domenica 16 ottobre 2016

Mucche in altalena

A volte, quando mi capita di trovarmi davanti ad un'altalena, mi viene in mente come il suo movimento sia simile alla guerra interiore che anticipa ogni evento, grande o piccolo che sia, di noi ansiosi sociali e che è comunemente chiamata Ansia anticipatoria (alias:Voldemort, Sauron, Charles Manson, i cavalieri dell'apocalisse, e, personalmente, i burattini).  
Forse sarebbe più appropriato associarlo ad una montagna russa, ma, non vogliamo mica essere scontati, vero? E poi, le montagne russe hanno sempre un alone di eccezionalità, quell'emozione vertiginosa che capita una volta ogni tanto e per di più in condizioni eccezionali, mentre qui si parla di crisi interiori che sono all'ordine del giorno, come la cimice che finisce sul letto proprio mentre stai dormendo, o, appunto, come quelle piccole seggioline volanti che vanno forte (in tutti i sensi) nei parchi giochi. Quindi, altalena. L'altalena sale e scende, dondolando vertiginosamente tra il cielo e la terra. In un attimo, stiamo per toccare una nuvola ed il secondo dopo abbiamo il naso ad un palmo dal pavimento, per poi riprendere slancio e, in quell'attimo di rincorsa all'indietro, avere una visione a volo di uccello del probabile schianto a cui potremmo andare incontro se qualcosa andasse storto. La terra, si sa, è dura, è solida, è potenzialmente mortale, soprattutto a quella velocità. E noi non abbiamo neanche un paradenti per evitare la nostra subitanea trasformazione in succhiafrullati. Ma quindi, cosa c'entra l'ansia con le altalene? L'altalena, semplicemente, è una versione reale dell'ansia anticipatoria, la vera bestia nera con cui ci confrontiamo ad ogni nuova scadenza sul calendario. Sappiamo di essere al sicuro su quella seggiolina, eppure, chissà perché, siamo convinti che fare testamento prima di salirci non sarebbe stata poi una così cattiva idea. L'altalena, uno strumento per bambini, un simulatore di volo, per noi puzza un po' troppo di morte violenta con necessario calco dentale per identificare il corpo. Ma lasciatemi spiegare meglio. Appena avvistato l'obiettivo (una festa, un impegno lavorativo, una visita alla gastronomia del paese), eccoci scomodamente seduti sulla nostra altalena, le mani artigliate alle fredde catene di metallo, vero simbolo della nostra prigione di paure, e le gambe che penzolano, impossibilitate a raggiungere il suolo. A questo punto, iniziamo a pensare. Ed è l'inizio della fine. Siamo animali da terra, pensiamo, come le tartarughe e i lombrichi. O le mucche! Ecco, noi siamo delle mucche. Ci piace stare con i nostri zoccoli belli poggiati sul pavimento, brucare la nostra erba e goderci il venticello delle montagne. Non chiediamo mica tanto. E allora, cosa diavolo ci facciamo sedute su un'altalena? Perché dobbiamo lanciarci in questa simulazione di volo? Mica abbiamo le ali! E poi, chi lo vuole un cambiamento? Stiamo benissimo così! Siamo serene, felici, sì certo, un po' annoiate, e può darsi anche che ci siamo perse un paio di volte a guardare l'orizzonte con sguardo trasognato, ma erano solo sogni! Siamo a posto, grazie. Davvero.
Eppure, eccoci lì, senza sapere come ci siamo finite, tra l'altro. "Sei seduta comoda?" domandano da qualche parte dietro di noi. "Sì", muggiamo poco convinte. "Allora partiamo!" Una presa decisa inizia a trascinarci indietro, vediamo le zolle d'erba susseguirsi ed allontanarsi, mentre ci rendiamo conto di quanto siamo drammaticamente fuori dal nostro elemento. Questa è la parte in cui abbiamo una bella panoramica dello schianto a cui andremo inevitabilmente incontro. Ed allora partono i pensieri di panico. "Non ce la farò mai! Guarda quanto sono in alto, mi schianterò sicuramente! Non sono pronta, non ho le competenze necessarie per affrontare questa cosa! Morirò! Morirò sicuramente! E morirò pure male! Mi schianterò al suolo, diventerò un hamburger, carne trita, marmellata di mucca! Oppure, morirò di paura! Infarto in volo, esplosione del cuore! Il punto è che sicuramente morirò! Oppure, peggio! Potrei rovinare a terra e sopravvivere! Farò una figuraccia davanti a tutte le altre persone che sono qui davanti a me! Diventerò lo zimbello della situazione! Una bella barzelletta da raccontare alle feste. Una cosa del tipo 'Oh, ti ricordi di quella volta che la mucca sull'altalena si è schiantata? Che sfigata! E dire che era così semplice, bastava restare attaccata con il sedere al sedile e le mani sulle catene. Ci sarebbe riuscito anche un marmocchio. Povera scema! Anzi, chiamiamola Scemucca!' E via di sghignazzi da far arrossire anche un cesto di ciliegie!" Ma ormai non c'è più niente da fare, non si può più tornare indietro. La presa dietro di noi si allenta e iniziamo a scivolare su quella minuscola tavoletta di plastica agganciata per grazia divina a due perni che potrebbero cedere in qualsiasi momento. L'occhio sgranato, ci lasciamo scappare un muggito di terrore che squarcia il silenzio della nostra mente, e per