sabato 14 febbraio 2015

Un regalo lungo un anno

Un anno fa ho deciso di farmi un regalo. Era uno di quei giorni in cui sentivo tutto il peso della mia vita sulle spalle, uno di quei giorni in cui il mondo ti ricorda la tua solitudine, la staticità in cui ti sei arenata, un giorno in cui ti accorgi delle pareti grigie in cui sei inscatolata da sempre. 

Insomma, era San Valentino. 

Una delle feste più settoriali, discriminatorie ed elitarie mai concepite. E' una festa con la puzza sotto al naso peggio di un critico d'arte e che in più non ha neanche la decenza di essere discreta. No, la signorina se la tira mostrandoti tutta la sua opulenza, il suo benessere, la pioggia di cuoricini che gronda dalle vetrine dei negozi, dai tavoli dei ristoranti, dagli scaffali dei maledetti supermercati, ricordandoti una cosa sola: tu non potrai mai toccare quel benessere, almeno non quest'anno.  Ed in più, dopo averti ricordato la tua solitudine che si trascina di anno in anno, finge anche un sentimento di spocchiosa compassione, mentre ti chiude la porta in faccia lasciandoti sola con le tue vaschette di gelato e i fiori ormai appassiti dal dispiacere. "Ritenta l'anno prossimo, vedrai che andrà meglio", ti dice con l'occhietto triste, le labbra sporgenti e le manine raccolte in preghiera. San Valentino non è la festa degli innamorati, è la festa dell'esibizionismo a discapito di chi non può esibire nulla, una giornata che fa sentire i single come un fazzolettino usato dimenticato sotto il cuscino. Di solito io tento di scansare questa "festa" con tutta l'eleganza che ho a disposizione, ovvero rispolverando vecchi discorsi razionali sulla sua natura commerciale e rinchiudendomi in casa a rileggere Jane Austen come ogni single depressa che si rispetti, vestita con il pigiamone di pile, i calzettoni che abbracciano i pantaloni e i capelli a cipolla come vuole il manuale della giovane depressa che affoga i dispiaceri nel cibo. L'anno scorso però ero stufa di imbruttirmi per colpa di questa festa importata dall'America. Ed è stato allora, in un moto di stizza da soldato caduto ma non ancora sconfitto, che ho deciso di farmi questo grande, meraviglioso regalo. In barba ai dubbi che covavo da mesi, ho preso in mano mouse e tastiera e ho scritto il mio primo, brevissimo post. E' così che è iniziata la mia avventura qui su blogger, senza nessuna idea particolare, senza nessuna pretesa o desiderio di successo. Sapevo già allora che il blog era ormai una forma d'arte sorpassata e inutile, paragonabile all'invio di un messaggio via piccione. Ma come ci insegna bene J.K.Rowling, anche le cose più sorpassate possono tornare di moda se adeguatamente sfruttate e se lei è riuscita a far diventare popolare la penna e il calamaio, perché non tentare comunque di dare nuova vita ad uno stile di blog che ormai è da istituto geriatrico? Sappiamo tutti che gli unici blog che oggigiorno attirano ancora sono quelli in cui si spadella o si viaggia, oppure quelli che supportano i canali youtube e che vivono quindi di luce riflessa. I blog personali sono ormai un lontano ricordo dei tempi andati, come le lettere scritte a mano, cose da nostalgici che preferiscono ancora il calore a volte ustionante del camino alla più stabile stufetta elettrica. 
Ma io sono sempre stata un'inossidabile nostalgica con la passione per la scrittura e, senza particolari doti culinarie o soldi per viaggiare, con una timidezza da lucertola braccata e assolutamente goffa davanti ad una telecamera, quale altro strumento avrei potuto usare per mostrare il mio lato vintage se non un blog personale? In più avevo voglia di condividere i miei voli di fantasia, il mio modo di vedere la vita, le mie passioni per la letteratura e per i telefilm e soprattutto volevo fuggire per un attimo dalla mia gabbia ansiosa, volevo uno spazio in cui essere finalmente me stessa e parlare liberamente. Così mi sono buttata nel vuoto, nonostante tutte le carte fossero a mio sfavore, nonostante la Luna Nera che incombeva sul mio piano astrale: blog antidiluviani che non legge più nessuno, un'epoca che ha l'attenzione massima di 3 minuti, una personalissima incapacità a rimanere costante e soprattutto, lo scarsissimo dono della sintesi. Io sono sempre stata una persona da flusso di coscienza: un pensiero tira l'altro come gli m&m's durante un attacco di acquolina. E in quest'anno in effetti anche quei timidi tentativi di sintesi sono stati definitivamente abbandonati a favore dell'inconenibilità del flusso di coscienza. Ma molti dei pronostici che mi ero fatta quel lontano 14 febbraio del 2014 sono stati felicemente disattesi. La costanza è stata mantenuta, tanto che oggi festeggio anche il mio cinquantesimo post e con la costanza e un po' di pubblicità sono arrivati anche alcuni lettori che hanno trovato qualcosa di buono in quello che scrivevo e che mi hanno supportata con una genuinità disarmante. Col passare dei mesi sono arrivate nuove rubriche, nuovi modi di scrivere e una definizione più puntuale ed equilibrata del mio stile, che è cresciuto grazie anche ai vostri commenti. Il blog mi ha fatto crescere, mi ha resa orgogliosa di ciò che amo di più, mi ha dato fiducia in ciò che faccio e nelle persone a cui mi rivolgo e mi ha dato delle lezioni di vita degne del miglior sensei. La più importante di tutte è stata che non posso lasciare fuori dalla porta la mia ansia sociale. Essa fa parte di ciò che sono e influenza i miei pensieri e il mio umorismo. Ho capito che in questo blog c'è spazio anche per quella parte dispotica e giudicante di me. Qui però è la mia parte sana che tiene le redini e sono capace, come non riesco nella vita, a piegare quel serraglio di giudizi e paure fino a darle una forma che respiri e non soffochi. 


