplomi all'accademia del Risiko, la certezza del bullo contro l'insicurezza del nerd con gli occhiali scocciati). Col tempo però, e con tanta terapia, ho imparato che, più che una guerra in stile moschetto e tuta mimetica, la mia era una situazione da crisi coniugale decennale, di quelle in cui ci si prende a parole rinfacciandosi anche il cartone del latte non comprato nel 2001, in cui si lanciano piatti e si rischia l'esplosione della vena giugulare in uno zampillio da fontana ad agosto. Questa consapevolezza, ovviamente, cambiava tutte le carte in tavola: non si parlava più dell'invasione esterna di un estraneo indesiderato, simile alla gravidanza di un Alien, ma di una parte di me che non potevo semplicemente accoppare con la padella di ferro battuto ereditata dalla zia Cesira, ma che dovevo prima di tutto ascoltare e comprendere, per poi poterla lasciare andare come Edward Bloom nella sequenza finale di Big Fish. La mia idea, forse un po' ingenua, era che, comprendendo la mia controparte agitata, avrei capito anche me stessa, facilitando il processo di evaporazione dell'ansia come accade alla medusa sul bagnasciuga descritta da Thomas Mann in Tonio Kroger. Magari non sarebbe scomparsa del tutto, ma contavo su un rapporto di cordiale amicizia, forse anche su due risate davanti ad un caffè. Non avevo considerato però che, come nelle migliori crisi coniugali da romanzo, la suddetta controparte avrebbe fatto di tutto per ostacolare le pratiche del divorzio e si sarebbe impegnata al massimo per non scoprire le sue carte. Vedete, sono recentemente giunta alla conclusione che l'ansia sociale sia in realtà una giocatrice di poker maledettamente brava: sa captare le microespressioni del suo avversario per intuire il valore delle sue carte, sa adottare una poker face da testa dell'isola di Pasqua e, soprattutto, bluffa. Schifosamente, senza rimorsi, anche se dall'altro lato del tavolo hanno ormai impegnato pure il dente d'oro le mutande portafortuna.
E come bluffa l'ansia sociale? Confondendo le acque come un luccio fa con il fondale, camuffandosi come un truffatore professionista o un cacciatore di dote, facendoti credere di star assistendo ad un'eclissi di Luna quando in realtà stanno solo spegnendo le luci, convincendoti di aver capito tutto, quando in realtà, di nuovo, non hai capito proprio niente.
Nella pratica, ed attingo a manciate dalle mie esperienze personali, potrebbe farti credere che il motivo per cui non vuoi uscire quella sera non sia perché hai la paura che provò Maria Antonietta davanti alla ghigliottina, ma perché sei stanca, senza soldi, perché stai trascurando il gatto e il cactus di casa e poi, beh, c'è quel puzzle  che aspetta di essere finito da troppo tempo. Scherzi a parte, le motivazioni che l'ansia ci propone sono dannatamente plausibili, soprattutto quando, esaurite tutte le cartucce, sfrutta l'asso nella manica del "non ho voglia". Cosa si può dire di fronte ad un alibi d'acciaio come questo? Personalmente ho passato anni credendo di aver capito di essere pigra, solo per scoprire ancora una volta che l'ansia mi stava gettando fumo negli occhi come una fata tabagista con gravi problemi polmonari. Ogni volta che credo di aver scoperto qualcosa di lei, quando penso di averla smascherata sotto la sua pietra, con tanto di "aha!" di esultanza, mi ritrovo nella posizione del mio cane, che continuava a cercare la lucertola alla base dell'albero mentre quella, tronfia, la guardava una spanna sopra la sua testa, dalla corteccia. Il motivo di questo valzer è semplice quanto uno starnuto: se venisse scoperta, spolpata fino all'osso come un nocciolo di ciliegia, l'ansia smetterebbe di esistere. Quindi tutto si riduce ad una questione di sopravvivenza, che per antonomasia è una delle motivazioni più ardue da estirpare. Una sopravvivenza che è sua e nostra, dato che siamo noi ad averla creata. Siamo noi la fata turchina tabagista che ha dato inizio alla vicenda. Ma questa, come direbbe papà castoro, è un'altra storia. Ciò che conta sapere adesso è che l'ansia è un genio diabolico, è quello che Moriarty è per Sherlock Holmes, è infida come Vermilinguo e fetente come una scheggia sotto l'unghia del piede. Capirla sarà difficile, coglierla in fallo arduo e trovarla sarà un'impresa, perché andrà scovata sotto un mare di palline dell'IKEA mentre lei ti grida "Bazinga!" Alla fine, il consiglio che ci do è quello di non abbassare mai la guardia, non dare niente per scontato e soprattutto adottare l'atteggiamento socratico del "so di non sapere ma ho un cervello e non ho paura di usarlo" (lo so, ho un po' parafrasato). L'ansia sociale va capita, certo, e questo è il mandato della nostra missione, ma il Serraglio non è nostro amico. E' la nostra nemesi, la nostra parte oscura, il nostro protettore a cui sono venute manie di grandezza. Il dubbio, quindi, sarà il nostro credo per un sacco di tempo, il punto di domanda il simbolo sulla nostra tuta da supereroe. Sarà estenuante, lo so, e non sarà facile dover farsi domande anche sulle motivazioni della scelta di una maglietta, ma abbiamo anni di addestramento fatti di pippe mentali, rimuginii e guerreggiamenti interni che ci hanno conferito muscoli cerebrali da culturista e la vista di un falco pellegrino, quindi tanto vale usarli. In fondo, per citare un'altra massima, non importa ciò che si ha, ma cosa si fa con ciò che si ha.
Duille


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