quanto lo vorremmo, non riusciamo proprio a darcelo, un contegno! Stiamo volando verso il suolo, Santo Cielo, e non abbiamo neanche fatto testamento! Siamo troppo giovani per morire adesso, abbiamo una lunghissima lista di cose da fare, posti da vedere, sogni da realizzare! Morire adesso significherà sicuramente diventare fantasmi con questioni irrisolte che vagano sulla Terra infastidendo i vivi! Sfiga nella sfiga! Oh Dio! La terra si avvicina, il cuore rimbomba impazzito nelle orecchie, AIUTO, NO, non vogliamo farlo. NON VOGLIO MORIREEEE!!! MUUUUU!!! E poi, d'un tratto l'altalena vira verso l'alto e lo sguardo si perde nell'azzurro del cielo, nelle nuvole bianche e in quei passerotti che ci guardano ammiccanti. Siamo in cielo e la sensazione, strano a dirsi, non è poi così male. Siamo in una terra piena di promesse, senza recinti, senza confini, con passerotti che ci guardano lascivi (un po' troppo forse) e lepricani che preparano la pentola di monete d'oro da collocare alla fine dell'arcobaleno. 
Ma sì, in fondo, ce la possiamo fare! Siamo forti, siamo coraggiosi, abbiamo tante risorse, e poi, volare non sembra neanche così difficile! Basta sbattere le ali, e noi le abbiamo, le abbiamo, cavolo, come tutti gli altri! E che nessuno dica il contrario! Questo cielo sembra fatto apposta per noi, con le sue nuvole e i suoi spazi pieni di possibilità, è proprio la cosa giusta per noi. Quante cose potremo fare in mezzo a quei prati azzurri! Potremo finalmente sfruttare quelle lezioni di ballo prese quando eravamo solo vitellini, per esempio. Oppure potremmo dipingere di rosa le nuvole, così da accordarle ai colori del tramonto. L'abbiamo sognato così tante volte, abbiamo così tante idee, perché non provarci? Sì, ce la faremo, è questo il nostro posto. Siamo delle mucche volanti. Siamo Muccalla! Ma poi l'altalena dell'ansia scende di nuovo e la paura riappare, il cielo ci sembra troppo grande e magnifico per mucche come noi, il vento scivola lungo il nostro corpo e ci fa fischiare le orecchie. Ma a cosa stavamo pensando? Noi saremmo delle Muccalla? Per favore! Siamo animali da terra, non potremo mai aspirare a toccare quelle nuvole, noi mangiamo, digeriamo, evacuiamo e via di nuovo. Questo è tutto. Dobbiamo accettare il fatto di essere destinate ad un pezzetto di prato e un recinto, ad una vita di esistenza ignota, perché siamo davvero delle Scemucche. Dipingere le nuvole? E con che abilità? Non abbiamo mai neanche tenuto in mano un pennello. E la danza? Sono passati così tanti anni che ci copriremmo solo di ridicolo a ballare in quei cieli. E mentre ondeggiamo indietro, ci convinciamo che tutto quello che abbiamo sognato mentre eravamo lassù erano solo utopie, sciocche fantasie che non c'entrano niente con la realtà. Noi siamo delle creature senza potenzialità, se non quello di finire un giorno in un panino. Ma a cosa stavamo pensando? Noi? Nel cielo? Ma per favore. Con lo sguardo ci ritroviamo a fissare la stessa zolla di erba che avevamo visto all'inizio, che ora appare più triste, più grigia, ma comunque sempre rassicurante. E' a quella zolla che apparteniamo, non prendiamoci in giro. Ma di nuovo, la terra ci sguscia sotto gli zoccoli e di nuovo ci ritroviamo catapultati all'indietro, allontanando la terra che avevamo appena ritrovato, e ancora una volta sale la paura, come il mercurio in un termometro. E si ricomincia da capo. Avanti e indietro, il nostro cuore che fa gli straordinari per stare dietro a tutte quelle emozioni impazzite ("Oh, mucca, ma che succede? Guarda che qui mica siamo ad un concerto heavy metal! Datti una calmata e scegli una emozione sola, non centocinquanta!"), e la nostra mente che va a duemila passando dal trittico dell'ansia anticipatoria: paura-speranza-disillusione e poi via da capo. Un sandwich da far venire il vomito. Altro che montagne russe! Ma quando finalmente ci chiediamo chi ce l'abbia fatto fare, chi ci spinga sempre più in alto e poi sempre più in basso, quando finalmente ci schiodiamo dai nostri loop egocentrici di pensieri e ci voltiamo cautamente a guardare la forza centrifuga che ha fatto iniziare tutto questo tira e molla, scopriamo noi stessi che, zampe aperte, ci stiamo spingendo da soli. Ah, allora sei stato tu, maledetto! No, aspetta, sono stata io...maledetta? Siamo noi? Noi che ci incasiniamo la vita? Ma cosa significa? Beh, ce lo dico io, care mucche. Il punto è che noi siamo sia Muccalla che Scemucche. Possiamo fare tutto, imparare tutto, volare nel cielo e dipingere le nuvole. L'unico problema è che siamo così sceme da continuare a starci a sentire. O forse, più che sceme, abbiamo una paura del diavolo. Ma sapete una cosa? Fortunatamente, oltre a noi che ci friggiamo il cervello a furia di ansia, c'è anche lei, la nostra copia che ci spinge, a ricordarci che possiamo fare più di quanto crediamo. E per quanto la odieremo (oh, sì, la odieremo profondamente), lei è la cosa più bella che abbiamo. Siamo noi, senza paura delle altalene.
Duille