Ogni volta che adesso parlo di ansia sociale, non faccio altro che stenderla al sole, come una vecchia coperta logora. La guardo, la tocco, ne racconto la storia e poi la riprendo con me, avendone un po' meno timore, perché ora la conosco un po' meglio e perché non fa paura a chi la racconto. Non sono aliena in un mondo di perfezione, ma solo profondamente complicata. E quando ho particolarmente paura, non devo fare altro che disegnare due grossi baffi a manubrio su quella coperta polverosa e riderci su insieme ai miei lettori. Speravo e spero ancora che quello che scrivo possa aiutare persone come me e persone diverse da me a capirsi e capire, a vedere come cose apparentemente semplici possano essere mostruosamente faticose, a ritrovare una familiarità del tutto personale in difficoltà così particolari, a comprendere come sia difficile per noi fare quel gesto di volontà fondamentale quando siamo impegnate in una quotidiana lotta con noi stessi. E magari aiutare le persone a trovare un modo di tendere una mano cosciente ed efficace verso chi soffre del mio medesimo disagio. Ma soprattutto, spero che con questo blog io possa dare a persone come me quel pennarello nero a punta grossa necessario per disegnare i baffi alla propria ansia sociale, Un anno fa ho fatto una scelta importante, un regalo che si è scrollato di dosso le paure e si è concesso un battito di ali. Da allora non sto facendo altro che continuare a volare. Ed è tutto merito nostro.
Duille

 

2 commenti:

  1. Evviva, eccoci qui a festeggiare un anno di Duille! Tanti cari auguri!
    Che la forza sia con te stellina, sempre!! <3 Abbraccio!!

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    Risposte
    1. Grazie mille tata! Volevo fare una battuta arguta in tema Star wars, ma non sono abbastanza ferrata sull'argomento, quindi mi ritirerò nelle mie stanze a ponderare sulla mia evidente ignoranza di questo cult e mi limiterò a mandarti un gigantesco cuore e un bacione! ^_^

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