domenica 9 ottobre 2016

Il silenzio di Fuocoammare

Ci sono storie che, per essere raccontate, esigono il silenzio. Nessuna musica, nessuna colonna sonora a commuovere, nessuna voce fuori campo. Solo il silenzio e, naturalmente, il rumore del mare. Perché alcune storie sono così piene di tutto, del mondo fuori, fatto di salsedine e pelle bruciata, e del mondo dentro, fatto di gioia, dolore e speranza, che l'unica cosa importante è avere gli occhi aperti e l'armatura abbassata.
Queste sono le uniche indicazioni necessarie per capire cosa Fuocoammare sia: uno sguardo puro su un frammento di mondo che, per essere compreso, esige di essere nudi davanti allo schermo. Vincitore dell'Orso d'oro come miglior film al festival di Berlino e futuro rappresentante italiano agli Oscar 2017, Fuocoammare è un film di connessione: unisce i pezzi di un Italia che si ostina a dividersi in compartimenti stagni, sostenuto dai media che propongono "il problema dei profughi" come qualcosa d'altro, separato e spesso distante, che non ci riguarda davvero. Il film, invece, prende quel pezzo di puzzle e lo rimette al suo posto, all'interno del cerchio della vita di un popolo, quello italiano, ricordandoci che quella che vediamo non è la loro storia, ma la nostra. Perché, nel momento in cui queste persone arrivano nel nostro mare, diventano parte di noi, entreranno nei nostri libri, nelle nostre conversazioni, nella nostra politica ma, soprattutto, nei nostri occhi e nella nostra anima. Fuocoammare restituisce il fuoco ad un fenomeno che tendiamo ad ignorare, spesso per proteggerci dal dolore, a volte per paura, troppo spesso per quel pungente senso d'impotenza che ci divora dentro e che ci spinge a voltare la testa. Ma quindi Fuocoammare è un racconto sui profughi? No, è la storia di Lampedusa, fatta di sbarchi disperati sui barconi fatiscenti, sguardi gravi che hanno finito le lacrime, di uomini morti e uomini vivi, di identità rappresentate solo da un numero ed un luogo di origine, ma è anche la storia di Samuele, che cresce nella sua terra costruendo fionde e lottando con un occhio pigro, della signora Maria, che pulisce casa e prenota canzoni alla radio locale, di Francesco, che si tuffa in cerca di ricci nel mare mosso dell'isola, e di nonna Maria (un'altra Maria) che, mentre rammenda, racconta a Samuele della guerra e di quando i razzi luminosi lanciati in aria facevano brillare il mare di rosso, come fosse infuocato.


Fuocoammare è il ritratto dell'isola in un'epoca precisa, e fatta dell'intreccio di tradizioni, di storie, di cultura, di canti e di vite con origini geografiche diverse ma tutte unite dal mare, che uccide ma che è anche fonte di speranza. Speranza di lavoro per i Lampedusani, tradizionalmente destinati a diventare marinai, e speranza di una nuova vita per i profughi che si ritrovano ad attraversarlo. Vite che inevitabilmente s'incontrano, come nel caso del medico Pietro Bartolo, che dirige il poliambulatorio locale, occupandosi di Samuele e della sua ansia, e salvando vite africane o, più spesso, cercando di dare un nome ai cadaveri di chi, in quel mare, ci è morto. Singole vite che s'intrecciano quindi, talvolta di sfuggita, talvolta toccandosi, ma tutti uniti dal mare, dalla speranza. E dal silenzio.
Perché in questo film l'immagine è tutto e la parola perde consistenza fino ad estinguersi nel ruggito del mare, nel vento tra gli arbusti, nella selvaticità della natura lampedusana, assumendo i tratti di un documentario naturalistico, che osserva l'animale uomo senza commentarlo, perché di questi animali comprendiamo ogni sfumatura. Così ogni spiegazione diventa superflua, stona come potrebbe stonare la musica e si preferisce mostrare senza abbellire o imbruttire. Verità in fotogrammi mobili. In fondo, è tutto così dannatamente evidente che mi domando se ci sia davvero bisogno di dire altro. Non è chiaro lo sguardo del medico mentre racconta lo strazio delle autopsie fatte ai bambini deceduti per identificarli? Non è evidente la stanchezza, la fatica grave, come i tasti neri di un pianoforte, nei corpi degli addetti della Guardia Marina che si stagliano davanti al mare, infagottati nelle loro tute bianche, in una rassegnata e spossata attesa del prossimo salvataggio? Non è palese la storia di tormenti incrostata sul corpo di quell'uomo africano che respira a fatica sul pavimento della chiatta di salvataggio? Non è straziantemente chiaro il dolore su quel petto che si solleva e abbassa compulsivamente, come se cercasse di aggrapparsi alla vita in quei pochi, faticosi respiri? Il sale delle lacrime che si mischia al sale del mare, non è forse tragicamente familiare? E il pianto disperato della donna seduta in mezzo ai salvati, distrutta pur essendo viva? E' davvero importante sapere perché pianga? Conta davvero sapere chi ha perso? Non è incredibilmente facile capirla, pur non sapendo nulla di lei, pur riconoscendola come "altro da sé", come diversa? Fuocoammare ci ricorda l'ovvio, ovvero che siamo tutti esseri appartenenti alla stessa specie, ci capiamo senza parlare perché condividiamo lo stesso codice emotivo, perché siamo fatti della stessa fibra di carne e sangue, perché abbiamo una genetica comune adattata ad ambienti diversi. Siamo uguali e per questo ci capiamo senza bisogno di spiegazioni. Basta guardare. Basta guardarci. Alla fine, tutto si riduce a questo: rimettere tutto a fuoco, una terra, una nazione, delle vite, una specie. Ed è ancora Fuocoammare, o forse, anche un po' Fuocoamore.

Duille


sabato 1 ottobre 2016

Quando arrivò il primo giorno di università...

L’imminenza di ottobre, quest’anno, mi ha reso nostalgica. Ora che sono neolaureata, ovvero disoccupata e con un titolo che al massimo potrà fare bella figura su un muro della mia cameretta, non dovrò più iniziare i corsi, quindi niente più corsa alle fotocopie, niente quarto d’ora accademico e niente annegamenti in scartoffie burocratiche che ti fanno rimpiangere di essere nato.
Ma, mentre questa settimana mi dilettavo in questo crogiolo di deliziosa melanconia, si è palesata in me questa domanda: vi ho mai raccontato del mio primo giorno di università? Una domanda alla papà castoro, ve lo concedo, ma che apre le porte ad uno dei miei tragicomici ricordi di vita, comici adesso, ma vi assicuro, assolutamente tragici all’epoca. La mia esperienza di avvio universitario è stata, ovviamente, traumatica: direi che, a livello emotivo, è paragonabile alla sensazione provata da Maria Antonietta all’annuncio che il suo collo di lì a poco non sarebbe più stato gravato dall’ingombrante peso della sua testa. Neanche a dirlo, di questa deliziosa sfumatura emotiva devo ringraziare lei, l’ansia sociale, che mi ha sempre fatto da Vermilinguo in tutti i migliori momenti della mia vita, rendendoli immediatamente i peggiori, come un cupcake al gusto “rutto di orco”. Prima di tutto, dovete sapere che il mio primo giorno di università fu formato da due giorni (due giorni di passione, nel senso biblico del termine), nessuno dei quali coincise con il primo giorno ufficiale. Mi spiego meglio: il mercoledì di quella settimana era previsto un “incontro di orientamento” per le matricole di psicologia che, secondo la mia logica, doveva essere la mattinata inaugurale dei corsi, i quali, sempre secondo la mia logica, sarebbero quindi dovuti iniziare il giorno dopo. Mi recai quindi all’incontro in modalità omino di latta caricato a polvere da sparo: occhi sgranati, cuore a tamburo, corpo ridotto ad un ciocco di legno, elettricità endovenosa e ascelle trasformate in doccioni di Notre Dome. Normale amministrazione per un’ansiosa sociale, come sappiamo. Dell’orientamento non ricordo quasi nulla, ad essere sincera, il che mi fa presupporre che fosse utile quanto un colino in mezzo al deserto, ma ero comunque vagamente fiera di me per essere riuscita a presentarmi senza farmi esplodere le coronarie. La situazione però precipitò quando sentii questa conversazione (liberamente ispirata all’originale) arrivare da alcuni colleghi davanti a me:
- Allora, hai già recuperato i libri che ci hanno consigliato ieri? –
- Ma va, mica ho avuto tempo! Hai visto che orari avevamo? E oggi pomeriggio abbiamo ancora lezione fino alle sei, mi sa che in libreria ci andrò nel weekend. –
- Come prima settimana di lezione, è stato un casino. –
Da quel momento, signori, il panico: urla nelle strade venose, saccheggi di televisori nei negozi, paranoiche cellule che finalmente tiravano fuori le chiavi del bunker antiatomico in cui avevano immagazzinato montagne di scatolette per gatti, le autorità corporee che non riuscivano a gestire l’ondata di paura dilagante e qualche sparuta cellula ad un passo dalla mitosi che, fumandosi l’ultima sigaretta, annunciava uno sconfortante “tanto moriremo tutti”. Una situazione alla the day after tomorrow in cui tutto il sistema generale andò in tilt lasciandomi irrigidita come un ghiacciolo all’anice, gli occhi vitrei tipo bambino davanti ad un’animella, il  cuore che dallo stupore smise di pompare e i polmoni che, non sapendo cosa fare, pensarono bene di trattenere il fiato, collaborando alla mia trasmutazione in statua vivente. Il mio cervello a quel punto entrò in azione attivando la sirena delle calamità naturali e convocando il consiglio di gabinetto per salvare il salvabile e portarmi a casa prima del crollo delle ultime dighe e la mia conseguente digievoluzione in urlo di Munch.
Tutto ciò perché avevo appena scoperto che le lezioni erano già iniziate da quel lunedì e quindi io, matricola fresca di diploma e con l’aggravante di una psiche solida quanto uno stuzzicadenti che sorregge un elefante, avevo già perso tre giorni di lezione. Tre giorni di lezione che, nella mia mente bacata da ansiosa, sentenziavano irrimediabilmente la mia morte sociale, il rogo di ogni mia speranza di integrazione, un destino da emarginata sociale che mi avrebbe reso presto una barbona senza amici e senza libri. Mentre il gabinetto di guerra cercava di radunare le forze per non farmi abbandonare dal sistema muscolo-scheletrico, l’ansia sociale naturalmente sguazzava nella situazione bullizzandomi senza pietà, ricordandomi come questa fosse la dimostrazione del mio essere un fallimento come persona, studentessa e portatrice di cervello e snocciolandomi un futuro apocalittico, fatto di attacchi d’ansia ad ogni nuova lezione, di solitudine, di sessioni d’esame a cui non mi sarei presentata, per finire con un abbandono definitivo della mia incipiente carriera accademica e successivo eremitaggio sotto la scrivania come un pipistrello particolarmente grosso. L’ansia mi dava tre mesi di vita come studente, e vi assicuro, io le credetti. Il mio sistema di emergenza brevettato però riuscì nell’intento di farmi arrivare tra le mura domestiche senza troppi effetti collaterali: solo una faccia della consistenza e del colore di una mozzarella e le sopracciglia che tentavano di rappresentare un’iperbole del mio stato interiore in forma grafica. Passai tutto il pomeriggio di quel giorno a piangere sul letto, rannicchiata a gamberetto, ripetendomi tra una tirata di naso e uno strombazzamento nel fazzoletto che non ce l’avrei mai fatta, che ero una fallita e che ero pazza a pensare che sarei riuscita a combinare qualcosa di decente nella mia vita che andasse oltre al piangere o al fungere da cavia per qualche esperimento per combattere l’ansia. In realtà, visto da fuori penso che si capisse molto poco di quello che stavo dicendo, dato che la mia voce aveva la consistenza di quella emessa da un cellulare nel bel mezzo di una galleria, ma vi assicuro che l’effetto era tutt’altro che piacevole.
Il giorno dopo la situazione era da postumi di una sbronza: occhi a panda, sguardo stanco, capello depresso e un’intera giornata di lezioni davanti, la prima della mia carriera per me, la quarta per tutti gli altri. Avevo il morale a terra, il mio inizio universitario era stato quanto di più disastroso potesse esserci al mondo e i miei livelli di autostima erano ai minimi storici. Tenendo conto che, anche nelle mie giornate migliori, il mio stimometro non superava i livelli di uno studente a cui avevano calato i pantaloni davanti alla classe, direi che ero messa proprio male. Ero in piena sindrome post traumatica e dovevo ancora iniziare! “Siamo messi bene”, pensai. Nonostante ciò, ormai mi ero iscritta, avevo fatto un esame e avevo pagato la retta, quindi non sentivo di avere molta scelta: dovevo andare a lezione. Mi caricai la mia ansia sulle spalle e andai a seguire le prime lezioni della mia vita, rassegnata al mio destino di dolore. I pronostici dell’ansia erano chiari: niente amici, niente successi accademici, fiorire di attacchi d’ansia, brufoli e senso di inadeguatezza, e alla fine della mattinata sembrava proprio che Nostradamus ci stesse azzeccando. Ricordo che, in attesa dell’inizio della lezione del pomeriggio, sedevo sui gradini antistanti l’aula guardando le persone intorno a me, alla ricerca di qualche anima solitaria che, in quattro giorni, non fosse riuscita ancora ad inserirsi. Cercavo i classici disadattati che potessero considerare pittoresca la mia continua tremarella e la mia faccia da cucciolo di foca. Analizzavo i miei compagni ai raggi x, facendo una stima della loro inaccessibilità (perché fare una stima dell’accessibilità significava darmi già troppe chance, chance che, ricordo, non avevo in quanto marcata dalla lettera scarlatta della sfigaggine innata). Quando si sono aperte le porte dell’aula, sono stata una delle prime ad entrare, solo per scoprire che il professore era in ritardo e quindi avremmo dovuto aspettare. Nel momento in cui mi girai per andarmene, finii letteralmente addosso ad una ragazza con una maglia giallo canarino e ricci castani. In quel momento, la disperazione deve aver preso il sopravvento, perché mi ritrovai a parlarle, spiegandole la situazione e, miracolosamente, io non morii e lei non scappò come se avesse visto lo yeti. Anzi, si mise  a chiacchierare con me e nel giro di un nanosecondo scoprii che anche lei aveva fatto l’errore di confondere l’incontro di orientamento con il primo giorno e, a peggiorare le cose, aveva saltato anche la lezione del mattino, a cui avevo preso parte, perché aveva sbagliato l’aula. Era riuscita a fare peggio di me, senza l’aggravante della crisi isterica nelle segrete di casa a cui io invece mi ero abbandonata. E’ stato quindi a partire da un errore che ho conosciuto quella che è poi diventata la mia migliore amica, che ho poi ribattezzato Dory, per evidenti motivi. Questo episodio mi ha insegnato una lezione importante: un errore può essere un’opportunità e, in quanto potenziale vantaggio, cessa in automatico di essere un errore. Non vi preoccupate però, ho allegramente ignorato questa lezione per il resto dei miei anni accademici.

Duille




martedì 27 settembre 2016

Lungo il ponte

Da un lato la città, dall'altro il fiume. E quel ponte che si srotola davanti ai miei piedi, cavalcando l'aria, galleggiando sui flutti. Un drago d'acqua fatto di mattoni rossi dai molteplici occhi che suggeriscono prospettive nuove, ricordandomi che nulla è mai definitivo: è sempre e soltanto una questione di angolazioni.
E' solo un ponte, ma è anche molto di più: è una striscia di coraggio, la chiave di una porta invisibile nella mia mente, un saggio albero pietrificato che regala perle ai viandanti pronti ad ascoltarlo. Mi conosce bene e sa come parlarmi quando lo cerco. Mi tende una mano capace di salvarmi ogni volta dalla paura frantumante che mi scava fino alle ossa e che mi trascina fino a lì, in cerca di una magia, di un miracolo, o forse solo di un po' di pace. Il ponte è una promessa di speranza che profuma di acqua e umidità, di erba e terra bagnata, di foglie al vento e quiete. Da un lato il rumore, dall'altro il silenzio. Attraverso il ponte come in un pellegrinaggio spirituale, un battesimo di vento e gocce sospese che mi libera da peccati auto attribuiti e che mi spoglia degli abiti degli uomini, lasciandoli dietro di me, briciole inamidate di un passato che mi si incolla ancora alla schiena, ma che è comunque già ieri e, per questo, più rassicurante perché ad un passo dall'oblio. Inizio con lo sdoppiarmi davanti al ponte, lasciando la paura dal lato della città, un fantasma di brividi e fumo che mi fissa coi suoi occhi scavati e scavanti mentre procedo oltre. Nell'attraversare il ponte e nello spogliarmi della mia armatura protettiva, non mi volto indietro, ma non guardo neanche avanti, lascio che sia il vento a guidarmi con la sua mano gentile che mi preme sulla schiena, premuroso amore segreto che mi ha sempre accompagnata nel mio viaggio. Mentre cammino, sento l'elmo cadere con un tonfo morbido, la resta slacciarsi con un suono secco e lo spallaccio scivolare lungo il braccio portandosi dietro la coppiglia di fissaggio, la cubitiera e il cannone inferiore, simile ad una valanga di sonagli. Ogni clangore di ferro sulla pietra secolare riecheggia nell'aria come un canto di vita nuova, producendo ciascuno una nota diversa: il convesso rumore tondo del pettorale caduto a volo d'angelo sul selciato, il tintinnio campanellante della falda e della scarsella, il freddo scivolo metallico del cosciale che divora il ginocchiello e le schiniere, adagiandosi sui piedi, ancora con me per qualche passo, prima di abbandonarsi, ennesima briciola di un fardello troppo pesante.
Divento più leggera ad ogni passo, sento la pelle sudata dalla paura respirare, con lenti movimenti di apertura e chiusura dei pori, sento asciugarsi le lacrime sospese agli angoli delle ciglia, che non osavano cadere per non fare troppo rumore. Passo a passo, riscopro di essere una creatura sensibile, fatta di sensazioni, mi scopro recettiva fin nella punta delle dita che assaggiano l'aria, fin nei polmoni che si riempiono del freddo frizzante del fiume e fino al petto su cui preme il vento contrario. E' una strada di liberazione, un percorso di redenzione che mi scioglie la ruggine dalle ossa e che mi trasmuta da tronco a foglia dondolante. Ricordo le emozioni, tutte quante, non più soffocate dalla paura, e nel ricordarle, le rendo nuovamente reali, le sento sgranchirsi sotto le pieghe della fronte, solleticare nel corpo e premere contro la cassa toracica, per poi fluire come anguille fino alle mani aperte, agli occhi pieni, fino ad uscire dal sorriso, dalla porpora sulle guance, dal passo svelto che vorrebbe tramutarsi in corsa. Il passaggio sul ponte mi salva e mi riunisce, mi fa esplodere come una stella e mi ricompatta in un nugolo di lucciole notturne. Ad ogni passo mi espando come un mantice, abbracciando sempre più spazio, comprendendomi sempre di più, per poi riconvergere nei miei argini, fluttuando nell'acqua calda e buia di me stessa imitando il fiume su cui cammino. Da un lato la paura, dall'altro il riflesso della luce. Al di là del ponte la salvezza, il mare d'erba ondeggiante, gli alberi con le chiome arruffate dal vento, le risate delle papere, il gorgoglio dell'acqua che scivola sul fondale molle, il volo dei piccioni, le nuvole di cotone che pascolano nel cielo, la panchina di legno che scricchiola sotto il mio corpo, e lui, il fiume. Da un lato il tempo degli uomini, dall'altro il tempo della natura. Ampi respiri a cui mi accodo, inspirando con il fiume ed espirando con i tronchi, inalando con gli steli e soffiando con le lucertole in attesa. Direttore d'orchestra che mi restituisce il tempo, il fiume scandisce il ritmo e le mie cellule perdono l'affanno e il cuore non sbatacchia più come un passero impazzito nella cassa toracica. Rallenta il sangue nelle vene e ristagnano i pensieri nella testa, lasciando finalmente spazio al vuoto, al silenzio denso e caldo come un bacio, proprio nel momento in cui la parola si perde in fondo alla gola, gli occhi si riempiono di contemplazione e l'udito sente la fragrante foglia autunnale e il croccante schiocco dei legni. E alla fine anch'io divento silenzio nel silenzio, muschio sulla panchina, parte del fiume e per la prima volta ogni volta, me in me. Da un lato la città, dall'altro la vita.

Duille  


domenica 18 settembre 2016

Fisiologia dell'ansia sociale

Quando parlo di ansia sociale, tendo sempre a focalizzarmi sugli aspetti psicologici che la caratterizzano. Questo perché l'ansia sociale è fondamentalmente una convinzione, imperitura e massacrante , di non essere abbastanza e, di conseguenza, di essere geneticamente destinati a rovinosi fallimenti conditi da dosi di imbarazzanti scenette alla Mr. Bean.
In realtà però l'ansia sociale ha anche una controparte fisica che, da sola, determina l'80% del nostro rischio infartuario e del nostro sguardo da cucciolo di foca davanti al bracconiere. E allora parliamone, di questa fisiologia dell'ansia sociale, guardiamola con occhio scientifico, sfruttando la sottoscritta come cavia non volontaria, tanto per cambiare. Prima di tutto, bisogna sapere che quando il porcellino d'india Duille entra in crisi, l'intero ecosistema, il mondo, l'universo e tutti i tre livelli dell'aldilà descritti da Dante si concentrano interamente nello stomaco, che diventa il secondo ponte di comando, braccio destro del piccolo Darth Vader che domina incontrastato nel cervello. Dallo stomaco si irradia tutto, è il vero punto 0 della nuova galassia che si è creata nel corso dell'istantaneo Big Bang che ha travolto il nostro fragile equilibrio, il momento cioè della presa della Bastiglia, della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, dell'assassinio di Cesare da parte di Bruto: il momento in cui il potente Dittatore Ansioso sbaraglia il nemico cerebrale costringendolo alla fuga e a costituire un'armata di ribelli in pieno stile Vietcong o, per mantenere la metafora con Star Wars, in rappresentanza dell'Alleanza ribelle. Come dicevo quindi, lo stomaco è il punto in cui tutti i tormenti si concentrano per poi irradiarsi a raggio in tutto il corpo e che assume le forme di un taser sottocutaneo che pungola i muscoli ad intervalli regolari e costanti. Il risultato è un attorcigliamento dei muscoli addominali in una treccia perfetta e, ahimè, pulsante, che è bersagliata da crampi continui che non ci lasciano in pace neanche un minuto. Ulteriore conseguenza del taser sottocutaneo è poi, nell'ordine: inappetenza, l'unico lato positivo dell'intera faccenda, problemi intestinali (che vi risparmio per amore della decenza) e elettricità endovenosa. Se le prime due conseguenze sono abbastanza intuibili, forse la terza merita un piccolo chiarimento. Dovete capire che quando la vostra cavia soffre di attacchi d'ansia, nel suo corpo il sangue evapora all'istante e viene immediatamente soppiantato da una scarica elettrica costante che invade tutti gli arti, rendendo l'intero corpo elettrico, appunto, come se fossi una ciabatta umana, un cavo elettrico ben avvolto nella sua guaina di gomma epidermica che mi fa apparire perfettamente normale dall'esterno, ma che mi frigge come una tempura di gamberi all'interno, continuativamente e dolorosamente. Sono quasi convinta che se mi mettessero una lampadina in bocca potrei emulare le grandi performance del famoso zio Fester. Naturalmente l'essere continuamente accesa come le lampadine di un albero di Natale mi impedisce di dormire, di rilassarmi, di riposare e, in generale, di darmi una cavolo di calmata.
Mentre nel cervello l'alleanza ribelle recupera a colpi di logica il terreno caduto nelle mani del Dittatore Ansioso, il resto del corpo cade infatti in uno stato di stanchezza vigile che crepa gli occhi come la creta dimenticata all'aperto e che fa calare la palpebra in pieno stile tapparella difettosa, dandomi quel bell'aspetto salubre da eroinomane in piena crisi d'astinenza che, si sa, è perfetto per rimorchiare. Se per qualche mistero, la natura prende il sopravvento e il corpo si arrende ad un sonno ristoratore, ci pensa il cuore a dare una siringata di adrenalina, lanciandosi in un'improvvisazione da batterista jazz alle quattro del mattino, e terrorizzando, tra gli altri, anche i polmoni, che si raggrinziscono improvvisamente, appallottolandosi su se stessi come dei vecchi calzini da mettere in lavatrice. Alla fine ci si ritrova con polmoni da gnomo in una cassa toracica in cui adesso si può sentire l'eco, un cuore da batterista che ha assunto troppi caffè, un'intera centrale elettrica nelle vene e la faccia di un drogato che avrebbe bisogno di un atto di misericordia. Per concludere questo delizioso quadretto, si aggiunge quella che io personalmente considero una delle piaghe maggiori della mia vita: il sudore. Non so gli altri, ma io quando sono in crisi sudo come un maiale, sudo come se fossi stata messa a ballare un lento guancia a guancia con una fiamma ossidrica, e soprattutto, sudo come se avessi indosso il vestito di bistecche di Lady Gaga. Ergo, puzzo. Quando si dice avere l'odore della paura addosso, s'intende proprio questo: puzzare come una discarica, come se ci si fosse strofinati addosso l'alito di un gatto adulto e fare di tutto, ma proprio di tutto, per evitarlo. Invano. E se le cose vanno proprio, ma proprio male, il corpo dà il colpo di grazia donandom la presenza di Brufolo Bill e della sua nidiata di figli e capelli bianchi che, purtroppo, non incrementano il mio fascino come invece fecero per Rogue nel primo film degli X-men. Morale della favola, quando l'ansia attanaglia per giorni gente come me, si passa dall'essere persone mediamente guardabili a mostri della laguna o comparse bubboniche dei promessi sposi costretti a ramingare nel tentativo di portare a termine in tempi brevi la nostra sfiancante lotta, così da poter finalmente dare nuovo significato al detto "riposare in pace". Alla fine rinasceremo dalle nostre ceneri come fenici anche se un po' ammaccati, con il morale a terra e con un evidente bisogno di restauro. Ma in fondo, saremo pur sempre ancora in piedi e questa da sola è già una grande soddisfazione.

Duille


sabato 10 settembre 2016

Capitolo XV: Un giorno questo dolore ti sarà utile

A leggere questo libro eravamo in due: io (ovviamente) e un'orma di memoria di un precedente lettore che ha deciso di sottolineare le frasi a lui più care. Ciò ha reso molto più interessante l'approccio a questo volumetto che ha tagliato per un pelo il traguardo delle duecento pagine, portando a tre i partecipanti di questo discorso virtuale. Da un lato infatti c'eravamo io e il mio lettore fantasma, dall'altro c'era James, il protagonista indiscusso di questo romanzo.
Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron,  infatti è un libro concentrato: l'attenzione è focalizzata su un solo personaggio, il punto di vista è estremamente ristretto, la narrazione è totalmente in prima persona, il tempo è strizzato nel lasso di pochi mesi, iniziando dall'estate precedente la partenza del ragazzo per la grande avventura universitaria, un'avventura di cui James è decisamente poco entusiasta. James è infatti un personaggio atipico, con una filosofia di vita che rasenta l'insopportabile e che distorce tutto ciò che vediamo in quanto lettori. Come dicevo infatti James è il protagonista assoluto dell'intera narrazione, di cui seguiremo ogni passo, ogni pensiero, ogni giudizio, comprese le descrizioni dei personaggi secondari che ruotano intorno a lui, talvolta distorti dalla sua cinica visione e comunque mai abbastanza sotto i riflettori da poter essere messi a fuoco. Ma d'altronde questo è un libro che sembra voler dimostrare che l'abito non fa il monaco e che l'apparenza molte volte è solo una patina illusoria, come la crema gommosa che copre la superficie del latte caldo. James è proprio questo: una crema fatta di cinismo, saccenza, intellettuale superiorità e una fastidiosa tendenza alla risposta pronta che impregna ogni singola sillaba del suo pensiero e che trova suoi massimi esempi nel rifiuto dell'inutile università, nell'evitamento degli stupidi e vuoti coetanei che parlano senza avere niente di profondo da dire e nell'uso maniacale della corretta forma linguistica. Egocentrato come solo un adolescente può essere, James si sente incompreso, inadatto a quel mondo vuoto fatto di interventi estetici mirati e di pigiama palazzo, e sogna la solitudine di una casa in cui leggere Trollope ed intagliare il legno. Ma, come dicevo, l'apparenza inganna ed il libro ci fa presto capire che questa torre d'avorio da cui James osserva tutti è in realtà l'unica arma di difesa che lo protegge dal contatto con gli altri, rivelatore massimo della sua lampante fragilità. Infatti James, dietro quell'atteggiamento superiore e cinico cela una profonda sensibilità che lo taglia continuamente, rendendolo delicato come lo scheletro di una foglia e straziantemente ripiegato nel suo dolore. Usa quindi il suo sarcasmo e la sua altezzosità da poeta maledetto per mettere distanza dalle persone, dalle sue responsabilità, dalle verità che gli punzecchiano la nuca. 
Controlla tutto, il suo linguaggio, i suoi interessi, la sua personalità, per non creare una crepa nel muro delle sue difese, per non farsi scavare dalla sua sensibilità che lo porta a turbarsi profondamente alla vista di un orsacchiotto abbandonato sul ciglio di una strada o davanti all'alienazione di una casalinga in visita nella Grande Mela per lo shopping. James però rifiuta di guardarsi dentro e scappa da se stesso, finendo con lo scegliere quella stessa solitudine che lo divora, rendendosi incapace di qualsiasi apertura emotiva e costringendosi ad ergere sempre nuovi strati di supponenza per mettere distanza tra sé e gli altri in quanto rappresentanti della sua fragilità. James, insomma, vaga nel mondo in cerca della risposta ad una domanda che non riesce a porsi. Lo stile del racconto riflette questo vuoto denso intorno a cui ruota James, lanciandosi in discorsi di rabbiosa ironia alternati a momenti di profondo dolore, saltando tra il passato e il presente, ripercorrendo i momenti in cui tutto ha iniziato a crollare davvero. Alla fine della lettura resta però l'incognita, l'irrisolta domanda di una vicenda psichica appena sfiorata: un giorno questo dolore gli sarà utile? Temo sia proprio questo il punto debole della narrazione: una certa leggerezza nella gestione delle tematiche, appena avvicinate e poi abbandonate senza addentrarcisi sufficientemente, lasciando il lettore pieno di dubbi sulla natura delle sofferenze di James e sul suo futuro, al punto da chiederci se in effetti riuscirà a stare bene, a rendere il dolore attuale fonte di crescita personale. Il romanzo secondo me fallisce proprio a causa del suo titolo, dato che di fatto ci mostra l'inizio di un percorso incerto e tutt'altro che scontato, piuttosto che un momento di crescita e di risoluzione positiva del dramma. Alla fine quindi questo è un romanzo che consiglio di leggere ignorando il suo affascinante quanto, ahimè, fuorviante titolo, poiché non assisteremo ad alcuna maturazione, quanto ad una discesa nel dolore del protagonista e nel potenziale di una crescita che, se avverrà, si svilupperà oltre quella pagina 206 che conclude il romanzo.  

Duille
"Al nostro tavolo c'è posto. Vuoi venire da noi?
Allora ho capito che la sua era davvero gentilezza sincera, anche se non sapeva quello che diceva, diceva vieni a sederti al nostro tavolo come sio potessi farlo, come se potessi alzarmi e divatere una persona seduta insieme a lei. Così, semplicemente, spostandomi da un tavolo all'altro". (P.109)


domenica 4 settembre 2016

Tra sogno e realtà

Si era persa nella bocca con denti di cemento che tutti chiamavano città. Cercava qualcosa di familiare che la sottraesse all'alienante solitudine grigia in cui vagava. Una mano calda che la sollevasse da terra come una foglia caduta, portandola con sé in punta di dita.
Camminava smarrita, superando aloni di persone che le passavano accanto come il vapore emesso da una tazza di tè. Guardò in basso, incontrando i suoi piedi, confetti rossi in un fiume di asfalto paralizzato da un incantesimo ormai dimenticato anche dalle leggende. Volava sull'acqua di pietra, un petalo di papavero dietro l'altro. E poi si arrestarono, increduli davanti ad un foglio di carta. Non era un foglio, constatarono i suoi occhi, ma una pagina. La pagina di un libro, con un testo scritto a macchina da impronte sconosciute, i bordi ordinati e simmetrici che incorniciavano le parole come in un bel quadro. Sembrava un bel contrasto, quel fiume grigio su cui galleggiava immobile una pagina bianca fissata alla vita da due papaveri di tela e gomma. Guardando più avanti, eccone un'altra che sembrava prendere il sole sul bordo del marciapiede. E strizzando gli occhi, se ne poteva scorgere un'altra ancora, quasi un piccione di carta passato lì per caso. Un sentiero di sassolini di carta, qualcosa di reale in quel bosco di cemento che fingeva vita quando poteva offrire solo esistenza vuota. Seguirlo divenne necessario, i papaveri lo seppero prima ancora dei fili di capelli che le coronavano il volto. Si appese a quei ciottoli stampati come ad un'ultima speranza e seguì quel percorso di fuochi fatui, raccogliendoli durante il viaggio per chissà dove. E quel chissà dove si rivelò essere un caffè in un angolo nascosto nella guancia della grande bocca di cemento, invisibile alle ombre di ticchettii e fretta che popolavano quei luoghi. Con un bouquet d'inchiostro tra le mani ed i papaveri ai piedi, entrò nel caffè straripante di libri dai mille colori, come uno stormo attirato dall'allettante invito al riposo. Persone e volumi si mischiavano, liberi di vagare, su ogni superficie, annullando le distanze e le convenzioni, come un solo cuore in migliaia di corpi.
Vicino alla grande vetrina centrale incorniciata da tende purpuree come gote innamorate, una folla di libri si godeva la vista dei passanti di vapore, confrontandola con le creature molto più definite che affollavano le sedie da giardino e i tavolini eleganti, sorseggiando tè, piluccando dolci, chiacchierando tra loro o con qualche volumetto addomesticato. Talvolta addirittura improvvisando un giro di valzer con qualcuno di loro, indipendenti e senza padrone. Sulle pareti, libri più timidi spiavano i commensali da alti scranni, circondati dal brusio delle parole d'aria, molto più leggere delle loro parole d'inchiostro, che vanesie si riflettevano nel grande specchio antico appeso lì accanto. I volumi più coraggiosi si accalcavano entusiasti su una scaletta, formando un disordinato corrimano dai colori vivaci, chaperon di una sala raccolta e illuminata dalla luce di una grande finestra a due ante. Sopra il bancone della caffetteria, una mensola ricolma di volumi antichi abbracciava bonaria l'intero locale, impregnando le sue pagine dell'inebriante aroma del caffè. Avevano visto molto nella loro vita ed ora le loro sagge veline si concedevano riposo e contemplazione. Le pagine nelle mani della ragazza si liberarono dalla stretta delle sue dita e volarono fino ad una parete, proprio sopra la porta nascosta della cucina, adagiandovisi come passeri su un filo telefonico. Il cameriere le sorrise con calore, passandole accanto con un vassoio carico di tazzine e libri pigri, un volumetto verde seduto sulla sua spalla con il segnalibro di seta penzoloni sul petto. La ragazza sedette in un angolo, proprio accanto ad una pigna di giovani libri impertinentemente protesa verso di lei, incuriositi come solo le nuove edizioni possono essere. Qualcosa si sciolse dentro di lei, lasciandola con un tepore che si accordava sinfonicamente ai papaveri ai suoi piedi, alle tende porpora, ai sorrisi delle persone. Finalmente a casa, finalmente libera di riposare. 
Fu il suono di un tomo caduto a svegliarla. Si era addormentata sul tavolo, la guancia incollata alla pagina del libro che stava studiando. Era stato un sogno durato forse una frazione di secondo. Alzò gli occhi e scorse il suo riflesso che la guardava assonnato dal grande specchio antico, poco sopra la fila di libri riposti ordinatamente sulla mensola sotto la vetrina centrale incorniciata dalle tende porpora del caffè. Sorrise e, abbassando lo sguardo, riprese a studiare, avvolta dal brusìo dei clienti e dall'odore dei libri impregnati di caffè.

Duille

P.s. a volte la realtà supera l'immaginazione. Se siete di Milano o ci capitate, cercate lo Scriptorium Cafè in via Sant'agnese. La mia storia di oggi parte proprio da lì.


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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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